mercoledì 28 gennaio 2026

Noi “marrani” di Monticelli d’Ongina (Bruno Segre)

Gentili Rav,

il dover rispondere ai vostri cortesi messaggi del 20 dicembre scorso mi offre l’occasione per fornirvi alcune informazioni circa il cimitero ebraico di Monticelli d’Ongina, circa la sua storia recente e meno recente e circa il mio personale legame con tale cimitero.

La mia nonna paterna, Sara Osimo, era nata e cresciuta a Monticelli d’Ongina. Nell’anno in cui nacque nonna Sara (1858), a Monticelli vivevano più di cento ebrei, c’era il rabbino e c’era la sinagoga (il minuscolo aron kodesh della nostra sinagoga si trova ora ben esposto nel museo ebraico Fausto Levi di Soragna). Il nutrito nucleo di fratelli e sorelle di nonna Sara, e dei loro ancor più numerosi discendenti, andò via via spargendosi in varie regioni e città, dentro e fuori l’Italia, e la comunità ebraica monticellese, composta nell’800 da tre o quattro grandi famiglie variamente imparentate fra loro, andò in loco rapidamente esaurendosi. La gestione amministrativa di ciò che nel villaggio rimase di ebraico (in particolare, del cimitero) venne a un certo punto assunta, per competenza territoriale, dalla comunità ebraica di Parma. Da qualche decennio, peraltro, di ebraico, a Monticelli, c’è soltanto il nostro cimitero.

Va tuttavia fatto anche rilevare che nell’epoca dell’apertura dei ghetti e della conseguente emancipazione politica e socio-culturale degli ebrei d’Europa, coincisa in Italia con il novantennio 1848-1938, il processo d’integrazione degli ebrei nella più ampia società nazionale fu molto rapido. In tale contesto fu particolarmente notevole, soprattutto fra gli ebrei dell’Italia del nord, la tendenza ad abbandonare, assieme a molte delle pratiche del culto, anche la tradizionale endogamia: all’interno della nostra famiglia allargata, per esempio, i matrimoni misti furono frequentissimi.

L’ultimo ebreo vivente e operante a Monticelli, Ugo Soavi (un primo cugino di mio padre Emanuele Segre, nel senso che le due madri Osimo erano sorelle), sposò negli anni Venti Maria Curtarelli, una ragazza cattolica che purtroppo morì giovanissima nel 1933. All’epoca, il nostro cimitero era con ogni evidenza sotto la giurisdizione della comunità di Parma. Ebbene, Maria Curtarelli, moglie di Ugo e madre delle sue tre figlie  ─ la cui tomba venne ammessa nel nostro cimitero senza particolari problemi, cioè con il beneplacito della rabbanut parmense ─ fu il primo caso di una lunga serie di coniugi non ebrei, uomini e donne della nostra famiglia allargata, le cui tombe sono andate moltiplicandosi nel nostro cimitero con la sostanziale funzione di consentire ai resti mortali ivi inumati di stare accanto a quelli dei loro coniugi ebrei.

Ma prima ancora della salma di Maria Curtarelli, nel cimitero ebraico di Monticelli vennero introdotti, sempre con il nullaosta del rabbino di Parma, i resti mortali di un altro ospite non proprio kasher: sto parlando di mio nonno Gabriel Segre, ebreo di Torino, il marito di nonna Sara, defunto negli anni Venti poco prima che io nascessi (nel 1930). Ebbene, come si evince dal testo inciso sulla lapide, la tomba di Gabriel ricopre niente meno che le sue ceneri: il mio nonno, in poche parole, da tipico libero pensatore, probabilmente massone, si fece cremare, e il rabbino di Parma dell’epoca, negli anni Venti del secolo scorso, non ritenne di sollevare obiezioni.

A mia memoria, dopo la Shoah e lungo tutti i decenni del dopoguerra, la comunità ebraica di Parma non sembrò dimostrare nei confronti del cimitero monticellese alcun effettivo interesse. La proprietà del terreno era ed è del Comune di Monticelli, ma la continuativa pluridecennale manutenzione del cimitero stesso è stato una prerogativa di cui si è assunto l’onere esclusivo la nostra famiglia allargata, e segnatamente quel ramo di essa rappresentato dai/dalle discendenti di Ugo Soavi, che con Monticelli d’Ongina hanno mantenuto più a lungo un legame diretto e significativo.

