giovedì 15 aprile 2021

Il linguaggio degli animali

Dai Racconti dei Chassidim a cura di Martin Buber: 

Al giovane Zalman, che lo andò a trovare durante il suo secondo viaggio a Meseritsch, rabbi Pinchàs voleva insegnare il linguaggio degli uccelli e quello delle piante, ma Zalman rifiutò. “L’uomo ha bisogno di comprendere una cosa sola”, disse. Da vecchio, rabbi Shneur Zalman viaggiava un giorno attraverso la campagna con un nipote. Dappertutto saltellavano e cinguettavano gli uccelli. Il rabbi tenne per un poco il capo fuori della carrozza. “Come parlano spediti!” disse poi al bambino. “Essi hanno il loro alfabeto. Basta soltanto ascoltare e afferrare bene i suoni, per comprendere il loro linguaggio”.

Lo Jehudi e il suo scolaro Perez passavano per un prato dove bovi al pascolo muggivano, mentre un branco d’oche risaliva schiamazzando e battendo le ali la sponda del ruscello che attraversava il prato. “Se si potesse capire ciò che dicono!” esclamò lo scolaro. “Se arriverai ad afferrare fino in fondo ciò che dici tu stesso, imparerai a capire la lingua di tutti gli esseri”.

Dai Fioretti di Francesco d'Assisi: 

E passando oltre [Cannario e Bevagno] con quello fervore, [Francesco] levò gli occhi e vide alquanti arbori allato alla via, in su i quali erano quasi infinita moltitudine d’uccelli; di che santo Francesco si meravigliò e disse a’ compagni: - Voi m’aspetterete qui nella via et io andrò a predicare alle mie sirocchia (sorelle) uccelli. Et entrato nel campo cominciò a predicare alli uccelli ch’erano in terra; e subitamente quelli ch’erano in su gli arbori vennono a lui, et insieme tutti quanti istettono fermi, mentre che santo Francesco compiè di predicare; e poi anche non si partivano, insino a tanto ch’elli diede loro la benedizione sua... La sustanza della predica di santo Francesco fu questa: - Sirocchie mie uccelli, voi siete molto tenuti a Dio vostro creatore, e sempre et in ogni luogo il dovete laudare, imperò ch’elli v’ha dato libertà di volare in ogni lato, anche v’ha dato il vestimento duplicato e triplicato; appresso, perch’elli riservò il seme di voi nell’arca di Noè, acciocché la spezie vostra non venisse meno nel mondo: ancora gli siete tenuti per lo elemento dell’aria che egli ha diputato a voi. Oltre a questo, voi non seminate e non mietete; et Iddio vi pasce e davvi i fiumi e le fonti per vostro bere, e davvi i monti e le valli per vostro rifugio, e li arbori alti per fare il vostro nido e, conciossiacosaché voi non sappiate filare né cucire, Iddio veste voi e’ vostri figliuoli; onde molto v’ama il creatore poich’ elli vi dà tanti benefici, e però guardatevi, sirocchia mie, del peccato della ingratitudine, ma sempre vi studiate di lodare Iddio. Dicendo loro santo Francesco queste parole, tutti quanti quelli uccelli cominciarono ad aprire i becchi, a stendere i colli, ad aprire l’ale, e riverentemente chinare i capi infino a terra, e con atti e con canti dimostrare che le parole del padre santo davano a loro grandissimo diletto.

Dai Racconti Sufi di Rumi:

C’era una volta un turco, di nome Timur Agha, che stava passando al setaccio paesi e città, villaggi e contrade, alla ricerca di qualcuno che potesse insegnargli la lingua degli animali e degli uccelli... Ora, avvenne che un giorno, proprio perché aveva saputo coltivare le qualità della virilità e della generosità, egli salvò la vita a un vecchio derviscio dall'aspetto fragile che era rimasto appeso alle funi rotte di un ponte di corda, in montagna. “Figlio mio, sono Bahaudin il derviscio”, disse il vecchio, “e ho letto nei tuoi pensieri. D'ora in poi conoscerai il linguaggio degli animali”. Timur Agha promise di non confidare mai il segreto a nessuno e si affrettò a tornare alla sua fattoria. Ben presto si presentò l'occasione di mettere in pratica il suo nuovo potere. Un bue e un'asina stavano discutendo nel loro linguaggio: “Io devo tirare l'aratro”, diceva il bue, “mentre tu non hai altro da fare che andare al mercato. Sei indubbiamente più intelligente di me; consigliami, dunque, perché voglio uscire da questa triste situazione”. “Tutto ciò che devi fare”, rispose l'asina astutamente, “è sdraiarti a terra e simulare un terribile mal di stomaco. Il contadino si prenderà cura di tè perché sei un animale prezioso. Ti lascerà riposare e ti darà del cibo migliore”. Ma Timur aveva naturalmente capito tutto e quando il bue si sdraiò a terra disse ad alta voce: “Questa sera stessa porterò questo bue al macello, a meno che non si senta meglio entro mezz'ora”. Immediatamente il bue si sentì meglio, persino molto meglio di prima! La cosa divertì molto Timur, che si mise a ridere. Sua moglie - che era curiosa e di indole piuttosto arcigna - gli chiese con insistenza il motivo della sua allegria. Ricordandosi della sua promessa, Timur si rifiutò di parlarne. Il giorno dopo si recarono al mercato: la moglie era seduta sull'asina, mentre il contadino camminava al suo fianco e l'asinello li seguiva trotterellando. Il piccolo asino si mise a ragliare e Timur capì che stava dicendo a sua madre: “Non ce la faccio più a camminare; fammi salire in groppa”. La madre rispose, nella lingua asinina: “Sto portando la moglie del contadino, e noi siamo solo animali; questa è la nostra sorte; non c'è nulla che possa fare per te, figlio mio!”. Timur fece immediatamente scendere sua moglie dall'asina per permettere all'asinello di riposare. Si fermarono sotto un albero. La moglie era furiosa, ma Timur disse solo: “Credo che sia ora di riposarci”. L'asina pensò: “Quest'uomo conosce la nostra lingua. Mi avrà sentito parlare con il bue ed ecco perché lo ha minacciato di farlo macellare. Però a me non ha fatto nulla, anzi, ha ripagato l'intrigo con la gentilezza”. Emise un raglio che voleva dire: “Grazie, padrone”. Timur si mise a ridere al pensiero del segreto che aveva, ma la moglie era sempre più arrabbiata. “Credo che tu capisca qualcosa del linguaggio di questi animali”, disse infine. “Chi ha mai sentito dire di animali che parlano?”, chiese Timur. Quando furono rientrati a casa, Timur preparò il giaciglio del bue con della paglia fresca che aveva comprato, e il bue gli disse: “Tua moglie ti assilla! Di questo passo il tuo segreto sarà presto svelato. Se solo te ne rendessi conto, pover’uomo, potresti insegnarle a comportarsi bene e ad evitarti dispiaceri solo minacciandola di frustarla con una bacchetta non più grossa del tuo mignolo”. “Ecco che questo bue che ho minacciato di portare al macello si preoccupa del mio benessere!”, pensò Timur. Così andò da sua moglie, prese una bacchetta e le disse: “Vuoi comportarti bene? Vuoi smetterla di farmi domande anche quando non faccio altro che ridere?”. La donna ne fu molto allarmata, perché il marito non le aveva mai parlato in quel tono; e in seguito Timur non corse mai più il rischio di fare rivelazioni. E fu così che gli fu risparmiata l'orribile sorte riservata a coloro che svelano segreti a chi non è pronto a riceverli.


mercoledì 14 aprile 2021

Religioni e mistica

La mistica, per sua natura, si presta al fraintendimento. Il termine deriva dal greco mistikòs che rimanda all’idea di mistero e a un atteggiamento di chiusura (myo). I mistici attingono a Dio facendo appello a capacità segrete e soprannaturali. È pensiero comune - e qui starebbe il fraintendimento - che ciò avvenga a prescindere dalla ragione e dall’esperienza sensibile. Al contrario contemplazione e azione sono strettamente intrecciate nell’esperienza mistica. Scrive Leonardo Boff: “La parola mistica... non possiede in origine un contenuto teorico, legata com’è all’esperienza religiosa nei riti di iniziazione. La persona è condotta a sperimentare - per mezzo di celebrazioni, canti, danze, rappresentazioni sceniche e gesti rituali - una rivelazione o una illuminazione quale si conserva in un determinato gruppo chiuso” (Mistica e spiritualità, Cittadella, Assisi 1995).

