Gentili Rav,
il dover rispondere ai vostri cortesi messaggi del 20 dicembre scorso mi offre l’occasione per fornirvi alcune informazioni circa il cimitero ebraico di Monticelli d’Ongina, circa la sua storia recente e meno recente e circa il mio personale legame con tale cimitero.
La mia nonna paterna, Sara Osimo, era nata e cresciuta a Monticelli d’Ongina. Nell’anno in cui nacque nonna Sara (1858), a Monticelli vivevano più di cento ebrei, c’era il rabbino e c’era la sinagoga (il minuscolo aron kodesh della nostra sinagoga si trova ora ben esposto nel museo ebraico Fausto Levi di Soragna). Il nutrito nucleo di fratelli e sorelle di nonna Sara, e dei loro ancor più numerosi discendenti, andò via via spargendosi in varie regioni e città, dentro e fuori l’Italia, e la comunità ebraica monticellese, composta nell’800 da tre o quattro grandi famiglie variamente imparentate fra loro, andò in loco rapidamente esaurendosi. La gestione amministrativa di ciò che nel villaggio rimase di ebraico (in particolare, del cimitero) venne a un certo punto assunta, per competenza territoriale, dalla comunità ebraica di Parma. Da qualche decennio, peraltro, di ebraico, a Monticelli, c’è soltanto il nostro cimitero.
Va tuttavia fatto anche rilevare che nell’epoca dell’apertura dei ghetti e della conseguente emancipazione politica e socio-culturale degli ebrei d’Europa, coincisa in Italia con il novantennio 1848-1938, il processo d’integrazione degli ebrei nella più ampia società nazionale fu molto rapido. In tale contesto fu particolarmente notevole, soprattutto fra gli ebrei dell’Italia del nord, la tendenza ad abbandonare, assieme a molte delle pratiche del culto, anche la tradizionale endogamia: all’interno della nostra famiglia allargata, per esempio, i matrimoni misti furono frequentissimi.
L’ultimo ebreo vivente e operante a Monticelli, Ugo Soavi (un primo cugino di mio padre Emanuele Segre, nel senso che le due madri Osimo erano sorelle), sposò negli anni Venti Maria Curtarelli, una ragazza cattolica che purtroppo morì giovanissima nel 1933. All’epoca, il nostro cimitero era con ogni evidenza sotto la giurisdizione della comunità di Parma. Ebbene, Maria Curtarelli, moglie di Ugo e madre delle sue tre figlie ─ la cui tomba venne ammessa nel nostro cimitero senza particolari problemi, cioè con il beneplacito della rabbanut parmense ─ fu il primo caso di una lunga serie di coniugi non ebrei, uomini e donne della nostra famiglia allargata, le cui tombe sono andate moltiplicandosi nel nostro cimitero con la sostanziale funzione di consentire ai resti mortali ivi inumati di stare accanto a quelli dei loro coniugi ebrei.
Ma prima ancora della salma di Maria Curtarelli, nel cimitero ebraico di Monticelli vennero introdotti, sempre con il nullaosta del rabbino di Parma, i resti mortali di un altro ospite non proprio kasher: sto parlando di mio nonno Gabriel Segre, ebreo di Torino, il marito di nonna Sara, defunto negli anni Venti poco prima che io nascessi (nel 1930). Ebbene, come si evince dal testo inciso sulla lapide, la tomba di Gabriel ricopre niente meno che le sue ceneri: il mio nonno, in poche parole, da tipico libero pensatore, probabilmente massone, si fece cremare, e il rabbino di Parma dell’epoca, negli anni Venti del secolo scorso, non ritenne di sollevare obiezioni.
A mia memoria, dopo la Shoah e lungo tutti i decenni del dopoguerra, la comunità ebraica di Parma non sembrò dimostrare nei confronti del cimitero monticellese alcun effettivo interesse. La proprietà del terreno era ed è del Comune di Monticelli, ma la continuativa pluridecennale manutenzione del cimitero stesso è stato una prerogativa di cui si è assunto l’onere esclusivo la nostra famiglia allargata, e segnatamente quel ramo di essa rappresentato dai/dalle discendenti di Ugo Soavi, che con Monticelli d’Ongina hanno mantenuto più a lungo un legame diretto e significativo.
In buona sostanza, per poco meno di due secoli il cimitero ebraico di Monticelli ha funzionato quale grande ‘tomba di famiglia’: di una famiglia allargata composta da un amplissimo ventaglio di ‘marrani’, che nelle modalità più varie hanno continuato e continuano a tenere in vita brandelli significativi di memoria ebraica, facendo riferimento con amore, l’dor v’dor, di generazione in generazione, a un retaggio al quale non sono disposti a rinunciare. Sia chiaro perciò che a Monticelli il cimitero ebraico continua a esistere perché noi ─ i ‘marrani’ del cimitero ─ abbiamo continuato e continuiamo a farlo vivere: noi e non già la comunità ebraica di Parma.