In buona sostanza, per poco meno di due secoli il cimitero ebraico di Monticelli ha funzionato quale grande ‘tomba di famiglia’: di una famiglia allargata composta da un amplissimo ventaglio di ‘marrani’, che nelle modalità più varie hanno continuato e continuano a tenere in vita brandelli significativi di memoria ebraica, facendo riferimento con amore, l’dor v’dor, di generazione in generazione, a un retaggio al quale non sono disposti a rinunciare. Sia chiaro perciò che a Monticelli il cimitero ebraico continua a esistere perché noi ─ i ‘marrani’ del cimitero ─ abbiamo continuato e continuiamo a farlo vivere: noi e non già la comunità ebraica di Parma.

Per quanto attiene al mio caso personale, da bambino i miei genitori non mi impartirono alcun tipo di educazione religiosa. Nell’iscrivermi (eravamo nell’Italia fascista) a una scuola pubblica di Milano, l’unica cosa che i miei genitori chiesero alla scuola fu che, quando la maestra faceva lezioni di catechismo (cattolico), io fossi messo fuori dell’aula. Evidentemente non volevano che io venissi in alcun modo catechizzato: volevano, molto laicamente, che mi fosse lasciata la libertà più piena di determinarmi e di scegliere il mio orientamento spirituale quando avessi raggiunto un’età tale da potermi orientare senza condizionamenti esterni. Questi condizionamenti arrivarono prima del previsto nell’autunno del 1938 quando, bandito di colpo da tutte le scuole del Regno d’Italia, compresi che ero un italiano ebreo, membro in Italia di una minoranza perseguitata e oppressa. E fu così che nei successivi ottant’anni mi sono ritrovato a fare i conti, in chiave laica, con l’antisemitismo e con la mia ebraicità, un po’ attraverso lo studio e molto attraverso la vita. L’dor v’dor, senza alcuna forzatura m’è accaduto di trasmettere ebraicità (quella mia, laica per l’appunto) prima ai figli e poi ai nipoti, ciascuno dei quali si identifica ora in qualche modo come ebreo/a pur non avendo ricevuto, in famiglia, alcuna educazione religiosa.

Nell’agosto di quest’anno ho compiuto 88 anni, e nel successivo ottobre è caduto il sessantesimo anniversario del mio matrimonio con Matilde (che di anni ne aveva soltanto 82). Pensavo e speravo di morire prima di lei, essendo più anziano di sei anni, ma le cose sono andate diversamente. E poiché mi consideravo legittimamente candidato a essere sepolto nel nostro cimitero accanto ai sepolcri di almeno tre generazioni di miei avi, in virtù di tale convinzione intendevo nei giorni scorsi farmi precedere in quell’amatissimo pezzo di terra dalla mia sessantennale compagna goyah, defunta prima di me. Ma ora entrambi voi mi fate sapere che ciò non sarà possibile: e la Legge 8 marzo 1989, n.101, alla quale vi appellate, vi dà ragione conferendovi un potere di veto che non contesterò, dato che non voglio per nessun motivo violare una legge della Repubblica italiana, per iniqua e fascistica che mi possa apparire. Constato che siete in una botte di ferro, e per parte mia desidero sgombrare subito dal campo il problema mio e di mia moglie. I resti mortali di Matilde e quelli miei riposeranno gli uni accanto agli altri in una località diversa: amiamo il nostro piccolo cimitero di famiglia, ma siamo sufficientemente laici ed ebrei per non coltivare idolatrie nei confronti di questo o quel luogo.

Desidero concludere il presente mio messaggio assicurandovi che guardo con il più profondo rispetto alla religiosità degli ebrei ortodossi, così come alla religiosità dei religiosi di qualsiasi altra religione. Ma proprio perché mi professo ebreo e laico non sono disposto ad accettare che vengano imposti a me, o ad altre persone che mi sono care, orientamenti, comportamenti o scelte ispirate ad astratti princìpi o dogmi. Nella mia lunga esistenza ho cercato di dare corpo e chiarezza a una definizione di laicità compatibile con la cultura degli ebrei. Secondo me, la laicità va letta anche in ambito ebraico come una scelta di metodo in virtù della quale la variegata pluralità di espressioni culturali e religiose che il mondo ebraico è andato storicamente producendo venga accolta positivamente: la pluralità, insomma, non come un aspetto ‘autodistruttivo’, non come minaccia a un’inossidabile e immutabile tradizione, ma come una ricchezza foriera di ulteriori arricchimenti.