Il domenicano Meister (maestro) Eckhart (1260-1328) affermava: “se vuoi trovare Dio, fai il vuoto in te stesso e lascia che sia Dio a parlare”. Fare il vuoto interiore non significa chiudere le porte al mondo. Significa piuttosto, scrive Boff, “creare, come diceva Eckhart, una grande sensibilità, capace di ascoltare il proprio cuore. Non solo in senso metaforico, ma fisico. Affinare in tal modo i sensi da essere in grado di ascoltare il minimo rumore, di distinguere il minimo colore, di captare i battiti del cuore...” (op. cit.). Un versante poco praticato è la mistica dei cinque sensi presente già in Origene e successivamente elaborata da altri.

Uno di questi è il sant’Ignazio di Loyola degli Esercizi spirituali. Prendiamo ad esempio la sua composizione di luogo tesa a ricostruire l’inferno: “Vedere con la vista dell’immaginazione le grandi fiamme... Udire con l’udito pianti, clamori, grida, bestemmie... Odorare con l’odorato fumo, zolfo, puzzo di sentina e putridume... Assaporare col gusto cose amare, come lacrime, tristezza e il verme della coscienza... Toccare col tatto, ossia come le fiamme toccano e bruciano le anime”. Scrive Sergio Quinzio: “l’intenzionale difesa e riaffermazione della religione tradizionale, del passato, finiscono paradossalmente per generare il moderno... Gli Esercizi sono moderni anzitutto nel loro carattere dinamico, costruttivo, pragmatico: si tratta di cose da fare esercitando al massimo tutte le proprie facoltà, per giungere a concrete scelte di vita, qui e ora” (Radici ebraiche del moderno, Adelphi, Milano 1990).

Ecco una mistica che non rinuncia affatto all’esperienza sensibile e alla ragione. Una mistica che sembra offrire risposte ai bisogni moderni. Bisogni che le religioni tradizionali non sempre comprendono. Scrive Carlo Carozzo: “Le tendenze mistiche emergenti nelle società industriali avanzate esprimono un mutamento culturale che le religioni storiche non riescono a cogliere” (Mistica e crisi delle istituzioni religiose, in Concilium n. 4/1994). Non sempre, almeno.

II monachesimo cristiano colma il vuoto lasciato da una Chiesa che si adatta all’Impero. Poco alla volta l’esperienza religiosa finirà per acquistare un valore in sé a prescindere dalla relazione col mondo. Scrive Frei Betto: “L’ascesi non aveva più alcun firtto di carità o ripercussioni sociali e politiche. Era il solipsismo, una specie di narcisismo spirituale... (S. Agostino è) il primo dei figli di genitori separati che noi tutti, cristiani, ancora siamo: figli della tradizione unitaria ebraica e del dualismo greco... Molti conservano ancora l’idea che l’essere umano si trova diviso in due campi tra loro nemici: il corpo, che tende al peccato, e lo spirito, che tende alla grazia” (Mistica e spiritualità, Cittadella, Assisi 1995).

Il simbolismo verticale di unione con Dio viene messo in contrasto con il simbolismo orizzontale di un pathos per il mondo. Noi oggi viviamo una continua oscillazione tra questi due poli. Scrive ancora Betto: “Siamo la prima generazione a passare da un polo all’altro, è normale che non riusciamo a ottenere una sintesi in questa dialettica” (op. cit.). Oggi viviamo un conflitto tra i momenti forti di preghiera e di raccoglimento e quelli deboli di impegno e di vita mondana. L’integrazione tra questi due aspetti ci risulta faticosa e, a volte, impossibile.

