mercoledì 19 maggio 2021

Israele e gli altri sessantanove

L’ebraismo è una realtà complessa, inesauribile in uno scritto, e sono molti i modi in cui se ne può tentare un approccio.

Un primo modo è quello di raccontare la storia del popolo ebraico, dai patriarchi a oggi, passando attraverso Abramo (1900 a.C.), Mosè e l’uscita dall’Egitto (1300), il re Davide e l’apoteosi del regno d’Israele (1000), l’esilio in Babilonia (587), il ritorno nella terra sotto Ciro re di Persia (538), la vicenda di Gesù di Nazaret (a partire dal 6/7 a.C.), la distruzione del Tempio (70 d.C.) e della città di Gerusalemme (135), la redazione della Mishnà, ovvero la prima messa per iscritto della tradizione rabbinica (200) e così via fino alla cacciata degli ebrei dalla Spagna (1492), lo sterminio degli ebrei d’Europa (1938) e la nascita dello stato d’Israele (1948).

Un secondo modo per introdurre all’ebraismo, in particolare alla fede del popolo d’Israele, è quello di percorrere l’anno liturgico a partire dalle tre feste di pellegrinaggio a Gerusalemme, prescritte già all’epoca di Gesù: Pésach ovvero la Pasqua, che ricorda l’uscita dalla schiavitù d’Egitto (aprile); Shavuòt o Pentecoste, con il dono della Torà (la Bibbia) sul monte Sinai (maggio); Succòt o “festa delle capanne”, in ricordo dei quarant’anni passati nel deserto (ottobre). A queste occorre aggiungere: i giorni di penitenza, che vanno da Rosh ha-Shanà, il capodanno ebraico, a Kippur, il giorno dell’espiazione dei peccati (ottobre); le feste come Chanukkà, “festa delle luci” corrispondente al Natale (dicembre), e Purìm, “festa delle sorti” o carnevale ebraico (marzo); infine i digiuni come il 9 (del mese) di Av, in cui ricorre la distruzione del tempio di Gerusalemme (agosto), e Yom ha-Shoà, memoria dello sterminio (gennaio).

Un terzo modo per avvicinare l’ebraismo è illustrare il ciclo vitale di uomini e donne ebrei che, dai tempi di Gesù, è giunto pressoché immutato ai nostri giorni. Si possono descrivere la Milàh o circoncisione di tutti i figli maschi (otto giorni dopo la nascita), il Pidjòn o riscatto del primogenito tramite un’offerta al tempio (dopo quaranta giorni), il Bat Mizvà delle femmine (a dodici anni) e il Bar Mìzvà dei maschi (a tredici) corrispondenti alla maturità religiosa, il Kiddushìn o matrimonio e l’Avelùt o rito funebre.

Qui di seguito la scelta è caduta su un quarto modo.

La fede degli ebrei

Il termine ebraico che identifica la fede di Israele è ‘emunà che significa “poggiare su qualcosa di solido”. Ai cristiani viene in mente la casa sulla roccia della parabola di Gesù: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità. Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande” (Matteo 7,21-26).

Dal termine ‘emunà deriva una parola che i cristiani usano spesso nella liturgia e nella preghiera: àmen ovvero “così sia” o “sia fatta la tua volontà”.

La fede ebraica si fonda sul concetto di berìt o “patto” nel senso di un’alleanza stipulata tra Adonàj, cioè Dio come si è rivelato a Mosè nel roveto ardente, e Israel, ovvero gli ebrei come popolo discendente da Israele, nipote di Abramo. Questa sorta di “contratto”, sorto per iniziativa divina, pone i due contraenti, cioè Dio e il popolo ebraico, pressoché sullo stesso piano e si fonda sull’osservanza delle parole di Dio da parte del popolo a cui corrisponde il compimento delle promesse fatte al popolo da Dio. Nella Bibbia cristiana, come del resto in quella ebraica, si trovano più alleanze universali, stipulate da Dio con l’umanità, e diverse alleanze particolari, siglate dallo stesso Dio con Israele. Del primo genere sono quelle con Noè e Gesù; del secondo quelle con Abramo, Isacco e Giacobbe, Mosè e Geremia, che conosce già una “nuova alleanza” per Israele.

La fede degli ebrei può essere descritta come un insieme di “movimenti” che vanno da un contraente del patto all’altro e si susseguono come il richiamo tra una madre e il suo cucciolo.