Permettetemi infine di mettervi in guardia dai pericoli impliciti nel paradigma gestionale da voi proposto per il cimitero ebraico di Monticelli. A ben pensarci, un’applicazione rigorosa di tale paradigma richiederebbe l’espianto di varie decine di tombe non kasher.  Ma lasciando da parte una simile assurdità, vorrei che vi rendeste conto che d’ora in poi nel nostro cimitero ben difficilmente potrebbero esservi in futuro delle ‘new entries’. Ritrovo anche qui, insomma, una perniciosa tendenza che sta ora prevalendo minacciosa nel piccolo mondo ebraico italiano: la tendenza a escludere, a selezionare, a individuare con scrupolo ciò che è ‘puro’ separandolo da ciò che puro non è, con l’inevitabile ma prevedibile scomparsa, fra alcuni decenni, di qualsiasi traccia di vita ebraica in Italia.

Vi saluto con un cordiale Shalom.

 

mercoledì 21 gennaio 2026

Fraternità tra le Chiese e i credenti (Gioachino Pistone)

La storia delle chiese cristiane vede purtroppo mancante un elemento per molti secoli, almeno dal 300 al 1800, quello della fraternità. I primi Concili si preoccupano di definire chi è ortodosso (chi vince) e definire eretico e scismatico chi è etero-dosso (cioè chi perde). Di questi ultimi ci si preoccupa di bruciare subito gli scritti, i quali infatti ci sono pervenuti solo attraverso citazioni di chi li confutava, e quindi non possiamo neanche sapere se sono esatte o volutamente distorte (e parecchie lo sembrano proprio). Poi si passerà a bruciare anche gli eretici, naturalmente per salvare la loro anima. Persino i protagonisti della Riforma protestante sin da subito litigheranno sulla concezione dei sacramenti in maniera tutt’altro che fraterna e la polemica tra luterani e calvinisti durerà secoli con toni estremamente accesi.

L’assurdità e l’incoerenza di queste posizioni vengono contestate da qualche spirito irenico, ma senza grande successo. Con una eccezione significativa. Una chiesa protestante radicale, la Società degli Amici, detti per scherno quaccheri (cioè tremolanti) ottiene dal Re d’Inghilterra di potersi stabilire in un territorio del Nord America e di costituire una colonia autonoma, che chiameranno Pennsylvania dal nome di un loro esponente di spicco, Willam Penn. Ebbene la Costituzione di questa colonia stabilisce, per la prima volta, la libertà per chiunque di manifestare pubblicamente qualunque credenza religiosa ed anche il proprio ateismo. Qui c’è dietro un mutamento radicale nel modo di considerare l’espressione di fede altrui. È libertà religiosa e quindi fraternità tra persone di diversa appartenenza confessionale e di pensiero.

Poi il teismo, quando non l’ateismo, illuminista arriva a ridicolizzare gli aspetti conflittuali, si comincia anche a livello di quella che si stava formando allora come “opinione pubblica” a riflettere e ripensare.

Dietro le baionette dei soldati inglesi e francesi che si spartiscono l’Africa e l’Asia arrivano anche i missionari delle diverse chiese. Molte popolazioni accettano con entusiasmo il messaggio cristiano, ma pongono una domanda ai missionari: voi che siete qui, cattolici, luterani, riformati, anglicani vi dite tutti cristiani, Perché allora siete così divisi e schierati gli uni contro gli altri?

E qui inizia la svolta. Gli esponenti di numerose Società Missionarie anglicane e protestanti si riuniscono per un congresso mondiale ad Edimburgo nel 1910 per cercare di rispondere a questa domanda. È il momento in cui nasce quello che ufficialmente si chiamerà ecumenismo.