Negli scritti dei mistici, quali Giovanni della Croce o Teresa d’Avila, le espressioni più dure sono proprio riservate alle sensazioni spirituali. La critica è rivolta alle visioni e alle rivelazioni. Scrive Leonardo Boff: “Non illudetevi. Il cammino che porta dentro se stessi è estremamente doloroso... Prendiamo l’esempio di S. Francesco d’Assisi. Solo dopo molta pazienza e molta lacerazione interiore (e anche fisica, con le stigmate) egli ebbe la sua trasfigurazione e poté cantare il Cantico delle creature, chiamandole tutte col nome di fratelli e sorelle… Il mistero cristiano è il mistero del Venerdì Santo e della Risurrezione. Non c’è Risurrezione senza Venerdì Santo” (op. cit.).


mercoledì 7 aprile 2021

Etica ebraica

Nella Bibbia il fare è centrale. La verità si svela nell’agire umano. Le azioni rivelano le potenzialità e, più sottilmente, anche i desideri dell’essere umano. Alla base dell’etica e della fede ebraiche stanno domande quali: che fare? come comportarsi? La risposta a tali domande viene ricercata nella Torah scritta e orale (halakhah). Jacob Malcki riporta un elenco di passi sul rapporto tra l’essere umano e il suo prossimo: “priorità dell’azione (Esodo 12,46); l’uomo non è solo (Genesi 2,18); la perfezionabilità dell’uomo (Genesi 4,7); la sacralità della vita (Genesi 9,5-6); la solidarietà umana (Genesi 18,20-21); amare lo straniero, l’orfano e la vedova (Esodo 22,20-22; Levitico 19,33-34); amare il nemico (Esodo 23,4-5); amare il prossimo (Levitico 19,18); occhio per occhio, dente per dente (Esodo 21,22-25; Levitico 24,17-21); diritti del salariato (Levitico 19,13); la giustizia (Esodo 23,3; Levitico 19,35; Deuteronomio 1,16-17;16,19); limiti del potere dell’uomo sugli animali (Genesi 9,2; Levitico 7,26; Deuteronomio 12,23); limiti del potere dell’uomo sul regno vegetale (Deuteronomio 20,19-20); amore di Dio l’uomo (Osea 1-2)” (Radici ebraiche dell’etica, in SAE, Questione etica e impegno ecumenico delle Chiese, Dehoniane, Napoli 1986).

La Torah accomuna norme etiche e rituali. Allo stesso modo il giuridico non viene distinto dall’etica e dal rito. Scrive Sergio Quinzio: “L’ebraica religione della halakhah tende coerentemente, nelle sue formulazioni più rigorose, a proibire qualunque indagine che si sforzi di comprendere - in definitiva, dunque di giustificare in base a criteri altri - la ragione della norma imposta da Dio: una specie di proibizione di costruire un’etica” (Radici ebraiche del moderno, Adelphi, Milano 1990). I numerosi precetti ebraici sono tutti tratti dalla Torah. Questo è il loro valore: essere parola di Dio. Nulla a che fare con un eventuale contenuto etico o sociale. Scrive Paolo De Benedetti: “Il rapporto con i precetti è dunque, nello spirito ebraico, qualcosa di assai distante dalla costruzione di un'etica: e piuttosto assimilabile a quello che in linguaggio cristiano si chiamerebbe sacramento o, meno scolasticamente, memoriale” (La spiritualità ebraica, in Aa.Vv., Spirito del Signore e libertà, Morcelliana, Brescia 1982).

L’esecuzione dei precetti non produce eticità. L’idea di merito non appartiene alla tradizione ebraica. Così non è lecito separare i precetti morali da quelli rituali privilegiando i primi a scapito dei secondi. Scrive Paolo De Benedetti: “Una concezione del genere è profondamente estranea allo spirito ebraico, perché rappresenterebbe una specie di ispezione, se così posso esprimermi, dentro alla volontà di Dio. Sarebbe come arrogarsi il diritto, empio, di stabilire in quali casi Dio deve essere ascoltato e in quali invece si può lasciar correre” (Lo spirito dei precetti nella tradizione rabbinica, in L'ebraismo. Quaderni della Fondazione S. Carlo di Modena, n.° 4/1986).

Sergio Quinzio parla di nomadismo etico dell’ebraismo: “La verità è etica, e l’etica implica il nomadismo, mentre la fissità, la stabilità, ogni sintesi conciliatrice, è pagana. Il rapporto profondo che lega etica ed ebraismo si dà nel nomadismo, dove l’esperienza dell’infinito e l’esperienza del limite s’incontrano inquietando e lacerando l’uomo” (Radici ebraiche del moderno, Adelphi, Milano 1990).

