La vicenda di Teresa si colloca al termine del Medioevo, un’epoca millenaria, dai confini incerti. Gli storici discutono se farla cominciare con il sacco di Roma (410 d.C.) o con l’ingresso dei Longobardi in Italia (568) e terminare con la caduta di Costantinopoli (1453) o con l’ascesa al trono di Carlo V in Spagna (1516). Anche il giudizio complessivo sull’epoca ha rimesso in discussione la contrapposizione tra il buio del Medioevo e la luce dell’Illuminismo. Certo nel Medioevo la spada è una costante antropologica e la vittoria in guerra è una “grazia” di Dio. Ogni uomo libero è armato e le istituzioni sono militarizzate. I vescovi spesso garantiscono anche il governo delle città e il soldato Ignazio di Loyola fonda la Compagnia di Gesù (gesuiti) come militia Christi. Nel frattempo i monasteri preservano e trasmettono la cultura.
Nel 1492, in nome della limpieza de sangre (purezza del sangue), i re cattolici Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia attuano una clamorosa espulsione degli ebrei. Dieci anni dopo i mori (turchi) musulmani incombono sulla penisola italica e alle porte di Vienna. Nel 1515 i re cattolici lasciano al nipote Carlo V un impero su cui “non tramonta mai il sole” per l’ampiezza dei suoi confini da oriente (la Germania) a occidente (le Americhe). Dentro l’impero sopravvivono moriscos (musulmani) e marranos (ebrei) convertiti al cristianesimo per salvarsi la vita e continuamente sospettati di eresia. Per i rabbini questi ebrei sono anusim (costretti) e la filosofia di Maimonide li giustifica; per gli spagnoli sono “maiali” (marranos). Nell’opera di purificazione dell’impero Carlo V si avvale della collaborazione dell’Inquisizione. A reggerla è il domenicano Tomas de Torquemada, nipote di un ebreo converso (convertito), nominato da papa Sisto IV (cf Cecil Roth, Storia dei marrani, Serra e Riva, Milano 1991). Per comprendere meglio il clima dell’epoca è utile sapere che nel 1516 viene coniata a Venezia la parola ghetto a indicare un quartiere in cui rinchiudere a forza gli ebrei e che nel 1571 la flotta cristiana infligge ai turchi la sconfitta di Lepanto.
L’esigenza di una riforma della Chiesa latina si avverte già nel XIII secolo con Francesco d’Assisi e Valdo di Lione (a cui si richiama l’odierna Chiesa valdese). La nascita dell’università favorisce il sorgere di figure innovatrici come John Wiclif a Oxford, Jan Hus a Praga, Gerolamo Savonarola a Firenze e Erasmo da Rotterdam. Nel 1517 il monaco agostiniano Martin Lutero affigge le note “95 tesi” a Wittenberg e ben presto sorgono altri riformatori come Zwingli a Zurigo e Calvino a Ginevra. La denuncia della salvezza come “meccanismo” e delle indulgenze in cambio di denaro sfociano nella nascita delle Chiese protestanti. Nel 1534 l’atto “di supremazia” di Enrico VIII re d’Inghilterra origina la Chiesa anglicana. Le Chiese della Riforma aboliscono le istituzioni - gerarchia, magistero, sacerdozio ministeriale, sacramenti, culto della Madonna e dei santi - e vengono tacciate di eresia.
La verginità nel Medioevo è una condizione fisica e insieme uno stato spirituale. Le imperatrici, poste sotto la protezione della Madre di Dio, sono considerate vergini. L’atto di dare alla luce la virga (stirpe) regale è assimilato al parto della Virgo (Vergine) Maria. Dai monaci cluniacensi la verginità come ricerca della condizione angelica viene presto estesa anche al clero. L’esercizio della sessualità femminile avviene all’interno del matrimonio e in vista della procreazione. La gravidanza è condizione “continuativa” che comincia in gioventù e prosegue per tutta l’età fertile. La morte di parto o per le conseguenze di molteplici gravidanze è frequente e non solo tra le contadine. Per una giovane donna del Medioevo come Teresa il convento garantisce, paradossalmente, una certa libertà e rappresenta un’alternativa alla sottomissione a un uomo nel matrimonio (Glauco Maria Cantarella, Medioevo. Un filo di parole. Garzanti, Milano 2002).