Il processo va avanti con congressi, lavori di commissioni e la nascita di due organismi Life and Work e Faith and Order. Non si può seguire il dettaglio di questa pur fondamentale storia. Le due guerre mondiali impongono degli stop forzati, ma i contatti non si spengono. E così il 23 agosto del 1948 nasce ad Amsterdam il Consiglio Ecumenico delle Chiese che si dichiara nel primo articolo del suo statuto: «comunità fraterna di Chiese che confessano il Signore Gesù Cristo come Dio e Salvatore, secondo le Scritture, e si sforzano di rispondere insieme alla loro vocazione comune per la gloria di un solo Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo».

È un linguaggio nuovo finalmente si parla di fraternità fra chiese. A questo evento partecipano 147 chiese diverse, anglicane, protestanti ed alcune chiese ortodosse. La Chiesa Cattolica Romana viene invitata, ma declina l’invito. Durante gli anni della guerra fredda ci sarà un massiccio ingresso di chiese ortodosse dei Paesi dell’est europeo, per cui questa organizzazione rappresenterà una sorta di boccata d’aria fresca. Oggi fanno parte del CEC 349 chiese. La Chiesa Cattolica Romana invia diversi osservatori alle varie commissioni di lavoro e fa parte di una di esse (Faith and Order) a pieno titolo, ma non è ancora membro a tutti gli effetti.

Una delle conseguenze di questa ritrovata fraternità è che dal momento della sua fondazione, all’interno del CEC ci sono state una trentina di unioni di chiese in varie parti del mondo, dall’India al Canada. Vale a dire che chiese diverse, di diversa appartenenza e tradizione confessionale si sono unite per meglio testimoniare l’unico Evangelo, il Signore Gesù Cristo morto e risorto.

Ed è successo anche nella piccola minoranza protestante italiana: nel 1975 la Chiesa Metodista e la Chiesa Valdese hanno stipulato un patto di integrazione per cui da allora la chiesa si chiama ufficialmente Chiesa Evangelica Valdese - unione delle Chiese Valdesi e Metodiste. Si è mantenuto anche il rispetto per le differenze, come ad esempio i riferimenti internazionali, che sono diversi, Ma la gerarchia di assemblee che governa la Chiesa è unica, fino al Sinodo che è anch’esso unico, e ai pastori, ai pastori valdesi viene assegnata la cura pastorale di chiese metodiste e viceversa. Questo processo sta andando avanti con la collaborazione instaurata con le Unione delle Chiese Evangeliche Battiste in Italia e si è già arrivati al reciproco riconoscimento di sacramenti e ministeri, alla possibilità per i membri di chiesa di iscriversi ad una denominazione diversa dalla loro, mantenendo la loro identità originaria, da molti anni ormai si gestisce insieme un unico settimanale.

Certo ci sono ancora questioni non risolte (come il battesimo dei credenti e non, dei bambini o l’organizzazione ecclesiastica), tuttavia abbiamo già avuto casi in cui un pastore valdese curava anche una chiesa battista e viceversa.

E si potrebbero citare ancora molti effetti di questa ritrovata fraternità, cioè la Comunione delle Chiese Protestanti dei Paesi Latini d’Europa, gli accordi tra luterani tedeschi e la Chiesa Anglicana e tra questa e le chiese luterane dei Paesi scandinavi, la Comunione Evangelica di Azione Apostolica (che cura un rapporto di parternariato tra chiese francofone europee ed africane).

Ma, la Chiesa Cattolica Romana?

In questo ambito una tappa decisiva, anche se non proprio una svolta, si ha con il Concilio Ecumenico Vaticano II. Non credo lo si possa considerare qualcosa sbocciato dal nulla, anzi alle spalle ha avuto un lungo, anche se quasi sotterraneo, lavoro, soprattutto di alcuni grandi teologi, in particolare francesi e tedeschi. In ogni caso le decisioni prese modificarono fortemente alcuni atteggiamenti tradizionali nei confronti di altre chiese e poi l’uso del concetto di “popolo di Dio” (anche se, io credo, non esatto nei confronti del popolo di Israele) sviluppò una richiesta di partecipazione e di collegialità nelle decisioni senza precedenti, senza contare l’influenza che ebbe sulla teologia della liberazione. Ci fu un riflesso anche nelle citazioni sulla sinodalità. Ma, pur persistendo il rifiuto a definire chiese a pieno titolo le chiese della Riforma se ne riconosceva l’importanza spirituale. Inoltre, pur sostenendo che la pienezza dell’ecclesialità substit in (sussiste nella) chiesa di Roma, non si diceva che sussiste solo nella chiesa di Roma. E questo permise uno sviluppo fecondo, ampio e profondo dell’incontro e del dialogo tra cattolici e protestanti a tutti i livelli, sia teologico che pratico.