Il primo movimento è invero universale e precede la schiavitù degli ebrei in Egitto, dove è tematizzato in modo esemplare, per giungere fino ai giorni nostri: si tratta dello tza’àq o “grido” che sale dalla sofferenza e dal dolore fino agli orecchi di Dio (Esodo 2,23-24; 3,9). Anche Gesù, prima di morire in croce, eleva un forte grido a Dio (Marco 15,37). Questo grido ha il suo corrispondente nella liturgia cristiana nell’invocazione osanna che accompagna l’ingresso di Gesù a Gerusalemme (Matteo 21,1-11; Marco 11,1-11; Giovanni 12,12-19). Questa invocazione deriva dell’ebraico hoshi’ànà che suona come un’esortazione nei confronti di Dio: “orsù salva(ci)”.

Se il grido va da Israele e più in generale dall’umanità a Dio, il secondo movimento avviene in direzione opposta: Dio dona a Israele, e tramite Gesù all’intera umanità, la sua parola contenuta nelle Scritture. In ebraico la Bibvia è Torah ovvero “insegnamento”, e non “legge” come erroneamente deriva dalla traduzione in greco, perché è un insieme di parole che guidano sulla retta via. La Torah è particolare perché viene affidata a Israele affinché la metta in pratica. Per farlo gli ebrei devono dedicarsi assiduamente al talmùd, cioè allo studio della Torah che occupa un posto preminente rispetto alla preghiera nella vita del fedele ebreo. La Torah è intesa nell’ebraismo come l’insieme della Bibbia (Torah scritta) e della Tradizione (Torah orale) e il Talmùd oggi è un’enciclopedia che raccoglie tutte le discussioni rabbiniche sulla Torah codificate a partire dalla mishnàh.

Se per gli ebrei la Torah è parola di Dio da rendere carne attraverso l’osservanza dei precetti, per i cristiani il corrispondente della Torah è Gesù Cristo, ovvero il Verbo di Dio che si è fatto carne: i cristiani sono quindi tenuti non all’osservanza dei predetti ebraici, ma piuttosto alla sequela di Gesù figlio di Dio. Contemporanei di Gesù furono due maestri ebrei noti l’uno per la sua durezza e l’altro per la dolcezza: Shammaj e Hillel. Il Talmud narra che un pagano si rivolse a loro con una pretesa che anche Gesù sentì spesso avanzare (Matteo 22,34-40; Marco 12,28-34; Luca 10,25-28) ovvero fare una sintesi della Torah: “Narra il Talmùd che una volta un pagano andò da Shammaj e gli disse: ‘Mi converto al giudaismo a condizione che tu mi insegni tutta la Torah mentre io sto su un piede solo’. Con un bastone in mano Shammaj lo cacciò subito. Il pagano andò da Hillel e di nuovo espresse il suo desiderio: ‘Mi converto al giudaismo a condizione che tu mi insegni tutta la Torah mentre io sto su un piede solo’. Hillel lo accolse nel giudaismo e lo istruì in questo modo: ‘Quello che non vuoi sia fatto a te, non farlo agli altri. Questa è tutta la Torah. Il resto è commento. Va’ e studia!’” (Shabbàt 31a).          /

Alla “regola d’oro” espressa in tutte le religioni e fatta propria anche da Gesù (Matteo 7,12; Luca 6,31) Hillel aggiunge lo studio come il comandamento più grande.

Ebrei, figli d’Israele e giudei

Nella lingua italiana c’è una pluralità di termini inerenti i discendenti di Abramo: ebrei, da cui “ebraismo” come cultura e religione ed “ebraico” come lingua; figli d’Israele, da cui gli antichi “israeliti” della Bibbia o i moderni “israeliani” cittadini dello stato ebraico; giudei, da cui “giudaismo” nel senso di ebraismo postbiblico. Nella Torah il primo ivrì o “ebreo” è Abramo (Genesi 14,13). L’origine del termine è incerta e riconducibile o alla discendenza da 'Ever (Genesi 11,14-17) o al verbo ‘avar che significa “passare di là” o “attraversare” come fece Abramo dalla Mesopotamia alla terra promessa. Il termine “ebreo” può essere usato indifferentemente dal tempo di Abramo a oggi sia per gli ebrei cittadini dello stato d’Israele sia per gli ebrei di Roma o Milano. Solitamente nella Bibbia cattolica si traduce con “israeliti” il termine bené Israèl o “figli d’Israele”. Il libro della Genesi racconta che Giacobbe, durante un guado del torrente Jabbòq, incappò di notte in un essere divino e lottò con lui fino all’alba (Genesi 32, 23-33). Ne riportò una lesione, che lo rese zoppo, e una benedizione che gli mutò il nome in Israèl: secondo l’etimologia più probabile Israele deriva infatti dal verbo sharàr (lottare) con El (Dio). Il njpote di Abramo diverrà padre di dodici figli capostipiti delle dodici tribù che formeranno il popolo d’Israele. Il nome Israele, prima di indicare una realtà politica antica, come il regno d’Israele ai tempi di Davide e Salomone, e moderna, come lo stato d’Israele, indica una discendenza che da Giacobbe giunge fino a noi.