La vita
In questo scenario “barocco” Teresa Sanchez de Ahumada y de Cepeda nasce ad Avila, nella Vecchia Castiglia spagnola, da una famiglia di cristianos nuevos (cristiani nuovi) di origine ebraica. Don Alonso Sanchez de Cepeda, il padre di Teresa, è figlio di un ricco drappiere ebreo di Toledo. Come tutti i conversos ebrei al cristianesimo anche Juan Sanchez è sospettato di appartenere alla schiera dei marranos che continuano a osservare in segreto i precetti del giudaismo. Nonostante il suo matrimonio con donna Ines de Cepeda, di antica discendenza cristiana, il nonno di Teresa è costretto a fuggire ad Avila con l’intera famiglia. Così facendo evita l’umiliazione di una processione penitenziale per la città fatta indossando il sambenito (una tunica gialla), reggendo un cero spento e pregando davanti a ogni chiesa accompagnato da frati che lo esortano alla riconciliazione. Anche dopo la morte di Juan gli eredi, tra cui il figlio Alonso e la nipote Teresa ancora bambina, dovranno subire una causa fiscale intentata contro la loro famiglia per la limpieza de sangre.
Teresa nasce il 28 marzo 1515 da Alonso e Beatrice in una famiglia con dieci figli, nobile e benestante, ma in declino. Da bambina fugge verso le terre dei mori a dare la vita per Cristo. All’età di tredici anni Teresa perde la madre e le Epistole di San Gerolamo la orientano verso la vita religiosa. A vent’anni fugge da casa per ritirarsi nel convento dell’Incarnazione delle carmelitane di Avila dove trascorrerà circa vent’anni di vita conventuale con una regola molto mitigata. La sua natura gioviale ed elegante la spinge a intrattenere molteplici contatti mondani. All’età di ventitré anni, una malattia grave e misteriosa porta Teresa molto vicina alla morte. In questo periodo legge l’Abecedario spirituale del francescano spagnolo Francisco de Osuna. Dopo tre anni torna al monastero e passa dalle preghiere vocali alla meditazione interiore.
Nel 1554, a trentanove anni e dopo un periodo di profonda crisi, Teresa si “converte” di fronte all’immagine di un crocifisso piagato (Vita IX, 1) e cominciano in lei visioni, estasi e rivelazioni. Al proposito scrive: “Mi accadde allora che, entrando un giorno in oratorio, vidi una statua che era stata messa lì in attesa di una certa festa. Raffigurava un Cristo tutto coperto di piaghe ed era così commovente che, quando la vidi, mi turbai tutta quanta, perché rappresentava al vivo quant’egli patì per noi. Fui talmente addolorata per aver così mal corrisposto a quelle piaghe, che mi parve mi si spezzasse il cuore, sicché mi gettai ai suoi piedi versando un mare di lacrime. Gli dissi allora, se ben ricordo, che non mi sarei rialzata di lì finché non mi avesse accordato ciò che gli chiedevo. E senza dubbio fui esaudita, perché da quel giorno in poi feci grandi progressi nella preghiera. Il mio metodo d’orazione era d’immaginare Gesù Cristo dentro di me. Grazie ad esso a cominciai a fare orazione mentale prima ancora di sapere che cosa fosse” (Teresa d’Avila, Vita, Rizzoli, Milano 1998).