In Italia voglio ricordare solo l’esperienza ormai cinquantennale del Segretariato Attività Ecumeniche, organizzazione di laici, articolata con gruppi a livello locale e promotrice ogni anno di una settimana di formazione ecumenica che raccoglie partecipanti e relatori di diverse confessione cristiane, con l’apporto anche di credenti di altre religioni (ebraismo e islam) e anche di “laici”.

Lo sviluppo di questa iniziativa è stata la missione e la profezia del-la vita di Maria Vingiani che ha creato un luogo (anzi più luoghi) in cui si potesse sviluppare quella fraternità, stima ed amicizia tra le persone che sono le basi, fondate sulla pietra e non sulla sabbia, su cui si può costruire anche la collaborazione e il dialogo a livelli istituzionali. Per fortuna non è più il solo luogo, ma sicuramente è stato uno dei primi e, credo, il più significativo fino ad ora.

Una delle conseguenze della nuova impostazione sviluppata dopo il Concilio, anche se parecchi anni dopo, è stata che l’organizzazione comune della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ha portato alla nascita e allo sviluppo dei Consigli delle Chiese cristiane. Il primo a Venezia, poi, nel 1998, a Milano. E per l’adesione della chiesa cattolica ambrosiana fu fondamentale l’appoggio convinto del card. Martini.

Ora esistono alcuni altri consigli in Italia, non moltissimi, ma sufficienti ad aprire una speranza per la collaborazione fraterna, nel rispetto delle diversità reciproche. Ho partecipato a tutta la storia per quanto riguarda Milano e devo dire che è stato un esempio di grande fraternità e voglia di stare insieme. Potrà sembrare paradossale, ma i quasi tre anni che ci sono voluti per mettere insieme uno statuto condiviso, per altro molto stringato, sono stati di grande insegnamento. Ci si confrontava su uno dei temi, che assieme alla ospitalità eucaristica e alla bioetica, dividono ancora oggi le chiese, e cioè l’ecclesiologia. Abbiamo imparato a rispettare, ad attendere, quando era necessario, le esigenze delle altre chiese, a far convivere modi diversi, talora molto diversi, di prendere decisioni, di concepire il ruolo e le funzioni di questo consiglio. Ma, pur nella sua fragilità, funziona ancora oggi ed ogni mese i rappresentanti di 16 chiese diverse si incontrano per lavorare e discutere insieme. E poi c’è questa grande novità: ogni chiesa (compresa quella cattolica ambrosiana) accetta di definire le altre sulla base della auto-comprensione che ciascuna ha di sé, quindi siamo tutte chiese. Se non è espressione di fraternità questa...

C’è un ultimo aspetto che vorrei toccare e cioè il rapporto con l’ebraismo (se qualcuno mi conosce sa che questo è inevitabile.

Se il rapporto tra le chiese cristiane si è modificato in maniera profonda (anche se oggi siamo indubbiamente in una fase di difficoltà, ma comunque non è più quello di prima) è sicuramente stato perché l’immane tragedia della Seconda guerra mondiale ha obbligato le chiese a porsi domande che prima non si ponevano.

Una, fondamentale, non eludibile per chi voglia porsi il compito di testimoniare le fede cristiana nel mondo di oggi è questa: come è potuta accadere la tragedia della Shoah, dello sterminio degli ebrei proprio nel cuore dell’Europa cristiana? Le chiese si sono rese conto (a parte le connivenze e i silenzi dal 1939 al 1945) che non avevano svolto il loro ruolo di testimonianza come richiesto dai fondamenti della loro fede. In maniera diversa, certo, in modi diversi, ma comunque la presa di coscienza è stata comune.

