venerdì 28 maggio 2021

Le tre religioni di Abramo

Le radici comuni

La prima parola che Dio rivolge ad Abramo è un comando: “Vattene.../Lech lechà” (Gn 12,1). Abramo obbedisce senza fiatare: “Abramo prese la moglie Sarai, e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso il paese di Canaan” (Gn 12, 5a).

La sua fede è senza limiti. Per questo Abramo è padre di tutti i credenti monoteisti: carnale di ebrei e musulmani, attraverso Isacco e Ismaele, e spirituale dei cristiani (si veda Gal 3 e Rm 4).

Quando, a causa di una carestia, scende in Egitto come straniero dice a sua moglie Sara: “Vedi, io so che tu sei donna di aspetto avvenente. Quando gli egiziani ti vedranno, penseranno: Costei è sua moglie, e mi uccideranno, mentre lasceranno te in vita. Di’ dunque che tu sei mia sorella, perché io sia trattato bene per causa tua e io viva per riguardo a te” (cf Gn 12,10-20).

Sara viene condotta nella casa del faraone e Abramo riceve “greggi e armenti e asini, schiavi e schiave, asine e cammelli” (v. 16). Dio colpisce il faraone e la sua casa con grandi calamità e l’inganno diviene chiaro. Abramo non è uno “stinco di santo”.

Dio lo sorprende continuamente con le sue promesse. La discendenza tarda a venire e Abramo, prima di avere un figlio da Sara (Isacco), lo avrà dalla schiava Agar (Ismaele).

Il figlio promesso giungerà quando Abramo e Sara non lo attendono più. “Abramo e Sara erano vecchi negli anni” e “era cessato a Sara ciò che avviene regolarmente alle donne” (cf Gn 18,9-15). Eppure Sara “concepì e partorì ad Abramo un figlio nella vecchiaia, nel tempo che Dio aveva fissato” e “Abramo aveva cento anni, quando gli nacque il figlio Isacco” (cf Gn 21,1-7).

Dopo averglielo dato Dio chiede ad Abramo di privarsi di quel figlio. E’ il sacrificio di Isacco che gli ebrei ricordano come “akedà/legamento” perché Abramo legò suo figlio all’altare, prima di prendere il coltello per immolarlo a Dio (cf Gn 22,1-18).

Noi cristiani oggi ci sentiamo “piccolo gregge”. Questo conduce taluni al disfattismo e talaltri al desiderio di “riconquista” dei territori perduti. Abramo ci insegna a non disperare perché nulla è impossibile a Dio. Egli non combatte per la terra promessa ma attende con fiducia.

Abramo è chiamato a “uscire” da terra, patria, casa e in ultima analisi da se stesso (cf Gn 12,1), per andare dove gli viene indicato da Dio. “Lech lechà” si può tradurre con “Vai a te”. Paradossalmente “uscire se stessi” non è un “perdersi” ma un “ritrovarsi”. Questo ritorno a Dio/teshuvà/metànoia non toglie nulla alla nostra libertà e responsabilità. E’ certo un’uscita dalle nostre certezze.

Questa uscita non è un movimento individuale e intimistico. La speranza biblica e cristiana riguarda una collettività. Le comunità cristiane oggi, come Abramo e la sua famiglia, sono chiamate a uscire dall’idolatria. Uscire anche dal nostro tempo e “alzare gli occhi” al futuro. Guardare questo nostro “oggi” alla luce di un “domani” indicatoci da Dio stesso nella sua alleanza con noi.

Prima di annunciargli la nascita di Isacco, Dio dice ad Abramo: “Non ti chiamerai più Abram, ma ti chiamerai Abramo, perché padre di una moltitudine di popoli ti renderò” (Gn 17,5). Nella concezione biblica e semitica il cambiamento del nome coincide con un cambiamento del destino dell’uomo. Così “Avram”, “padre eccelso”, diviene “Avraham”, “padre di moltitudini”. Sarà padre di Isacco e del popolo d’Israele, di Ismaele e di coloro che oggi si richiamano all’islam (cf Gn17,20), padre di Gesù Cristo e dei cristiani. La molteplice paternità di Abramo è immagine di quella di Dio Padre.