Il termine jehudì o “giudeo” deriva da uno dei figli di Giacobbe chiamato Giuda (Genesi 29,31-30,24). La tribù di Giuda si insediò nel sud della terra promessa (Giosuè 13-19) e fu l’unica a tornarvi dalla deportazione in Babilonia (586-539 a.C.). Dopo l’esilio tuttavia il cuore dell'ebraismo divenuto giudaismo non fu più il Tempio ma lo studio della Scrittura e la recita di preghiere e salmi in numerosi luoghi di culto chiamati dal greco “sinagoghe”. A tutto ciò è evidentemente estraneo Giuda, l’apostolo che tradì Gesù, e del tutto infondata è la definizione antigiudaica che i cristiani del medioevo diedero dei giudei come di un popolo di infidi traditori.

Il patto tra Dio e Israele

Si diceva che la fede degli ebrei può essere descritta come un insieme di “movimenti” tra i due contraenti il patto: Dio e Israele.

Dopo il grido che sale a Dio dalla schiavitù d’Israele e il conseguente dono di Dio agli ebrei della Torah sul monte Sinai, la risposta è contenuta in un versetto del libro dell’Esodo: na‘asé ve-nishmà ovvero “faremo e ascolteremo” (Esodo 24,7). Spesso le Bibbie cristiane traducono superficialmente con due sinonimi: “faremo ed eseguiremo”. La tradizione rabbinica esalta invece l’espressione paradossale di un “fare” che precede l’ascolto. Tale è lo zelo degli ebrei di mettere in pratica la parola di Dio che ciò avviene prima ancora di ascoltarla. Oppure ancora è nel fare, ovvero in quella che nella lectio divina cristiana è l’actio, che si ascolta in modo efficace la parola. Così la tradizione ebraica ha tratto dalla Scrittura seicentotredici mitzvòt o “precetti” che puntualmente informano di sé ogni istante della giornata dell’ebreo. Una vera e propria spiritualità materiale e feriale che consente all’ebreo osservante di incarnare la Torah.

Un esempio del processo di codificazione dei precetti da parte della tradizione lo offre il Talmùd: “Così come Egli veste gli ignudi - poiché sta scritto (Genesi 3,21): ‘Il Signore Dio fece ad Adamo e alla sua donna tuniche di pelli e li vestì’ - vesti anche tu gli ignudi. Il Santo, benedetto sia, visitava gli ammalati, poiché sta scritto (Genesi 18,1) dopo la circoncisione di Abramo: ‘E il Signore gli apparve alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda’. Così anche tu devi visitare gli ammalati. Il Santo, benedetto sia, consolava i sofferenti, poiché sta scritto (Genesi 25,11): ‘E, dopo la morte di Abramo, Dio benedisse Isacco suo figlio’. Così consola anche tu i sofferenti. Il Santo, benedetto sia, ha seppellito i morti, poiché dopo la morte di Mosè si legge (Deuteronomio 34,6): ‘Ed Egli lo seppellì nella valle, nella terra di Moab’. Così anche tu dà sepoltura ai morti” (Sotàh 14a).

Ancora un movimento: se Israele osserva la Torah ecco che Dio invia sul popolo le berakhòt o benedizioni promesse nel contratto sottoscritto al momento dell’alleanza. Qui l’accento non cade sul singolo ma sull’intero popolo: il singolo, pur riconosciuto giusto da Dio come accade a Noè, subisce le conseguenze del comportamento dell’intero popolo cui appartiene. Nelle storie dei patriarchi l’alleanza ripetuta e rinnovata prevede una triplice benedizione divina: eretz o la “terra (della) promessa”, da cui stillano latte e miele; zarà ' o la “discendenza”, quei figli che sono l’unica vita oltre la vita per i patriarchi; iovàh o la “prosperità”, i frutti del suolo che per essere tali hanno bisogno del sole e della pioggia a suo tempo ovvero della benedizione di Dio.