Il grande teologo protestante Karl Barth fu invitato come osservatore al Concilio Vaticano II. In quel periodo era malato e non poté recarvisi. L’invito fu rinnovato ed egli fu il primo teologo protestante ad essere invitato ad una visita, come lui stesso sottolineò con un tocco di ironia ad limina apostolorum. In uno dei discorsi pronunciati nell’occasione, Barth disse che il rapporto delle chiese con l’ebraismo è la grande vera questione ecumenica del nostro tempo.

Cambiare la prospettiva con cui si guarda al mondo ebraico, alla sua fede, alla sua storia è un’occasione che le chiese hanno per rinnovare se stesse. E, soprattutto hanno l’occasione di farlo insieme, al di là delle differenze confessionali. Una grande occasione per sviluppare la fraternità reciproca in un lavoro di analisi, approfondimento e di confronto per ritrovare un patrimonio che esse hanno sempre cercato di negare e di sostituire con il proprio.

Oggi è di moda parlare di “Gesù ebreo” di “civiltà ebraico-cristiana”. Ecco, io credo che per molti sia proprio una moda. Se riflettiamo su cosa vuol dire prendere sul serio queste e simili espressioni e su quali conseguenze dovrebbero avere sulla predicazione, sulla liturgia e sulla catechesi, ci accorgiamo che davvero dovremmo aprire un cantiere di lavoro molto impegnativo.

Ma abbiamo una possibilità farlo insieme, di sviluppare dei lavori comuni e far crescere questa nostra fraternità, che soli cinquanta anni fa sembrava un orizzonte lontano.

Levinas parlava della “fatica dell’altro”, ma anche della “necessità dell’altro”.

Diamoci la mano e lavoriamo insieme, nel rispetto dell’altro e nella comune risposta alla vocazione che Dio ci rivolge.

mercoledì 14 gennaio 2026

PDB come “maestro” della rivista SeFeR e dell’associazione Biblia (Massimo Giuliani)

Il carisma umano e spirituale di Paolo De Benedetti zicronò livrakhà, unito alle sue specifiche competenze in materia di filologia biblica e cultura ebraica, nelle loro diverse dimensioni, lo hanno predisposto, già agli inizi degli anni ‘70 del XX secolo, a diventare un punto di riferimento per quei gruppi e quelle associazioni che muovevano i primi passi nell’ambito del dialogo tra cristiani ed ebrei, quando ancora l’ebraismo non era di moda né veniva tradotta alcuna letteratura israeliana. Dopo aver seguito le traversìe della nuova traduzione Cei della Bibbia (per la quale fu in contatto con il biblista Carlo Maria Martini), PDB si attivò nel 1978 al momento di fondare, per volontà della non meno carismatica Maria Baxiu (1924-1982), un’associazione denominata Gruppo SeFeR destinata a dar vita all’omonima rivista trimestrale (SeFeR è l’acrostico di Studi Fatti Ricerche), insieme a Marisa Chiocchetti, Elsa Saibene e Viviana Frenkel. A questa cinquina si aggiunsero in redazione, nel corso degli anni, Paolo Mistura, Nazareno Pandozi, Fabio Ballabio, Claudia Milani, Massimo Giuliani e Miriam Camerini. Dopo la morte prematura di Baxiu, Paolo divenne il vero pilastro del gruppo, «maestro nel più alto senso della parola» come scrisse Marisa Chiocchetti nel 2011 in una breve cronistoria di quell’esperienza (la rivisita SeFeR ha chiuso con il numero 180 nel dicembre 2022). Il periodico aveva lo scopo di approfondire e diffondere la conoscenza dell’ebraismo negli ambienti cristiani, cattolici in particolare; di promuovere un approccio alle Scritture in ascolto della tradizione rabbinica; sviluppare occasioni di incontro e dialogo tra ebrei e cristiani. La dichiarazione conciliare Nostra Aetate (1965), una svolta nella bimillenatria storia della Chiesa, era il faro di questo impegno, in quegli anni ancora poco praticato e con ben pochi maestri, almeno in Italia (dove non vi era mai stato un Jules Isaac, per intenderci, fatta eccezione della pionieristica Amicizia ebraico-cristiana di Firenze, promossa da Giorgio La Pira, Fioretta Mazzei e alcuni ebrei toscani). Se a Milano non sorse mai un’amicizia istituzionale come quella di Firenze, esisteva però il Gruppo SeFeR attorno a PDB (al quale si affiancava il Gruppo Gexe del gesuita padre Sergio Katunarich dell’Istituto Leone XIII). In parallelo presero avvio le iniziative, fiorite negli anni Ottanta, di conferenze sul giudaismo e lezioni di ebraico biblico in via Machiavelli, presso le Suore di Sion, guidate da sr Ada Janes (1936-2015) e sr Maria Luisa Gaspari, e anche lì il maestro e l’ispiratore era sempre PDB.