Per quanto attiene al mio caso personale, da bambino i miei genitori non mi impartirono alcun tipo di educazione religiosa. Nell’iscrivermi (eravamo nell’Italia fascista) a una scuola pubblica di Milano, l’unica cosa che i miei genitori chiesero alla scuola fu che, quando la maestra faceva lezioni di catechismo (cattolico), io fossi messo fuori dell’aula. Evidentemente non volevano che io venissi in alcun modo catechizzato: volevano, molto laicamente, che mi fosse lasciata la libertà più piena di determinarmi e di scegliere il mio orientamento spirituale quando avessi raggiunto un’età tale da potermi orientare senza condizionamenti esterni. Questi condizionamenti arrivarono prima del previsto nell’autunno del 1938 quando, bandito di colpo da tutte le scuole del Regno d’Italia, compresi che ero un italiano ebreo, membro in Italia di una minoranza perseguitata e oppressa. E fu così che nei successivi ottant’anni mi sono ritrovato a fare i conti, in chiave laica, con l’antisemitismo e con la mia ebraicità, un po’ attraverso lo studio e molto attraverso la vita. L’dor v’dor, senza alcuna forzatura m’è accaduto di trasmettere ebraicità (quella mia, laica per l’appunto) prima ai figli e poi ai nipoti, ciascuno dei quali si identifica ora in qualche modo come ebreo/a pur non avendo ricevuto, in famiglia, alcuna educazione religiosa.
Nell’agosto di quest’anno ho compiuto 88 anni, e nel successivo ottobre è caduto il sessantesimo anniversario del mio matrimonio con Matilde (che di anni ne aveva soltanto 82). Pensavo e speravo di morire prima di lei, essendo più anziano di sei anni, ma le cose sono andate diversamente. E poiché mi consideravo legittimamente candidato a essere sepolto nel nostro cimitero accanto ai sepolcri di almeno tre generazioni di miei avi, in virtù di tale convinzione intendevo nei giorni scorsi farmi precedere in quell’amatissimo pezzo di terra dalla mia sessantennale compagna goyah, defunta prima di me. Ma ora entrambi voi mi fate sapere che ciò non sarà possibile: e la Legge 8 marzo 1989, n.101, alla quale vi appellate, vi dà ragione conferendovi un potere di veto che non contesterò, dato che non voglio per nessun motivo violare una legge della Repubblica italiana, per iniqua e fascistica che mi possa apparire. Constato che siete in una botte di ferro, e per parte mia desidero sgombrare subito dal campo il problema mio e di mia moglie. I resti mortali di Matilde e quelli miei riposeranno gli uni accanto agli altri in una località diversa: amiamo il nostro piccolo cimitero di famiglia, ma siamo sufficientemente laici ed ebrei per non coltivare idolatrie nei confronti di questo o quel luogo.
Desidero concludere il presente mio messaggio assicurandovi che guardo con il più profondo rispetto alla religiosità degli ebrei ortodossi, così come alla religiosità dei religiosi di qualsiasi altra religione. Ma proprio perché mi professo ebreo e laico non sono disposto ad accettare che vengano imposti a me, o ad altre persone che mi sono care, orientamenti, comportamenti o scelte ispirate ad astratti princìpi o dogmi. Nella mia lunga esistenza ho cercato di dare corpo e chiarezza a una definizione di laicità compatibile con la cultura degli ebrei. Secondo me, la laicità va letta anche in ambito ebraico come una scelta di metodo in virtù della quale la variegata pluralità di espressioni culturali e religiose che il mondo ebraico è andato storicamente producendo venga accolta positivamente: la pluralità, insomma, non come un aspetto ‘autodistruttivo’, non come minaccia a un’inossidabile e immutabile tradizione, ma come una ricchezza foriera di ulteriori arricchimenti.
Permettetemi infine di mettervi in guardia dai pericoli impliciti nel paradigma gestionale da voi proposto per il cimitero ebraico di Monticelli. A ben pensarci, un’applicazione rigorosa di tale paradigma richiederebbe l’espianto di varie decine di tombe non kasher. Ma lasciando da parte una simile assurdità, vorrei che vi rendeste conto che d’ora in poi nel nostro cimitero ben difficilmente potrebbero esservi in futuro delle ‘new entries’. Ritrovo anche qui, insomma, una perniciosa tendenza che sta ora prevalendo minacciosa nel piccolo mondo ebraico italiano: la tendenza a escludere, a selezionare, a individuare con scrupolo ciò che è ‘puro’ separandolo da ciò che puro non è, con l’inevitabile ma prevedibile scomparsa, fra alcuni decenni, di qualsiasi traccia di vita ebraica in Italia.
Vi saluto con un cordiale Shalom.