La dinamica legata al “faremo e ascolteremo” (Esodo 19,24) inserisce il testo scritto in una permanente rilettura orale. Il riferimento concreto all’attualità, come evoluzione della storia, arricchisce e amplia la portata della parola di Dio. Scrive Jacob Malcki: “Si legge in Esodo 23,3-5: non abbandonare l’asino del tuo nemico, ma aiutalo; attraverso l’opera si educano i sentimenti (nella prospettiva lontana di una riconciliazione): la Torah non teorizza ma, mediante leggi pratiche, orienta verso mete altissime. Confronta, per somiglianza, Matteo 5,41: nel fare due miglia assieme, il nemico si trasforma in amico” (Radici ebraiche dell’etica, in SAE, Questione etica e impegno ecumenico delle Chiese, Dehoniane, Napoli 1986).

Proviamo a definire qualche criterio ermeneutico per l’etica ebraica: la sacralità della vita, l’immagine di Dio, la siepe attorno alla Torah.

Tre termini ebraici definiscono la vita: nefesh, ruach e chajim. Nefesh significa alito, gola, respiro. Ruach indica soffio, fiato, respiro, vento, vitalità. La chajim, ovvero la vita di chi respira, è dono di Dio. Nella Genesi l’essere vivente (nefesh chajah) può essere l’uomo o l’animale (Salmo 104,29; Qoelet 3,19). A favore della salvezza della vita (pikkuach nefesh) si possono violare tutti i precetti tranne tre: omicidio, fornicazione, idolatria. Per la legge ebraica sposarsi e procreare è un obbligo stretto per ogni uomo (212° precetto di Maimonide).

La somiglianza dell’uomo con Dio è norma essenziale e insegnamento di vita. Sta scritto nel Talmud: “Ben Azzaj considerava Genesi 5,1 il principio supremo della Torah” (Haghigah 14 b).

Il giudaismo rabbinico non aspira al sapere su Dio. Piuttosto aspira a sapere cosa Dio vuole. La fede ebraica si fonda sulla Torah, sui precetti, non su una dottrina teologica o mistica. Scrive Paolo De Benedetti: “Si capisce, infine, un principio come quello detto hiddur mizvah (abbellimento del precetto), che, come quello del sejag (siepe), non si giustifica con una pura scrupolosità, ma quasi con una sorta di gioia indugiante sul precetto” (La spiritualità ebraica, in Aa.Vv., Spirito del Signore e libertà, Morcelliana, Brescia 1982).

L’ebraismo oggi è attraversato da una disputa che vede contrapposti i sostenitori di una concezione puramente etica della scelta morale e quelli di una supremazia della halakhah. La prima posizione ha tra i suoi maggiori esponenti Lazarus (sec. XIX) e, nella prima metà del secolo scorso, Leo Baeck, Martin Buber, Achad Haam, Franz Rosenzweig. L'ebraismo italiano, con Samuel David Luzzatto e Dante Lattes, ha cercato una via media e una sintesi. L'opposizione tra filosofi e ortodossi si è manifestata a Gerusalemme, verso la metà del secolo scorso, nella polemica tra Hugo Bergman, dell'Università Ebraica, e Jeshajahu Leibovitz, figura assai originale di scienziato e di pensatore religioso.

La tradizione ebraica contiene elementi a favore sia dell'una sia dell'altra tradizione. La precoce trasformazione della legge del taglione in sistema di risarcimento dimostra che l'etica della halakhah ha avuto una evoluzione. Del resto la possibile contrapposizione tra etica e rituale è percepita già dai profeti (cf Michea 6,7-8). Oggi resta il problema di fare una scelta nelle proposte contenute nell’etica dei precetti. Ciò è evidente soprattutto in Israele, dove una società ebraica deve affrontare nuovi problemi, quali i trapianti, la manipolazione genetica, l'eutanasia, l'aborto.

Le comunità ebraiche devono, come tutti, affrontare nuovi problemi etici quali i trapianti, la manipolazione genetica, l'eutanasia, l'aborto. Solo di fronte alle enormi questioni tipiche della bioetica, ci si rivolge alle grandi autorità internazionali, mentre ordinariamente ogni zona territoriale ha il suo rabbinato di competenza. Il parere espresso dal rabbino è vincolante, da un punto di vista morale, per la persona che lo ha richiesto.