La redazione di SeFeR per anni si riunì, con scadenza non fissa, in case private per discutere gli articoli da pubblicare, che venivano per lo più valutati dal nostro maestro (fin quando la salute glielo permise). Marisa ed Elsa si occupavano degli aspetti tecnici, come portare il materiale dall’impaginatore/stampatore, correggere le bozze e poi seguire gli abbonamenti e le spedizioni postali. La rivoluzione digitale, nel corso degli anni Novanta, cambiò lo scenario e rese più facile il lavoro, almeno quello redazionale (non quello dei rapporti con stamperia e poste italiane), e negli ultimi due decenni accelerò il processo di consultazione e produzione dei vari numeri della rivista. In questa fase, con Fabio e Claudia, diedi anch’io una mano per l’ideazione di numeri che prendevano forma vieppiù monografica. Ma la rete di contatti e amicizie connessi a SeFeR, che PDB aveva costruito e coltivato negli ultimi due decenni del secolo scorso, fu eccezionale e, pur a distanza di tempo, continua a ispirare anche la nuova rivista Avinu, sorta nel 2023 per proseguire idealmente l’esperienza di SeFeR. All’epoca Paolo era in contatto con alcuni intellettuali ebrei che avevano fatto ‘aliya andando a vivere in Israele e che collaboravano alla rivista. Vanno ricordati in particolare il giornalista Giorgio Romano (1909-1993), con cui PDB ebbe un’enorme corrispondenza cartacea, e il giurista Augusto Segre (1915-1986), molto attivo nelle istituzioni ebraiche italiane; ma nel giro di PDB gravitavano anche il padre domenicano francese Marcel Dubois (1920-2007), a lungo docente di tomismo all’università ebraica di Gerusalemme nonché il pastore luterano svizzero-tedesco Martin Cunz (1944-2003), direttore della rivista Judaica a sua volta dedicata al dialogo ebraico-cristiano. PDB non soffriva di provincialismo, di certo non nel lavoro editoriale in Bompiani e in Garzanti ma neppure nella sua militanza per il dialogo interreligioso. Con il mondo rabbinico PDB ebbe rapporti meno intensi, fatta eccezione per rav Elia Kopciowski e la rebbetzin Clara, i quali furono assai generosi nella collaborazione con SeFeR e con le Suore di Sion. Si ricordi che Kopciowski fu il primo rabbino a varcare la soglie del seminario di Venegono, su inviato del cardinal Martini, per spiegare cosa fosse il giudaismo ai futuri preti ambrosiani. Ma non vanno dimenticate le strette relazioni che PDB e SeFeR ebbero con Amos Luzzatto (1928-2020): la loro amicizia sorse proprio ad Asti quando Amos divenne primario all’ospedale; con Nathan Ben Horin (1921-2017) e sua moiglie Mirjam Viterbi (1933-2022), israeliani profondamente legati all’Italia e a Camaldoli, amici di vecchia data di Maria Baxiu. Paolo fu legato da stima e amicizia anche con Gioachino Pistone (1960-2019), valdese e storico libraio della Claudiana a Milano (un luogo amato da PDB perb incontrare gli amici, oltre che per presentare e discutere di libri); con Stefano Levi Della Torre, che ha sempre parlato di PDB come di un maestro in cose ebraiche; e con i biblisti Piero Rossano (poi divenuto vescovo-rettore della Lateranense), Piero Stefani, Enzo Bianchi (il fondatore di Bose) e Daniele Garrone (con il quale passò diverse estati ad Agape, un centro ricreativo dei valdesi sulle Alpi piemontesi); e ancora con Renzo Fabris, Elena Bartolini e Brunetto Salvarani, quest’ultimo della rivista Qol (anche di questo gruppo di cattolici emiliani, desiderosi di apprendere la saggezza ebraica, PDB divenne amatissimo “maestro”, inseparabile dalla sorella Maria De Benedetti, zicronà livrakhà). Tra tanti volti e voci potrei aver trascurato qualcuno – e me ne scuso – ma tutti costoro sopra menzionati formano un ricco mosaico storico-culturale senza il quale non si comprende appieno l’impegno di Paolo in SeFeR e il debito di connessioni e collaborazioni che SeFeR ha avuto verso Paolo.

