Nella Bibbia il fare è centrale. La verità si svela nell’agire umano. Le azioni rivelano le potenzialità e, più sottilmente, anche i desideri dell’essere umano. Alla base dell’etica e della fede ebraiche stanno domande quali: che fare? come comportarsi? La risposta a tali domande viene ricercata nella Torah scritta e orale (halakhah). Jacob Malcki riporta un elenco di passi sul rapporto tra l’essere umano e il suo prossimo: “priorità dell’azione (Esodo 12,46); l’uomo non è solo (Genesi 2,18); la perfezionabilità dell’uomo (Genesi 4,7); la sacralità della vita (Genesi 9,5-6); la solidarietà umana (Genesi 18,20-21); amare lo straniero, l’orfano e la vedova (Esodo 22,20-22; Levitico 19,33-34); amare il nemico (Esodo 23,4-5); amare il prossimo (Levitico 19,18); occhio per occhio, dente per dente (Esodo 21,22-25; Levitico 24,17-21); diritti del salariato (Levitico 19,13); la giustizia (Esodo 23,3; Levitico 19,35; Deuteronomio 1,16-17;16,19); limiti del potere dell’uomo sugli animali (Genesi 9,2; Levitico 7,26; Deuteronomio 12,23); limiti del potere dell’uomo sul regno vegetale (Deuteronomio 20,19-20); amore di Dio l’uomo (Osea 1-2)” (Radici ebraiche dell’etica, in SAE, Questione etica e impegno ecumenico delle Chiese, Dehoniane, Napoli 1986).
La Torah accomuna norme etiche e rituali. Allo stesso modo il giuridico non viene distinto dall’etica e dal rito. Scrive Sergio Quinzio: “L’ebraica religione della halakhah tende coerentemente, nelle sue formulazioni più rigorose, a proibire qualunque indagine che si sforzi di comprendere - in definitiva, dunque di giustificare in base a criteri altri - la ragione della norma imposta da Dio: una specie di proibizione di costruire un’etica” (Radici ebraiche del moderno, Adelphi, Milano 1990). I numerosi precetti ebraici sono tutti tratti dalla Torah. Questo è il loro valore: essere parola di Dio. Nulla a che fare con un eventuale contenuto etico o sociale. Scrive Paolo De Benedetti: “Il rapporto con i precetti è dunque, nello spirito ebraico, qualcosa di assai distante dalla costruzione di un'etica: e piuttosto assimilabile a quello che in linguaggio cristiano si chiamerebbe sacramento o, meno scolasticamente, memoriale” (La spiritualità ebraica, in Aa.Vv., Spirito del Signore e libertà, Morcelliana, Brescia 1982).
L’esecuzione dei precetti non produce eticità. L’idea di merito non appartiene alla tradizione ebraica. Così non è lecito separare i precetti morali da quelli rituali privilegiando i primi a scapito dei secondi. Scrive Paolo De Benedetti: “Una concezione del genere è profondamente estranea allo spirito ebraico, perché rappresenterebbe una specie di ispezione, se così posso esprimermi, dentro alla volontà di Dio. Sarebbe come arrogarsi il diritto, empio, di stabilire in quali casi Dio deve essere ascoltato e in quali invece si può lasciar correre” (Lo spirito dei precetti nella tradizione rabbinica, in L'ebraismo. Quaderni della Fondazione S. Carlo di Modena, n.° 4/1986).
Sergio Quinzio parla di nomadismo etico dell’ebraismo: “La verità è etica, e l’etica implica il nomadismo, mentre la fissità, la stabilità, ogni sintesi conciliatrice, è pagana. Il rapporto profondo che lega etica ed ebraismo si dà nel nomadismo, dove l’esperienza dell’infinito e l’esperienza del limite s’incontrano inquietando e lacerando l’uomo” (Radici ebraiche del moderno, Adelphi, Milano 1990).
La dinamica legata al “faremo e ascolteremo” (Esodo 19,24) inserisce il testo scritto in una permanente rilettura orale. Il riferimento concreto all’attualità, come evoluzione della storia, arricchisce e amplia la portata della parola di Dio. Scrive Jacob Malcki: “Si legge in Esodo 23,3-5: non abbandonare l’asino del tuo nemico, ma aiutalo; attraverso l’opera si educano i sentimenti (nella prospettiva lontana di una riconciliazione): la Torah non teorizza ma, mediante leggi pratiche, orienta verso mete altissime. Confronta, per somiglianza, Matteo 5,41: nel fare due miglia assieme, il nemico si trasforma in amico” (Radici ebraiche dell’etica, in SAE, Questione etica e impegno ecumenico delle Chiese, Dehoniane, Napoli 1986).
Proviamo a definire qualche criterio ermeneutico per l’etica ebraica: la sacralità della vita, l’immagine di Dio, la siepe attorno alla Torah.