Ogni problema deve essere risolto facendo ricorso alla legge, ma per gli ebrei è importante essere e rimanere un popolo di gente pensante. Dunque le diversità delle soluzioni dipenderanno dalla novità del problema e dalle circostanze in cui il problema si è posto.

Cosa fare se, in una coppia avviata al matrimonio, all’uomo viene diagnosticato un tumore? Sposarsi precipitosamente e tentare di avere un figlio? Oppure prelevare e congelare lo sperma? I rabbini consigliarono la prima soluzione: la donna rimase incinta, nacque una bambina e l’uomo morì.

Nel caso, ad esempio, della procreazione assistita delle due madri, una genetica (che dà l’ovulo) e una gravidica (che dà l’utero), è da considerare madre per la legge quella coinvolta nella gestazione e nel parto. Nel caso di fecondazione da donatore si deve conoscere il donatore per evitare casi d’incesto.

Per l’aborto c’è un’assoluta priorità del diritto della madre rispetto a quello del nascituro. Il rabbinato di Gerusalemme autorizzò l’aborto al settimo mese di gravidanza di un feto affetto da gravi patologie. Un caso analogo negli Stati Uniti fu valutato diversamente.

Nel 1968 i maggiori rabbini affermarono che il trapianto cardiaco era un duplice omicidio. Poi si svilupparono le conoscenze nel campo dell’immunosoppressione e i fenomeni di rigetto si ridussero. Studi approfonditi crearono il concetto di morte cerebrale. Nel 1987 il rabbinato centrale ha emesso una sentenza in cui autorizzava il trapianto cardiaco.

Un caso antichissimo di eutanasia è quello del moribondo il cui cuore continua a battere perché entrato in risonanza con il rumore ritmico di uno spaccalegna che lavora poco lontano. In questo caso è consentito chiedere allo spaccalegna di fermarsi e di rimuovere così la causa che rallentava la morte di quella persona.

martedì 6 aprile 2021

Rav Elia Richetti

Ho lavorato con rav Elia Richetti per tre aperture del Tempio di via Guastalla alla città di Milano in occasione della Giornata (17 gennaio) che i vescovi dedicano all’ebraismo.
Mi sono confrontato con lui su un palco di un teatro come rappresentanti di fedi diverse in dialogo.
Ma il ricordo più dolce è un giorno che mi recai in via Guastalla per consegnare un documento. Lui era nel suo ufficio con la porta aperta. Stava verificando la conoscenza dell’ebraico di un candidato al bar mitzvà accompagnato dal padre. Rav Richetti mi fece cenno di aspettare e mi strizzò l’occhio. Rimproverò amabilmente il padre per l’impreparazione del figlio. Li congedò e, facendomi entrare, mi disse con un gran sorriso: “Come vedi siamo diversi ma abbiamo gli stessi problemi”.
Questo era rav Richetti. Un portatore di grande umanità. La sua memoria sia in benedizione.

giovedì 1 aprile 2021

Il Pierino Radice e l'Aldo Mazzola

Nell’estate del 1944, visti gli scarsi esiti del reclutamento volontario e della precettazione, la Guardia Nazionale Repubblicana passò ai rastrellamenti nei locali pubblici o per strada, fermando persone sospette o prive di documenti validi.

Antonio Cattaneo era nato l’11 luglio del 1905 e risiedeva in via Roma 27 a Lentate sul Seveso. Era sposato con Antonia De Chiara e faceva il salumiere. Partì il 15 luglio per Katowice e fu rimpatriato il 22 giugno dell’anno successivo. Fu internato ad Auschwitz, dove lavorò agli impianti della IG Farben, una fabbrica chimica.

Lino Ceppi era nato il 13 marzo del 1926 e viveva al numero 2 di via Umberto I. Era celibe e di professione manovale edile. Partì il 1 agosto per Nuernberg, dove lavorò alla Dyckerhoff und Widmann, in Zufuhrstrasse 15.