Quando Dio si fa presente al mondo con le sue benedizioni ecco sgorgare spontanea sulle labbra degli ebrei la lode, ovvero la preghiera di ringraziamento. Significativo a questo proposito è l’intero libro dei Salmi o tehillìm come raccolta di preghiera del popolo d’Israele, a tal punto significativa da divenire parola di Dio ed essere compresa nelle Scritture. Anche la tradizione cristiana conosce la lode e trae una delle invocazioni più utilizzate anche nella liturgia proprio dalla radice ebraica dei salmi: halelu-jàh significa infatti “lodate Dio”. Così come il “Padre nostro” è un breviario dell’intero evangelo, si può dire che il libro dei Salmi è un breviario dell’intera Bibbia ebraica.

Un esempio di lode biblica - non tutte le centocinquanta preghiere contenute nel libro dei Salmi infatti sono lodi - è il Salmo 65 (64): “A te si deve lode, o Dio, in Sion; a te si sciolga il voto in Gerusalemme. A te, che ascolti la preghiera, viene ogni mortale. Pesano su di noi le nostre colpe, ma tu perdoni i nostri peccati. Beato chi hai scelto e chiamato vicino, abiterà nei tuoi atrii. Ci sazieremo dei beni della tua casa, della santità del tuo tempio. Con i prodigi della tua giustizia, tu ci rispondi, o Dio, nostra salvezza, speranza dei confini della terra e dei mari lontani. Tu rendi saldi i monti con la tua forza, cinto di potenza. Tu fai tacere il fragore del mare, il fragore dei suoi flutti, tu plachi il tumulto dei popoli. Gli abitanti degli estremi confini stupiscono davanti ai tuoi prodigi: di gioia fai gridare la terra, le soglie dell’oriente e dell'occidente. Tu visiti la terra e la disseti: la ricolmi delle sue ricchezze. Il fiume di Dio è gonfio di acque; tu fai crescere il frumento per gli uomini. Così prepari la terra: ne irrighi i solchi, ne spiani le zolle, la bagni con le piogge e benedici i suoi germogli. Coroni l'anno con i tuoi benefici, al tuo passaggio stilla l'abbondanza. Stillano i pascoli del deserto e le colline si cingono di esultanza. I prati si coprono di greggi, le valli si ammantano di grano; tutto canta e grida di gioia”.

L’alterità nell’ebraismo

Il popolo d’Israele conosce l’alterità a partire dal suo rapporto con Dio. Il Dio della Bibbia è totalmente “altro” dal popolo d’Israele. Si manifesta così già nella sua unicità. Nella preghiera dello Shemah, che ogni ebreo pio prega più volte al giorno, si dice: “il Signore è il nostro Dio il Signore è uno (echàd)”, è unico, non c’è altri all’infuori di lui”. Il Dio della Bibbia è “altro” anche dal Dio dei filosofi. Già il filosofo medioevale Yehudàh ha-Lewi, nella sua opera Khàzari, mostra come il Dio che trae fuori dall’Egitto preceda il Creatore nella concezione ebraica. Il Dio d’Israele è un Dio personale che si appoggia a ciascuna persona in modo sempre nuovo e diverso. Quando Dio chiama Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, Davide e altri ancora, spesso la risposta è “eccomi” (hinnènni). Nel midràsh Rabbi Joshuà’ ben Qarchàh afferma che “non vi è alcun luogo sulla terra in cui Dio non sia presente” (Esodo Rabbah 2,5). Eppure Dio è sempre al di là delle sue rivelazioni particolari: né Adamo di fronte a Eva, “carne della sua carne” (Genesi 2,23), né Mosè davanti al roveto ardente, “il Dio in esilio” (Esodo 3,14), né gli ebrei ancora oggi, osano pronunciare il nome JHWH, leggendo piuttosto “Signore” (Adonàj).

Il popolo di Israele conosce l’alterità come condizione della fede e del rapporto con gli altri popoli del mondo (le Genti). Israele è “il più piccolo di tutti i popoli” (Deuteronomio 7,7), proprietà particolare (segullàh) di Dio, amato secondo la promessa fatta ai padri. Dio sceglie Israele tra i settanta popoli del mondo, ma tale relazione non è esclusiva. La Bibbia narra sì lo sterminio (cherèm) dei sette popoli cananei (Deuteronomio 7,1-5) per far posto a Israele, ma quando questi passi sono stati scritti Israele era una “pecora errante” inseguita dai leoni (Geremia 50,17).

L’ebraico della Bibbia, una lingua di per sé piuttosto “povera”, conosce una grande ricchezza di termini per definire l’alterità: zar, nekàr (nokrì), gher. Zar è l’estraneo, sono gli altri popoli, anche i nemici, persino l’israelita laico di fronte ai sacerdoti. Nekar è il forestiero, o il diverso, anche il nemico. Gher è lo straniero residente, dal particolare statuto giuridico, in via di integrazione. Gli oltre centocinquantamila stranieri del censimento di Salomone (1 Cronache 2,16) erano probabilmente pari all’8/9% della popolazione. Una cifra non trascurabile. Lo straniero è spesso anche povero, come l’orfano e la vedova (Deuteronomio 10,18), come Israele nel deserto.

