La spiritualità cristiana di Edith Stein ha radici profonde nella fede ebraica. Questa donna ebrea ha saputo abitare con coraggio gli spazi di mezzo tra filosofia (la fenomenologia) e fede, ebraismo e cristianesimo (nell'accezione cattolica), mondo e monastero (il Carmelo), essere finito ed essere eterno (la mistica).
Carla Bettinelli (cf Il pensiero di Edith Stein, Vita e Pensiero, Milano 1976) scandisce la vita di Edith Stein in tre parti: la fenomenologa indaga in campo psicologico, socio-comunitario, etico-giuridico-filosofico (1917-1922); la fenomenologa entra nella “cattedrale della Scolastica” (1923- 1933); la fenomenologa incontra Dio (1934-1942). Cristiana Dobner (cf Il libro dai sette sigilli, Monti, Saronno 2001) la diluisce in sette “stanze” come per Il castello interiore di Teresa d’Avila: l’infanzia a Breslavia, l'università a Gottinga e Friburgo, la conversione a Bergzabern, l'insegnamento a Spira, il Carmelo a Colonia, la fuga a Echt e la morte ad Auschwitz (cf anche Edith Stein, Il castello dell’anima. Riflessioni sul Castello interiore di S. Teresa d’Avila, OCD, Firenze 1981).
Note biografiche
Nel 1891 la città di Breslavia, oggi Wroclaw Polonia, appartiene all’impero germanico. In quell’anno Edith vi nasce come ultima di undici figli presto ridotti a sette dalla mortalità infantile. Il 12 ottobre 1891 cade anche la festa ebraica di Kippur. Per gli ebrei il giorno dell’espiazione equivale, per importanza, al Natale cristiani. A Kippur si celebrano la riconciliazione con Dio e il perdono dei peccati. L’espiazione prevede molti divieti e il più lungo digiuno, venticinque ore, di tutta la liturgia ebraica. Scrive Edith in un’autobiografia dell’infanzia e degli anni giovanili con riferimento alla madre: “credo che ciò abbia contribuito più di qualsiasi altra cosa a renderle particolarmente cara la sua figlia minore” (Storia di una famiglia ebrea, Città nuova, Roma 1992).
Nel 1893, quando Edith ha soli due anni, il padre Siegfrid Stein, commerciante di legname, muore improvvisamente e la madre Augusta Courant, donna energica, deve farsi carico da sola di famiglia e azienda per assicurarsi un dignitoso tenore di vita. Augusta è religiosa, osserva il sabato, si reca in sinagoga in occasione delle festività e pronuncia le benedizioni dei pasti. La sua religiosità ebraica è liberale, la sua pratica dei precetti è parziale, ma Augusta riconosce negli avvenimenti legati alla sua famiglia “qualcosa che va oltre le mie forze” (Storia...). Di quegli anni la sorella Erna ricorda il primogenito Paul che tiene in braccio Edith e cita versi di Schiller e Goethe.
Per una quindicenne, la Breslavia del 1906 è un ambiente ristretto e provinciale. Edith vive in semplicità e con parsimonia, la madre è per lei uno specchio di virtù, ma tutto ciò non le basta. Radicale come sanno esserlo gli adolescenti, improvvisamente interrompe gli studi, rinunciando anche alla fede ebraica: “in piena coscienza e per libera scelta smisi di pregare” (Storia...). La giovane è sensibile, decisa e dotata di capacità intellettive non comuni. A proposito del suo futuro scrive: “Le decisioni scaturivano in me da profondità a me stessa sconosciute. Quando una cosa simile era entrata alla chiara luce della coscienza e aveva assunto una salda forma mentale, allora nessuno poteva più trattenermi” (Storia...).
Due anni dopo Edith riprende gli studi e nel 1911 consegue brillantemente la maturità. A 21 anni si iscrive all’università dove studia germanistica, storia e psicologia, anche se la sua passione è la filosofia. La società patriarcale dell’epoca non accorda alle donne risorse economiche e possibilità di carriera. Così l’università è un privilegio riservato a poche. Per questo Edith si appassiona alla questione femminile e aderisce all’associazione prussiana per il diritto femminile al voto che raggiungerà l’obiettivo solo nel 1919.