Angelo Ferri era nato il 4 marzo del 1905 a Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza, e abitava in via Nazionale dei Giovi 7. Era sposato con Rosa Veneroni e aveva cinque figli. Partì il 7 agosto per Torgan e fu rimpatriato il 29 giugno dell’anno dopo. Fu internato nel lager Vogelgesang Kreis.

Giosuè Radice era nato il 30 aprile del 1923 e risiedeva in via Nazionale 44. Era sposato con Natalina Chiodini e faceva il fonditore. Partì il 1 agosto per Berlino e lavorò allo Spandauer Waffenwerke, l’ufficio materie prime delle SS, a Spandau Bei Hei.

Serafino Sala era nato il 1 settembre del 1923 e abitava in vicolo Corridoni 2. Era celibe e faceva il muratore. Partì il 1 agosto per Nuernberg dove lavorò alla Dyckerhoff und Widmann in Zufuhrstrasse 15.

Poi venne la volta delle pattuglie motorizzate tedesche. In pieno giorno chiudevano le strade con posti di blocco volanti. Fermavano i passanti con documenti non in ordine o non in regola con il proprio lavoro e li deportavano come lavoratori coatti. Quindi venne svuotate le carceri. I detenuti vennero inviati nelle fabbriche di armamenti del Reich. Un decreto ministeriale autorizzava il prelevamento dei condannati, dei prigionieri politici e dei confinati (Gefangenenaktion).

Tra i detenuti in custodia preventiva nel carcere di Como c’era Pierino Radice. Era nato il 4 gennaio del 1923 e abitava in via General Cantore 6 a Copreno. Era celibe e faceva il macellaio. Il 23 agosto venne spostato da Como a San Vittore e due giorni dopo fu inviato in Germania. Fece l’apprendista meccanico a Spandau e rientrò in Italia il 4 agosto dell’anno successivo.

Tra i carcerati di lunga data a San Vittore c’era Gianpaolo Bonfanti. Era nato il 7 febbraio del 1923 a Credera, in provincia di Cremona, e viveva in via Nazionale 19. Era celibe e faceva il tipografo. Venne arrestato il 21 febbraio a Lambrate e fu consegnato a San Vittore il 3 settembre da un soldato tedesco. Venne rilasciato l’11 settembre per essere trasferito in Germania e fu rimpatriato il 9 settembre dell’anno dopo.

I volontari e i precettati recatisi agli sportelli incontravano i familiari di quelli già partiti che reclamavano gli stipendi che non arrivavano. L’inflazione poi faceva perdere di valore il salario tedesco. Ai lavoratori partiti veniva ritirata la tessera annonaria privando le famiglie di generi alimentari. Madre e padre di Pierino Radice si recarono in comune per chiedere la rimessa.

Alle ore 10 del 23 novembre gli operai della Pirelli bloccarono le macchine per uno sciopero. Le SS irruppero nella fabbrica della Bicocca e li portarono a San Vittore. Alberto Pirelli tentò di liberarli e fu accusato di connivenza con i comunisti e i socialisti. Con la loro divisa grigio chiara partirono il 28 novembre dallo scalo Farini per la Germania. Il treno si fermò a Rezzato, in provincia di Brescia, a causa dei bombardamenti.

Aldo Mazzola era nato il 13 marzo del 1914 e viveva in via Fiume 2 a Copreno. Era celibe e operaio assunto in Pirelli l’8 febbraio del 1942. A San Vittore venne registrato con il numero di matricola 372. Fuggì forzando il vagone. Riempita di paglia una tuta della Pirelli, messa fuori dal vagone come un pupazzo, nessuno sparò. Si diedero alla fuga in tre o quattro.

Gli altri stettero qualche giorno in una fattoria sorvegliati dalle guardie. Poi partirono in camion per Trento e da qui a Reichenau vicino Innsbruck dove lavorarono per l’economia bellica del Reich.

Santino Radice era nato il 25 ottobre del 1889 e risiedeva in via Vittorio Veneto 16. Era celibe e falegname. Fu inviato a Dessau in Magdeburgo alla Junkers Flugzeng und Motorenbau.

L’ecumenismo tra le Chiese della Riforma (Gioachino Pistone)

Nel preparare questa conversazione ho pensato che probabilmente gli avvenimenti più recenti e le posizioni delle Chiese protestanti su di es...