Mediante una lectio divina molto semplice Teresa si immedesima in personaggi biblici come Maria, la Maddalena, la Samaritana, Paolo e Giobbe. Tale preghiera le dona il senso della presenza di Dio al punto che scrive: “mi sentivo invadere d’improvviso da un senso vivo della divina presenza” (Vita X). San Pietro d’Alcantara conferma l’origine divina di tali mercedes (grazie mistiche). Quando l’Inquisizione proibisce i libri spirituali l’orazione mentale di Teresa si concentra sull’umanità di Cristo: ne sente la presenza e lo vede con l’intelletto (anche se non riesce a scorgerne il colore degli occhi). Per questo viene sospettata di tendenze eterodosse come gli alumbrados (illuminati) e i Fratelli del Libero Spirito.
Nel 1560, all’età di quarantacinque anni, Teresa comincia l’opera di riforma del Carmelo per cui si avvarrà della collaborazione di san Giovanni della Croce. Le carmelitane Scalze (diversamente dalle Calzate) intendono ritornare al primitivo e genuino spirito di solitudine, povertà, penitenza e vita contemplativa del Carmelo. Tali progetti incontrano forti ostacoli sia negli ambienti ecclesiastici che in quelli laici. Teresa sarà costretta a tornare come priora nel monastero non riformato dell’Incarnazione, contro il volere delle monache, e Giovanni della Croce conoscerà persino il carcere a Toledo. Dopo questi episodi Teresa girerà l’intera Spagna fondando monasteri riformati giungendo a fondarne ben trentadue.
Nel 1575 il capitolo generale dell’ordine carmelitano, svoltosi a Piacenza, impone a una Teresa ormai sessantenne di chiudersi nel monastero di Toledo e di rinunciare a nuove fondazioni.
L’intervento del re Filippo II indurrà il capitolo a costituire una provincia separata per gli Scalzi e a riconoscere la riforma. Gli ultimi anni di vita di Teresa sono caratterizzati da fitte relazioni epistolari, dalla direzione dei nuovi monasteri e dalla preoccupazione per le sorti dei suoi scritti finiti nelle mani dell’Inquisizione. Nel 1582, a sessantasette anni, Teresa muore durante un viaggio. E’ la fine di un’epoca: proprio in quell’anno il calendario gregoriano sostituisce quello giuliano. Paolo V la beatifica nel 1614, Gregorio XV la canonizza nel 1622 e Urbano VII la proclama patrona di Spagna nel 1627. Infine sarà Paolo VI a dichiararla, prima donna in assoluto. Dottore della chiesa nel 1970.
Le parole (instasi)
Nel vangelo di Matteo trova posto questa tipica benedizione ebraica: “In quel tempo Gesù disse: Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11,25). La “piccola” Teresa si professa ignorante perché non ha compiuto studi teologico-filosofici e non conosce bene il latino. L’interesse infantile, ereditato dalla madre, per i romanzi cavallereschi e le vite di santi testimonia della sua grande passione per la letteratura. Negli scritti di Teresa il linguaggio si mantiene semplice e colloquiale anche quando descrive esperienze straordinarie quali estasi e visioni mistiche (cf Rosa Rossi, Teresa d’Avila. Biografia di una scrittrice, Editori Riuniti, Roma 1993).
Teresa scrive in obbedienza ai suoi confessori che le chiedono accurate descrizioni di quanto sperimenta per stabilirne l’origine divina o demoniaca. Dalla scelta di rivolgersi alle consorelle, desiderose dei suoi insegnamenti, nascono così numerose opere. La Vita (1562-65), la sua autobiografia, è un capolavoro della mistica moderna (1588). Il Cammino di perfezione (1562-69) illustra la via della contemplazione per le novizie (1583). Le Costituzioni (1563) del nuovo ordine carmelitano delle Scalze vengono approvate da Pio IV. Le Meditazioni sul Cantico dei Cantici (1566-1567) utilizzano il linguaggio dell’erotismo (cf Teresa d’Avila, Meditazioni sul Cantico dei Cantici, Sellerio, Palermo 1991). Le Relazioni sono una difesa dalle accuse dell’Inquisizione. Il Libro delle fondazioni (1576-82) narra la storia dell’istituzione dei monasteri. Il Modo di visitare i conventi delle carmelitane scalze (1576) viene scritto per il visitatore dell’ordine Girolamo Gracian. Il Castello interiore (1577) costituisce il compendio dell’esperienza mistica di Teresa (cf Teresa d’Avila, Il castello interiore, Piemme, Casale M. 2002).