Nel 1913 Edith si reca a Gottinga per proseguire gli studi di filosofia (cf II mio primo semestre a Gottinga, Morcelliana, Brescia 1982). Qui ordinario è l’ebreo Edmund Husserl di cui la ventiduenne diviene presto discepola. Il filosofo affascina i suoi studenti con un concetto di verità legata alla percezione soggettiva (Kant) ma soprattutto a quella oggettiva. La svolta verso la concretezza della fenomenologia condurrà molti studenti ebrei alla fede cristiana sia cattolica che protestante. I preconcetti razionalisti di Edith crollano anche grazie alle profonde amicizie con i fenomenologi della Società filosofica: Edwig Conrad Martius (allieva prediletta di Husserl diventa protestante), i coniugi ebrei Anna e Adolf Reinach (assistente di Husserl), Max Scheler (ebreo fattosi cattolico) e Hans Lipps. Di quegli anni Edith scrive: “la mia unica preghiera era la ricerca della verità” (cit. in Teresia Renata de Spirita Sancto, Edith Stein, Morcelliana, Brescia 1952).
Nel 1915, a ventiquattro anni, Edith supera con lode l’esame di Stato in filosofia, germanistica e storia (la passione per il germanesimo è molto diffusa tra gli ebrei assimilati dell’epoca) (cf Una ricerca sullo Stato, Città nuova, Roma 1993). Allo scoppio della prima guerra mondiale Edith rinuncia al tirocinio professionale come insegnante a Breslavia e frequenta un corso della Croce rossa. Quindi parte per l’Austria come infermiera volontaria in un ospedale dell’esercito tedesco per malattie infettive. L’anno successivo, mentre i coniugi Reinach aderiscono al protestantesimo, Edith segue Husserl nel suo trasferimento a Friburgo in Brisgovia.
Nel 1917 Edith si laurea summa cum laude con una tesi su Il problema dell’empatia (Studium, Roma 1985). Divenuta assistente di Husserl, ovvero segretaria senza possibilità di elaborazione in proprio, ben presto si annoia sui manoscritti da pubblicare. Quando Adolf Reinach muore in guerra nelle Fiandre, la ventiseienne si reca a Gottinga per riordinare le sue carte, e trova Anna Reinach vibrante di fede e di speranza. Scrive: “Fu il mio primo incontro con la croce” (cit. in Teresia...).
L’anno successivo il desiderio di una maggiore indipendenza la spinge al distacco da Husserl, al ritorno a Breslavia, alla prosecuzione del lavoro di ricerca e alla scrittura di articoli per riviste scientifiche. In questo periodo Edith legge il Nuovo Testamento, gli scritti di Kierkegaard e gli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola. In quanto donna, nonostante l’interessamento di Husserl, non viene ammessa alla libera docenza presso le università tedesche (cf Introduzione alla filosofia, Città nuova, Roma 1998).
Il matrimonio di Hans Lipps è una delusione amorosa per la ventinovenne Edith: “Durante tutto quell’anno rimasi a Breslavia. Per la verità il terreno mi bruciava sotto i piedi... Il periodo che precedette le nozze (della sorella Erna) fu un lungo tormento prolungato... Il mattino del matrimonio... ero sdraiata sulla chaise-longue in una delle stanze da letto in preda a violenti dolori e trasalivo ad ogni rumore... (Erna) mi diede un po’ di morfina. La sera ero di nuovo vivace” (Storia...).
Durante l’estate del 1921 trascorre una vacanza nella casa di campagna dell’amica Edwig a Bergzabern nel Palatinato. La leggenda narra che in una notte Edith legge per intero l’autobiografia di Teresa d’Avila e scrive: “Quando richiusi il libro mi dissi: questa è la verità” (cit. in Teresia...). La formula usata da Edith è tipica del mondo accademico e in particolare dell’ambito filosofico. In quegli anni gli intellettuali tedeschi di origine ebraica si convertono più facilmente al protestantesimo e anche Heidegger, bavarese e cattolico, è tentato di farlo. Al contrario l’autobiografia è una categoria lontana dal pensiero universale filosofico.