Lo stesso Israele è stato molte volte straniero (gher). Abramo fu gher in Ebròn (Genesi 23,4); Mosè lo fu in Màdian e chiamò suo figlio Ghersòn (Esodo 2,22); gli ebrei furono gherim in terra d’Egitto (Esodo 22,20). Nel regno d’Israele il gher stava all’ebreo come gli ebrei agli egiziani: la Bibbia prescrive alla maggioranza di non opprimere perché altrove o altrimenti potrà essere minoranza. Vale per il gher quanto vale per il prossimo (rea '): “ama il prossimo tuo come te stesso” è precetto ebraico (Levitico 19,18) che Gesù immette nell’evangelo. Gli ebrei sono ospiti (toshavìm) nel regno d’Israele: “mia è la terra - dice il Signore - e voi siete presso di me stranieri e ospiti” (Levitico 25,23). Lo ricordano al popolo ebraico la pratica dell’anno sabbatico e dell’anno giubilare e la spartizione della terra in epoca futura “fra voi e gli stranieri che abitano tra voi” (Ezechiele 47,21- 23). La moabita Rut (1,16), simbolo degli altri sessantanove popoli del mondo, giunge ad affermare “il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio”. Israele è in relazione con Dio, non lo possiede, e la sua primogenitura è partecipazione aperta alle altre genti. Questa è la missione particolare di Israele: essere “luce per le genti”.

L’ebraismo è plurale e dunque, in qualche modo, “straniero” a se stesso. L’ebreo è colui che attraversa (‘evèr), è sempre “altro” a se stesso e ai popoli tra cui vive, spesso incarna il “diverso” e subisce la persecuzione degli “uguali”. Nel Talmùd vige il principio di una “altra interpretazione” (davar achèr) per spiegare in modo plurale la Scrittura. Questo principio introduce nel seno di Israele l’alterità. Dio solo è echàd (uno): gli esseri umani non possono che essere achèr (altri). Per questo, secondo una nota battuta di spirito, “dove ci sono due ebrei ci sono almeno tre opinioni”.

Ascoltare la voce di Dio

La conclusione di questa descrizione della fede degli ebrei come un insieme di “movimenti” tra Dio e Israele - grido, insegnamento, prassi, benedizione e lode - è affidata a un’altra pagina del Talmùd. Una presentazione dell’ebraismo non sarebbe completa senza una parola sul mashìach o “unto di Dio” che i cristiani ritengono sia Gesù che appunto definiscono “il Cristo”. Non è un caso che del Messia qui si parli solo in conclusione e con una parabola. La fede ebraica non è incentrata sul Messia e poche sono le certezze (chi? quando? come?) e molte le ipotesi sulla sua venuta. In ogni caso per gli ebrei il Messia non è ancora venuto nel mondo perché ancora oggi l’umanità è soggetta ai male e alla morte e l’intero creato “soffre e geme” - scrive l’ebreo Paolo di Tarso in una sua lettera - nell’attesa del compimento del piano di Dio. In questo compimento l’umanità intera, e Israele in modo particolare, hanno un compito preciso e prezioso: ascoltare la parola di Dio: “Un giorno rabbi Joshua ben Levi interrogò il profeta Elia: ‘Quando verrà il Messia?’. Elia rispose: ‘Va’ a chiederglielo’. Rabbi Joshua disse: ‘Ma dov’è?’. Elia rispose: ‘Alla porta di Roma’. ‘E come lo riconoscerò?’. ‘Siede fra i lebbrosi mendicanti. Ma mentre questi si tolgono e si rimettono le bende tutte in una volta, il Messia si toglie le bende a una a una e se le rimette una alla volta. Egli pensa che Dio lo può chiamare in ogni momento a portare la redenzione e si tiene sempre pronto’. Rabbi Joshua andò da lui e lo salutò: ‘Pace a te, maestro!’. ‘Pace a te, figlio di Levi!’. ‘Quando verrai, maestro?’. ‘Oggi’. Più tardi rabbi Joshua ben Levi si lamentò con Elia: ‘Il Messia mi ha mentito. Ha detto che sarebbe venuto oggi, e non è venuto’. Ma Elia disse: ‘Non l’hai capito bene. Egli ti ha citato il Salmo 95,7: Oggi, se ascolterete la Sua voce!’ (Sanhedrin 98a).

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