In quest’ultima opera l’anima è descritta come un Castello interiore che comprende sette stanze, mansioni o dimore (moradas), da attraversare per giungere all’unione con Dio. Chi vaga al di fuori del castello è destinato all’infelicità. Il primo passo dell’orazione mentale, l’inizio del rapporto con Dio, è la conoscenza di sé (cap. I). L’orazione si fa meditativa e l’opposizione del demonio costringe a una dura lotta interiore (cap. II). Lo zelo apostolico si alterna all’aridità interiore che rende illusorio il cammino compiuto (cap. III). Dopo l’ascesi (capp. I-III) il raccoglimento conduce all’orazione di quiete e l’esperienza mistica che inizia viene paragonata a una fonte interiore d’acqua viva (cap. IV). L’anima rinasce in Cristo come un bruco che, dentro al bozzolo di seta, muore per trasformarsi in farfalla (cap. V). Il fidanzamento dell’anima con Cristo accentua la sensibilità verso i propri peccati (cap. VI). La totale donazione di sé conduce infine al matrimonio in cui l’anima non desidera più la morte ma vuole vivere per servire più a lungo possibile il suo Signore (cap. VII).
Dall’anima innamorata di Teresa sgorga ex abundantia cordis (per abbondanza del cuore) anche la poesia (cf Teresa d’Avila, Felice il cuore innamorato, Mondadori, Milano 1997). Cristo vive in Teresa: “Vivo sin vivir en mi, / y tan alta vida espero, / que muero porque no muero” (Vivo, ma non vivo in me, / e attendo una tal vita, / che muoio perché non muoio). Dio solo le basta: “Nada te turbe, / nada te espunte, / todo se pasa, / Dios no se muda, / la paciencia / todo lo alcanza. / Quien a Dios tiene / nada le falta. / Sólo Dios basta” (Nulla ti turbi / nulla ti spaventi / tutto passa / Dio non cambia / tutto ottiene / la pazienza. / A chi Dio possiede / non manca nulla. / Solo Dio basta). L’opera di questa “penna d’oro” è stata classificata con espressioni quali “retorica dell’umiltà” per la Vita, “ironia” per il Cammino, “offuscamento” per il Castello e “autorità” per le Fondazioni (Alison Weber, Teresa d’Avila e la retorica della femminilità. Le Lettere, Firenze 1993). Nel Castello, ad esempio, le chiacchiere da donna, l’incompetenza, l’imprecisione nelle citazioni bibliche e l’improvvisazione nella struttura del testo, costituiscono una “tecnica dell’offuscamento” tesa a difendersi dall’Inquisizione. Un caso a sé sono il linguaggio erotico e l’interpretazione allegorica del Cantico dei cantici. Il linguaggio che parla di Dio come dello sposo e dell’anima (o della chiesa) come la sposa è funzionale al passaggio da Miles a Sponsa Christi (dall’immaginario militare a quello nuziale). La settima stanza, posta al centro dell’anima, è abitata da Dio stesso e Teresa cita l’apostolo Paolo: “Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente” (2 Cor 6,16). Il cammino di conoscenza di sé conduce alla rinuncia dei propri desideri: “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,19). Le tre potenze dell’anima (intelletto, volontà e memoria) si unificano per aderire alla volontà di Dio. La teologia mistica di Teresa supera le vie affermativa e negativa su Dio in una iperbolica via eminantiae. Scrive Aristotele: “la preghiera è certo un discorso, ma né vero, né falso”. Nell’ultima delle sue Relazioni spirituali, scritta un anno prima di morire, Teresa scrive che l’anima e Dio “si godono in altissimo silenzio” (cf Elisabeth Reynaud, Teresa d’Avila. La donna che ha detto l’indicibile di Dio, Paoline, Cinisello B. 2001).