Le differenze più importanti

“Gli uomini del nostro tempo, magari non sempre consapevolmente, chiedono ai credenti di oggi non solo di parlare di Cristo, ma in certo senso di farlo loro vedere” (NMI n. 16). Noi cristiani proponiamo un “volto da contemplare”: il volto di Gesù. Siamo consapevoli tuttavia che il vedere non basta. Per credere è necessaria una grazia di rivelazione che viene dal Padre.

Il mistero di questo volto è profondo. Il concilio di Calcedonia nel 451 d.C. l’ha espresso con la formula “una persona in due nature” ma noi siamo consapevoli della limitatezza dei nostri concetti e delle nostre parole. Il mistero è ancora più profondo se consideriamo che il volto del Figlio (cf Gv 5,18), prima di essere quello del risorto (cf 1 Cor 15,14) è il volto dolente che sulla croce ha espresso tutta la sua sofferenza con le parole del Salmo 22: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34).

Per la fede della Chiesa è essenziale e irrinunciabile affermare che davvero il Verbo “si è fatto carne” ed ha assunto tutte le dimensioni dell'umano, tranne il peccato (cf Eb 4,15). In questa prospettiva l'Incarnazione è veramente una kenosi, uno “spogliarsi” da parte del Figlio di Dio, di quella gloria che egli possiede dall'eternità (cf Fil 2,6-8; 1 Pt 3,18).

I cristiani sono chiamati alla santità ovvero a una profonda appartenenza a colui che è tre volte Santo (cf Is 6,3). Il concilio di Nicea-Costantinopoli (381) parla di Trinità: Padre, Figlio e Spirito. Un unico Dio in tre persone. Questa chiamata alla pienezza è rivolta “a tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado” (LG n. 40). Le vie che conducono donne e uomini a questa misura alta della vita cristiana sono molte. Tutte hanno però alcuni elementi comuni.

L’evangelista Luca negli Atti degli apostoli racconta come i primi cristiani fossero “assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere” (At 2,42). Sono quattro le dimensioni comuni: Parola, fraternità, eucaristia, preghiera.

Quella che più risponde al disegno di Dio e alle attese profonde del mondo è la comunione/koinonia: “tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo” (At 2,44-47).

Compito delle comunità cristiane oggi è anzitutto coltivare questa spiritualità che consenta di fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione. Spiritualità della comunione è saper fare spazio al fratello portando “i pesi gli uni degli altri” (Gal 6,2) e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie. Questa unione spinge Dio ad aggiungere ogni giorno alla comunità “quelli che erano salvati” (At 2,48).

L’idea espressa nel titolo di “religioni del libro” è di estremo interesse a livello culturale. E’ sotto gli occhi di tutti l’esigenza di un confronto per una migliore conoscenza che abbia per fine una pacifica e rispettosa convivenza.

L’idea del cristianesimo come “religione del libro” tuttavia non è cristiana. La definizione di religioni “del libro” (al-Kitab) è coranica e ben si adatta a Torà e Corano. Nell’impostare così la questione il cristiano accetta di guardare alle tradizioni monoteiste (ebraismo, cristianesimo e islam) con occhio laico. Il cristianesimo pone al centro, prima ancora che il libro della Bibbia o dei Vangeli, la persona di Gesù Cristo e la sua “buona novella” (euanghèlion).

Il rapporto tra religione - società - stato

II cristianesimo è una realtà dinamica e complessa che ha senso solo nel contesto concreto. Già i padri della chiesa discutevano di questo. Alcuni intendevano il cristianesimo come una dottrina (Evagrio Pontico). Altri come una prassi (Gregorio Nissa). Altri ancora come un’energia dinamica che include entrambe le categorie (Crisostomo). Possiamo parlare di cristianesimi?