Tre termini ebraici definiscono la vita: nefesh, ruach e chajim. Nefesh significa alito, gola, respiro. Ruach indica soffio, fiato, respiro, vento, vitalità. La chajim, ovvero la vita di chi respira, è dono di Dio. Nella Genesi l’essere vivente (nefesh chajah) può essere l’uomo o l’animale (Salmo 104,29; Qoelet 3,19). A favore della salvezza della vita (pikkuach nefesh) si possono violare tutti i precetti tranne tre: omicidio, fornicazione, idolatria. Per la legge ebraica sposarsi e procreare è un obbligo stretto per ogni uomo (212° precetto di Maimonide).
La somiglianza dell’uomo con Dio è norma essenziale e insegnamento di vita. Sta scritto nel Talmud: “Ben Azzaj considerava Genesi 5,1 il principio supremo della Torah” (Haghigah 14 b).
Il giudaismo rabbinico non aspira al sapere su Dio. Piuttosto aspira a sapere cosa Dio vuole. La fede ebraica si fonda sulla Torah, sui precetti, non su una dottrina teologica o mistica. Scrive Paolo De Benedetti: “Si capisce, infine, un principio come quello detto hiddur mizvah (abbellimento del precetto), che, come quello del sejag (siepe), non si giustifica con una pura scrupolosità, ma quasi con una sorta di gioia indugiante sul precetto” (La spiritualità ebraica, in Aa.Vv., Spirito del Signore e libertà, Morcelliana, Brescia 1982).
L’ebraismo oggi è attraversato da una disputa che vede contrapposti i sostenitori di una concezione puramente etica della scelta morale e quelli di una supremazia della halakhah. La prima posizione ha tra i suoi maggiori esponenti Lazarus (sec. XIX) e, nella prima metà del secolo scorso, Leo Baeck, Martin Buber, Achad Haam, Franz Rosenzweig. L'ebraismo italiano, con Samuel David Luzzatto e Dante Lattes, ha cercato una via media e una sintesi. L'opposizione tra filosofi e ortodossi si è manifestata a Gerusalemme, verso la metà del secolo scorso, nella polemica tra Hugo Bergman, dell'Università Ebraica, e Jeshajahu Leibovitz, figura assai originale di scienziato e di pensatore religioso.
La tradizione ebraica contiene elementi a favore sia dell'una sia dell'altra tradizione. La precoce trasformazione della legge del taglione in sistema di risarcimento dimostra che l'etica della halakhah ha avuto una evoluzione. Del resto la possibile contrapposizione tra etica e rituale è percepita già dai profeti (cf Michea 6,7-8). Oggi resta il problema di fare una scelta nelle proposte contenute nell’etica dei precetti. Ciò è evidente soprattutto in Israele, dove una società ebraica deve affrontare nuovi problemi, quali i trapianti, la manipolazione genetica, l'eutanasia, l'aborto.
Le comunità ebraiche devono, come tutti, affrontare nuovi problemi etici quali i trapianti, la manipolazione genetica, l'eutanasia, l'aborto. Solo di fronte alle enormi questioni tipiche della bioetica, ci si rivolge alle grandi autorità internazionali, mentre ordinariamente ogni zona territoriale ha il suo rabbinato di competenza. Il parere espresso dal rabbino è vincolante, da un punto di vista morale, per la persona che lo ha richiesto.
Ogni problema deve essere risolto facendo ricorso alla legge, ma per gli ebrei è importante essere e rimanere un popolo di gente pensante. Dunque le diversità delle soluzioni dipenderanno dalla novità del problema e dalle circostanze in cui il problema si è posto.
Cosa fare se, in una coppia avviata al matrimonio, all’uomo viene diagnosticato un tumore? Sposarsi precipitosamente e tentare di avere un figlio? Oppure prelevare e congelare lo sperma? I rabbini consigliarono la prima soluzione: la donna rimase incinta, nacque una bambina e l’uomo morì.
Nel caso, ad esempio, della procreazione assistita delle due madri, una genetica (che dà l’ovulo) e una gravidica (che dà l’utero), è da considerare madre per la legge quella coinvolta nella gestazione e nel parto. Nel caso di fecondazione da donatore si deve conoscere il donatore per evitare casi d’incesto.
Per l’aborto c’è un’assoluta priorità del diritto della madre rispetto a quello del nascituro. Il rabbinato di Gerusalemme autorizzò l’aborto al settimo mese di gravidanza di un feto affetto da gravi patologie. Un caso analogo negli Stati Uniti fu valutato diversamente.
Nel 1968 i maggiori rabbini affermarono che il trapianto cardiaco era un duplice omicidio. Poi si svilupparono le conoscenze nel campo dell’immunosoppressione e i fenomeni di rigetto si ridussero. Studi approfonditi crearono il concetto di morte cerebrale. Nel 1987 il rabbinato centrale ha emesso una sentenza in cui autorizzava il trapianto cardiaco.
Un caso antichissimo di eutanasia è quello del moribondo il cui cuore continua a battere perché entrato in risonanza con il rumore ritmico di uno spaccalegna che lavora poco lontano. In questo caso è consentito chiedere allo spaccalegna di fermarsi e di rimuovere così la causa che rallentava la morte di quella persona.
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