Parallelamente a tutto ciò, ecco dipanarsi il legame e la collaborazione magistrale, altrettanto affascinante, che PDB ebbe con Agnese Cini e la sua pionieristica e coraggiosa associazione denominata Biblia, di cui Paolo volle restare vice-presidente a vita, lasciando alla fondatrice Cini, come giusto, la presidenza (nonché i mille oneri organizzativi e finanziari connessi). Al loro fianco vi furono sempre, in quanto ebraisti, anche Piero Stefani e Piero Capelli, successori della Cini alla presidenza. Biblia nacque come “associazione laica di cultura biblica”, decisa a promuovere la conoscenza della Bibbia in chiave culturale e non confessionale, ma con grande attenzione alla pluralità degli approcci religiosi (in una società come quella italiana religiosamente devota ma analfabeta). Su questo ambizioso progetto Biblia ebbe il supporto iniziale di intellettuali laici come Umberto Eco (1932-2016) e Tullio De Mauro (1932-2017), ma anche del pastore e accademico valdese Jan Alberto Soggin (1926-2010) e del rabbino capo di Milano Giuseppe Laras (1935-2017). Sorta nel dicembre del 1984, Biblia ha promosso decine e decine di convegni ed eventi, abbinati a numerisi corsi di ebraico biblico (principianti e avanzati) per leggere i testi sacri in lingua originale. Paolo è sempre stato il «consigliere ammirabile» e anche un po’ il padre spirituale di Agnese, che per trentacinque anni fu regista e regina indiscussa della vita dell’associazione tesa a “de-religionizzare” i libri del Libro, il sefer per antonomasia, inteso come Torà e per estensione il Tanakh, con l’inclusione anche del Nuovo Testamento. Secondo PDB, il Nuovo Testamento è un grande midrash dell’Antico, perché senza la Bibbia ebraica – e a volte persino senza la coeva letteratura giudaica in ebraico e in greco – le Scritture cristiane restano incomprensibili. Per dar conto della collaborazione tra Paolo e Agnese e delle attività che svolsero insieme ci vorrebbe un libro, non un breve articolo come questo: la loro fu anzitutto un’amicizia profonda, quasi una forma di “discepolato” da parte di Agnese e di quanti seguivano Paolo nei vari incontri organizzati in luoghi magnifici in ogni angolo d’Italia, e qualcun altro prima o poi scriverà questo auspicato libro. (Un altro luogo di ascolto di Paolo in quegli anni, forse ancor più vasto, fu la trasmissione di Rai Radio3 Uomini e profeti, curata da Gabriella Caramore, ma anche su ciò servirà scrivere un capitolo a parte). Qui ho inteso soltanto evocare quasi un quarantennio di relazioni, collaborazioni, legami amicali e professionali di cui sia la rivista SeFeR sia l’associazione Biblia sono stati catalizzatori e beneficiari. Bello e doveroso oggi ricordare persone, eventi e luoghi di allora; ancor più bello e doveroso continuare quell’impegno, con nuovi strumenti, insieme a quanti si sono nel frattempo uniti a noi nell’avventura dello studio e del dialogo. Grazie agli amici e alle amiche del Cepros di Asti che tengono viva quest’eredità e che mi hanno sollecitato a ricordare.

Noi “marrani” di Monticelli d’Ongina (Bruno Segre)

Gentili Rav, il dover rispondere ai vostri cortesi messaggi del 20 dicembre scorso mi offre l’occasione per fornirvi alcune informazioni...