Guardando alla storia è proprio la pluralità delle confessioni cristiane (cattolici, ortodossi e protestanti) a balzare all’occhio. Nella storia abbiamo avuto esempi di società e di stati cristiani. Ancora oggi la separazione tra chiesa e stato è dato forse acquisito in occidente ma da acquisire in oriente. Le chiese ortodosse hanno spesso pensato la relazione chiesa-stato in termini di “sinfonia”.

Oggi esiste un diffuso “bisogno” religioso delle persone. Anche le società civili, in ogni angolo del mondo, chiedono alle istituzioni religiose, di qualunque credo, dei “valori”. In Italia il cristianesimo, nella sua forma cattolica, prevede un concordato (scuola confessionale, 8 per mille, leggi etiche...) che lo differenzia dalle altre chiese e religioni. Del resto quasi solo le chiese oggi assorbono i conflitti sociali nel nome della “solidarietà”.

Occorre tuttavia riflettere sul cristianesimo. Per i cristiani Gesù è il Messia atteso da Israele ma il suo Regno non è di questo mondo. Fino al 170 d.C. non esistono soldati cristiani e ancora nel 314 i Padri della chiesa giustificano quei credenti che rifiutano di prestare il servizio militare. Nella lettera A Diogneto i primi cristiani si definiscono “stranieri” in questo mondo.

Nel Credo, oltre a Gesù e a Maria, l’unico personaggio storico citato è Pilato. Gesù “patì sotto Ponzio Pilato” andrebbe tradotto dal greco “testimoniò la bella confessione”. Gesù non intraprese una rivoluzione contro il potere romano. Diede la testimonianza di un altro potere e di un’altra logica: quelli di Dio. La diede, a prezzo della vita, non “contro”, ma “davanti” al potere mondano.

La croce di Gesù è un abbraccio all’uomo minacciato dal male. L’etica cristiana non è una morale per tutti. Il pastore luterano Dietrich Bonhoeffer ha scritto che 1’Etica è la concretezza vissuta del vangelo, il vangelo accompagna le donne e gli uomini nel loro cammino. Il cristiano è invitato dall’evangelo ad accogliere il peccatore che trasgredisce la legge.

Jonathan Sacks, rabbino del Commonwealth e autore del libro “La dignità della differenza”, accetta la sfida del sociologo Samuel Huntington che ha teorizzato lo “scontro di civiltà”. Sacks sostiene che “la civiltà occidentale ha conosciuto cinque culture universaliste: l’antica Grecia, l’antica Roma, la cristianità e l’islam medievali e l’illuminismo”. Tutte queste culture, pur essendo tre secolari e due religiose, estinsero le forme di vita più deboli e ridussero la biodiversità di quel delicato ecosistema che è il mondo. Per questo Sacks intende esorcizzare il fantasma di Platone che, nella “Repubblica”, cercò di investire lo stato delle caratteristiche della religione. Aristotele gli replicò che la politica è lo spazio delle diversità di vedute e di interessi. Uno spazio oggi necessario a livello globale che le religioni, seppure impegnate a superare i conflitti, devono lasciare aperto.

La considerazione dei diritti dell’uomo

La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789) nata dalla rivoluzione francese ha come humus l’illuminismo dei ceti dirigenti europei tendenzialmente contrario alle chiese storiche e teso al progresso della ragione da realizzarsi con la scienza e la tecnica.

Questa etica comune, non viene imposta dall’alto dalla ragione, ma si trova già dentro le religioni. La regola d’oro: “Non fare agli altri ciò non vuoi sia fatto a te” è una massima che, variamente espressa, è comune a tutte le grandi religioni dell’umanità. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è invece il risultato di una ragione occidentale forte che non regge al pluralismo delle culture. Gli stati islamici hanno sentito il bisogno di scrivere una dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo.