Il 1 gennaio 1922, a 31 anni, Edith riceve il battesimo nella chiesa di San Martino a Bergzabern. Sua madrina è la protestante Edwig. Il giorno scelto è l’ottava di Natale, ricorrenza della circoncisione di Gesù, intesa come accoglienza nella stirpe di Abramo. Scrive: “Avevo cessato di praticare la mia religione ebraica e mi sentivo nuovamente ebrea solo dopo il mio ritorno a Dio” (cit. in Teresia...). Edith riceve la cresima dal vescovo di Spira durante la festa della Candelora che ricorda la purificazione di Maria dopo quaranta giorni dal parto. La festa trae ispirazione dalle prescrizioni della Bibbia ebraica ed è caratterizzata dalla benedizione dei ceri. Per Edith il cristianesimo, lungi dall’essere un rinnegamento, è solo una diversa espressione della fede ebraica. Continua ad accompagnare la madre in sinagoga per le feste ebraiche e a Edwig, che le chiede ragione della sua conversione, risponde: “Secretum meum mihi” (è il mio segreto) (cit. in Teresia...).
L’aspirazione al Carmelo viene frenata dalle guide spirituali, il vicario generale di Spira e il gesuita Erich Przywara, che chiedono a Edith di mettere la sua scienza al servizio di Dio. Dal 1923 al 1929 insegna tedesco e storia al liceo e all’istituto magistrale domenicano della Maddalena di Spira. L’arciabate Raphael Walzer dei domenicani di Beuron alle sorgenti del Danubio, dove Edith trascorre la Pasqua e le altre feste liturgiche, la convince a viaggiare per tenere conferenze sul genio femminile (cf La donna. Il suo compito secondo la natura e la grazia, Città nuova, Roma 1968). Edith diviene sostenitrice della parità uomo/donna anche nella chiesa e ribadisce che non esiste alcun vincolo dogmatico al sacerdozio femminile. Quando Przywara la incoraggia a proseguire la ricerca scientifica, traduce le lettere e i diari del periodo precattolico di Newman, oltre alle Questiones disputatae de ventate di Tommaso d’Aquino. In questi anni Edith legge gli scritti di Giovanni della Croce e decide di fare privatamente voto di povertà, castità e obbedienza. Scrive: “Dio è più intimo del mio intimo e incontenibile in un nome” (cit. in Teresia...). Riecheggia qui l’impronunciabilità ebraica del nome di Dio (JHWH).
Nel 1930, per la prima volta dopo la sua scelta, Edith incontra Husserl e discute con lui senza convincerlo. In una lettera a una suora scrive: “Dopo ogni incontro, in cui avverto sempre più l’impotenza dell’azione diretta, si acuisce in me un desiderio urgente di essere holocaustum” (La scelta di Dio. Lettere dal 1917 al 1942, Mondadori, Milano 1997). Parole da accostare a quelle dell’apostolo Paolo: “Ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anàtema (maledizione), separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. Essi sono Israeliti e possiedono l'adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen” (Romani 9,2-5).
A quarant’anni Edith termina l’insegnamento a Spira e getta le basi di un saggio fenomenologico sui concetti tomisti di atto e potenza. Lo terminerà nel Carmelo di Colonia e verrà pubblicato solo dopo la sua morte (cf Essere finito e essere eterno. Per una elevazione al senso dell’essere, Città nuova, Roma 1988). L’anno successivo ottiene una cattedra presso l’Istituto cattolico di Pedagogia scientifica di Munster e può sviluppare la propria antropologia (cf La vita come totalità. Scritti sull’educazione religiosa, Città nuova, Roma 1994; Natura persona mistica. Per una ricerca cristiana della verità, Città nuova, Roma 1997; Psicologia e scienze dello spirito, contributi per una fondazione filosofica, Città nuova, Roma 1996). Hans Lipps resta vedovo con due figli piccoli e le chiede invano di unirsi a lui.