I fatti (estasi)
La parola mistica è aggettivo di mistero (dal greco muein) e indica la capacità di percepire il carattere nascosto di ima realtà o di un’intenzione. Il termine estasi (dal greco ékstasis) significa star fuori di sé e descrive uno stato della coscienza accompagnato da sensazioni intense di benessere emotivo, di illuminazione o di pace. La mistica spesso alimenta le energie vitali di una persona al superamento del principio d’interesse. Mistico è un atteggiamento di incanto e dì umiltà nei riguardi del mondo e degli altri nella loro situazione concreta. Quella cristiana, segnata dall’incarnazione, e più in generale quella biblica è una mistica dagli occhi aperti e dalle mani operose (cf Leonardo Boff - Frei Betto, Mistica e spiritualità. Cittadella, Assisi 1995). Teresa de Jesus, animata da grande zelo, è incapace di stare ferma. Ciò la condurrà a riformare l’ordine carmelitano, a fondare monasteri e a scrivere opere spirituali. Uno zelo persino pericoloso per ima mujercilla (donnicciola) che, secondo l’altera noto teologo Bartolomè de Medina, avrebbe fatto meglio a stare in convento a pregare e a tessere. In un’epoca in cui l’apostolato e la predicazione sono mansioni esclusivamente maschili, Teresa esorta le sue sorelle a unire “l’umiltà alla santa presunzione secondo il volere di Dio” e a “cercare di predicare con le opere, perché l’Apostolo (Paolo) e la nostra incapacità ci proibiscono di predicare con le parole”.
Paolo VI indica nella preghiera la motivazione principale per la sua proclamazione a Dottore della Chiesa. Nella preghiera Teresa si pone alla sequela di Gesù che all’alba sale sulle cime dei monti per tendere l’orecchio (Mc 1,3; Le 4,42; 6,12; 9,28) e lo fa da solo e in silenzio. Gesù consegna ai discepoli le parole del Padre nostro e narra la parabola dell’amico importuno (Lc 11,1-13; cf 18,1- 8), insegna a pregare nel segreto della propria camera (Mt 6,5-8; cf Le 18,9-14) e fa seccare il fico senza frutti (Mc 11,12-14; 20-25), si propone come intercessore presso il Padre (Gv 14,12-14) e vive la dimensione contemplativa della vita senza fuggire la realtà (Lc 10,36-42). Solitudine, silenzio, riservatezza e perseveranza caratterizzano la preghiera di Teresa sul modello di Gesù. L’esatto contrario del rumore e delle parole che, “liberando” l’essere moderno dall’incubo del vuoto, gli fanno apparire apocalittico un silenzio “di circa mezz’ora” (Ap 8,1) (cf Carlo Maria Martini, La dimensione contemplativa della vita. Centro Ambrosiano, Milano 1980).
Si possono distinguere tre fasi della preghiera in Teresa. Anzitutto la preghiera spontanea come risposta istintiva a Dio che si rivela. Scrive Teresa: “cominciavo a fare orazione senza neppure sapere cosa fosse” (Vita IX). Quindi la preghiera difficile come ricerca di metodo e regolarità. Qui Teresa affronta difficoltà psicologiche di incapacità discorsiva per il turbinio di pensieri: “badavo più a desiderare che l’ora dell’orazione finisse” (Vita VIII-IX). Inoltre affronta difficoltà esistenziali di incoerenza della vita e scrive: “mi vergognavo di tornare ad avvicinarmi a Dio in quella stretta amicizia che è l’orazione” (Vita VIII). La preghiera infine dona il senso della presenza di Dio: “mentre nel far orazione cercavo di mettermi ai piedi di Gesù Cristo e talvolta nello stesso atto di leggere mi sentivo invadere d’improvviso da un senso così vivo della divina presenza” (Vita X). Forse la forma mistica non è per pochi e molti non la raggiungono solo perché non insistono (cf Carlo Maria Martini, “Solo Dios basta". La preghiera nella vita del pastore, Ancora, Milano 1995).