L’opposizione decisa della chiesa cattolica si protrae per un secolo e solo con Pio XI e XII — nella sostanza - e i papi successivi - nella forma esplicita - avviene il cambiamento. Dalla conferenza di Helsinki (1975) la chiesa cattolica si fa portatrice dei diritti dell’uomo a livello internazionale.

“Nel corso dei secoli si è sviluppata un'Europa caratterizzata sul piano religioso e culturale prevalentemente dal cristianesimo. Nel contempo, a causa delle deficienze dei cristiani, si è diffuso molto male in Europa ed al di là dei suoi confini. Confessiamo la nostra corresponsabilità in tale colpa e ne chiediamo perdono a Dio e alle persone.

La nostra fede ci aiuta ad imparare dal passato e ad impegnarci affinché la fede cristiana e l’amore del prossimo irraggino speranza per la morale e l’etica, per l’educazione e la cultura, per la politica e l’economia in Europa e nel mondo intero.

Le Chiese promuovono una unificazione del continente europeo. Non si può raggiungere l’unità in forma duratura senza valori comuni. Siamo persuasi che l’eredità spirituale del cristianesimo rappresenti una forza ispiratrice arricchente l’Europa. Sul fondamento della nostra fede cristiana ci impegniamo per un’Europa umana e sociale, in cui si facciano valere i diritti umani ed i valori basilari della pace, della giustizia, della libertà, della tolleranza, della partecipazione e della solidarietà. Insistiamo sul rispetto per la vita, sul valore del matrimonio e della famiglia, sull’opzione prioritaria per i poveri, sulla disponibilità al perdono ed in ogni caso sulla misericordia.

In quanto Chiese e comunità internazionali dobbiamo contrastare il pericolo che l’Europa si sviluppi in un Ovest integrato ed un Est disintegrato. Anche il divario Nord-Sud deve essere tenuto in conto. Occorre nel contempo evitare ogni forma di eurocentrismo e rafforzare la responsabilità dell’Europa nei confronti dell’intera umanità, in particolare verso i poveri di tutto il mondo” (KEK- CCEE, Charta Oecumenica. Linee guida per la crescita della collaborazione tra le Chiese in Europa, Strasburgo, 22 aprile 2001).

Il rabbino Sacks riflette anche sull’economia di mercato e sui diritti umani. In epoca recente il capitalismo sfrenato, con milioni di transazioni quotidiane, si è rivelato un pessimo distributore di risorse. Tuttavia, dopo millenni di storia civile, l’umanità non ha trovato strumento migliore per produrre ricchezza. I diritti umani sono un’etica condivisa talmente rarefatta da non incidere concretamente nella vita delle persone. Compito delle religioni mondiali è far crescere l’etica di ogni essere umano facendogli gustare la bontà della differenza.

Il tema della pace

La pace è una qualità messianica (Lc 1,79; 2,14). Gesù è il principe della pace (Mt 10,34). Gesù è la nostra pace (Ef 2,14). Nella comunione con Cristo raggiungiamo la pace (IPt 5,14; Fil 4,7). “Amate i vostri nemici” (Mt 5,43; Le 6,27), è l’esortazione di Gesù, perché siamo tutti figli dell’unico Padre, che fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni. “Porgete l’altra guancia” (Mt 5,38), andando oltre la giustizia distributiva (occhio per occhio, dente per dente), che, quando venne istituita, era già una chiara limitazione della violenza. Per l’apostolo Paolo Gesù “sbriciola il muro tra giudei e gentili” (Efesini 2,15), cioè tra noi e gli altri, qualunque cosa significhi quel “noi”. Mediante la croce di Cristo “vicini e lontani accedono all’unico Padre” (Ef 2,18). Eppure, alcuni secoli più tardi, Agostino e Ambrogio dibattono di “guerra giusta” contro le ingiustizie del nemico. E nell’etica secondo Tommaso il difendersi implica vita mea (voluta) e mors tua (non voluta).

Il dialogo interreligioso e i fondamentalismi nascono entrambi alla fine dell’800 come reazione alla cultura moderna. L’essenza della modernità sta nella ragione e nel soggettivismo etico, secondo il quale non esiste il male assoluto, dato che ciò che è male per me può non esserlo per te.

Da questo punto di vista i fondamentalisti mostrano di avere le idee assolutamente chiare: i peccatori sono gli altri e noi dobbiamo infliggere loro la giusta punizione in nome di dio. Se per il soggettivismo moderno il male è relativo, per le religioni il male esiste, eccome, e va preso sul serio.

Il Padre nostro, la preghiera di Gesù e per eccellenza quella del cristiano, termina con la parola “male”. Dobbiamo vivere ciascuno la propria religione con criticità, senza mai dimenticare che, come ci insegna l’antropologia del tremendum et fascinosum, ogni religione è affascinante, ma può anche essere tremenda.

Oggi le religioni dialogano tra loro per giungere a un’etica comune. Ma le religioni sono più che un’etica e quel “di più” è la parte meno facile da gestire. L’incontro interreligioso di Assisi 1986 si è svolto all’insegna dello slogan “insieme per pregare” e non pregare insieme”. Pur pregando tutti nello stesso luogo e, al limite, nello stesso momento, ciascuno l’ha fatto nella propria lingua, sacra o meno, e con le proprie formule.

Sacks indica nella “dignità della differenza” una possibile via d’uscita. Propone sei “c”: controllo come assunzione di responsabilità personale, contributo alla dimensione morale dell’economia, compassione come impegno dei paesi ricchi in favore dei poveri, creatività nell’investimento sull’educazione delle nuove generazioni, cooperazione della società civile all’instaurazione di relazioni pattuali da affiancare alle logiche di competitività, conservazione come dovere nei confronti della natura e delle generazioni future. La strada tracciata da questi sei atteggiamenti conduce a una settima “c”: la conciliazione nel mondo.

Oggi gli stati nazionali sono impegnati nella creazione di una forma di governo mondiale. Si pensi al dibattito sulla riforma dell’Onu. Il contratto da redigere comporta il sacrificio di una parte delle sovranità nazionali. Sacks suggerisce un compito alternativo nella stipulazione di un patto globale: I patti sono più fondanti dei contratti... L’antico Israele diede inizio al proprio contratto sociale quando, su richiesta del popolo, Samuele consacrò re Saul... Esso aveva ricevuto il suo patto sociale parecchi secoli prima, con la rivelazione del monte Sinai... I patti sono un inizio, un atto di impegno morale... Ciò di cui oggi abbiamo bisogno non è un contratto che porti in essere una struttura politica globale, ma piuttosto un patto che inquadri la nostra visione condivisa del futuro dell’umanità”.

Appendice

Per ebrei, cristiani e musulmani l’ascolto della Parola riveste un ruolo di primo piano nella preghiera. Il silenzio che immette nella relazione con Dio è uno spazio interiore di accoglienza della sua volontà. La tradizione ebraica legge cosi l’apertura del Salmo 65: “per te il silenzio è lode o Dio, in Sion” (v 2).

L’ascolto e la meditazione conducono alla lode. Momento topico di lode è l’azione di cibarsi: per ebrei e musulmani è usuale pregare al momento dei pasti. Anche il cristianesimo pone il ringraziamento (eucharistìa) al centro della vita comunitaria.

Nella preghiera di invocazione l’orante può far entrare anche gli altri. Il movimento dell’intercessione porta il credente a fare un passo tra l’uomo e Dio. “Vedi come ardisco parlare al mio Signore?” (Genesi 18,27) è l’atteggiamento di Abramo che i suoi figli possono far proprio intercedendo gli uni per gli altri.

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