Spunti per l’oggi
Frutto dell’instasi (lo stare dentro di sé) di Teresa sono la meditazione dell’umanità di Gesù e lo scrivere suggerendo ad altri un cammino spirituale che cerca di ricostruire la Scrittura che le è vietata dalla sua ignoranza o dai dettami dell’Inquisizione e della cultura del suo tempo. Risultati dell’estasi di Teresa (lo stare fuori da sé) sono le visioni, che Teresa non ricerca ma subisce, e le fondazioni, risultato di una forza che va molto oltre se stessa. Scrittura, contemplazioni, estasi e imprese non sono da tutti. Si possono tuttavia condividere con Teresa tre atteggiamenti fondamentali di una vita che intende porsi alla sequela di Gesù Cristo come Signore e Maestro. Anzitutto vivere da cristiani in un contesto complesso e conflittuale. Al termine di un’epoca di cristianità - un unicum tra stato e chiesa, religione e vita - e di conflittualità - tra donne e uomini, verginità e stirpe, scalzi e calzati, cristiani ed eretici, ebrei e mori - Teresa sa vivere alla sequela di Cristo con estrema umiltà. Impianta la chiesa da semplice monaca, promuove la cultura senza associarsi ai letràdos (letterati), insegna la preghiera solo come grazia ricevuta. Nelle relazioni con gli altri riconosce nei luterani la grazia del battesimo (Vita XXXII), prova pena per tutte le anime - eretici, mori, cristiani - che si perdono (Castello V,10), chiede a Dio di illuminare i luterani ma anche sé stessa (Meditazioni),
Un secondo atteggiamento è l’affidarsi a Dio attraverso l’esercizio della preghiera mentale. All’interno di una chiesa che vive della preghiera comunitaria - liturgia eucaristica e delle ore - e di una preghiera personale spesso vocale - il Pater, Ave e Gloria e il rosario - Teresa caratterizza la preghiera mentale come amicizia con Gesù. Attraverso metafore come i quattro modi d’annaffiare il giardino - il pozzo, l’acquedotto, il fiume e la pioggia - della Vita, o le sette stanze del Castello, Teresa propone un cammino di scoperta della relazione personale con Dio. Con questo non intende estraniarsi dalla comunità ecclesiale. Per provare la sua fedeltà alla Chiesa accetta di fare gestacci a Gesù che gli appare (Vita XXIX) solo perché il suo confessore lo considera il demonio. Dio farà cambiare idea al confessore (Vita XXVI).
Un terzo e ultimo atteggiamento è il ridare forma alla realtà mediante una mistica dagli occhi aperti. La resilienza è la capacità di una materiale di resistere a urti improvvisi. Da un punto di vista antropologico “la resilienza è più della semplice capacità infantile o adolescenziale di resistere allo stress o a traumi violenti: è pure la possibilità di reagire positivamente alle difficoltà e la voglia di costruire utilizzando quella serie di risorse psico-biografiche, proprie degli esseri umani, anche denominate forza interiore” (cf Andrea Fontana, Lo stress che ci fa bene. Verso la cultura del benessere sul lavoro, Meltemi, Roma 2002) Teresa è ferita come donna, cristiana e monaca, ma reagisce facendo appello alle risorse interiori (tra cui Dio stesso...) fino a riformare l’essere donna divenendo dottore, cristiana attraverso la mistica e monaca rinnovando l’ordine carmelitano.
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