Nel 1933 la salita al potere di Hitler fa scendere la notte sulla Germania. Con la legge sulla stirpe ariana il partito nazionalsocialista tedesco vieta l’insegnamento agli ebrei. Edith scrive: “Avevo già sentito dire di severe misure prese contro gli ebrei... ebbi l’intuizione che Dio aggravava di nuovo la mano sul suo popolo e che il destino di questo popolo era anche il mio” (Come giunsi al Carmelo di Colonia, Morcelliana, Brescia 1952). Dopo essersi rifiutata di emigrare come docente in Sudamerica, la quarantaduenne scrive al papa chiedendo un’udienza e un’enciclica. L’arciabate Walzer le concede di entrare in convento nel Carmelo di Colonia. L’ultimo giorno Edith lo trascorre a Breslavia in compagnia della madre. Accompagnandola in sinagoga per Succot (festa dei tabernacoli o capanne) le racconta tutto e la madre, ottantaquattrenne, replica: “Non voglio dire niente contro di lui (Gesù). Sarà anche stato un uomo buono. Ma perché si fatto Dio?” (Come...). Quando sale sul treno per Colonia la assale la tristezza: “Ma l’anima si trovava in una pace perfetta: nel porto della volontà di Dio” (Come...).
Dalla vestizione, avvenuta nel 1934, il nome di Edith è Teresia Benedicta a Cruce (Teresa Benedetta della Croce) con riferimento a Teresa d’Avila e a san Benedetto. La solitudine e i sacrifici del Carmelo non sono paragonabili a quelli sofferti nel mondo e qui Edith può trovare letizia e pace per rinfrancarsi. A quarantaquattro anni Edith pronuncia ufficialmente i voti semplici di obbedienza, castità, povertà secondo la regola dei carmelitani scalzi. Il 1936 è segnato dal rinnovo dei voti, dalla morte della madre Augusta e dal battesimo della sorella Rosa. In una lettera a una suora scrive: “Mia madre è rimasta fino all’ultimo fedele alla sua fede... sono convinta che abbia trovato un giudice molto generoso e che ora aiuterà anche me ad arrivare alla meta” (La scelta...). L’arciabate Walzer, dopo aver affermato che “il nazismo è nemico di Cristo e di Dio”, è costretto alla fuga dalla Germania.
Edith pronuncia i voti perpetui nel 1938 e il velo nero sostituisce il bianco. Husserl muore affermando che “Dio è buono ma incomprensibile” e la sua allieva quarantassettenne, in una lettera a una giovane suora, scrive che anche al di fuori della chiesa visibile “chi cerca la verità cerca Dio” (La scelta...). Alle elezioni le viene proibito di votare perché non ariana e la notte fugge al Carmelo di Echt in Olanda. L’anno successivo scoppia la seconda guerra mondiale ed Edith scrive il suo testamento spirituale e apre così la sua autobiografia: “(I giovani) oggi vengono educati nell’odio razziale fin dalla prima infanzia. Nei loro confronti, noi, che siamo cresciuti nell’ebraismo, abbiamo il dovere di rendere testimonianza” (Storia...).
Nel 1940 Hitler occupa la neutrale Olanda e la sorella Rosa la raggiunge. Edith è di un’umiltà esemplare e per molto tempo le consorelle non si rendono conto della sua cultura. In un saggio di teologia della croce scrive: “bisogna fare tutto il possibile per evitare la sofferenza: ciò che rimane è la croce” (“Scientia Crucis". Studio su S. Giovanni della Croce, OCD, Roma 1996). Nel 1942 Edith e Rosa vengono convocate a Maastricht e marchiate con la stella gialla. Cercano rifugio presso il Carmelo di Friburgo ma i documenti per l’espatrio non giungono in tempo. I vescovi cattolici dei Paesi Bassi scrivono una lettera pastorale di denuncia delle deportazioni naziste degli ebrei. Le SS fanno irruzione nel Carmelo di Echt e concedono alle sorelle cinque minuti per raccogliere le loro cose. Sembra che Edith abbia detto a Rosa: “vieni, andiamo per il nostro popolo” (cit. in Teresia...). Nel campo di raccolta di Westerbork, in Olanda, Edith si occupa dei bambini delle madri disperate. Il 7 agosto un carico di un migliaio di ebrei parte alla volta di Auschwitz. Due giorni dopo la cinquantunenne Edith e la sorella Rosa muoiono in una camera a gas.
Nel 1962 l’arcivescovo di Colonia introduce la causa di beatificazione di Edith. Nel 1987 è beatificata a Colonia e nel 1998 canonizzata a Roma. Nel 1999 il papa Giovanni Paolo II la proclama patrona d’Europa con Caterina da Siena e Brigida di Svezia.
La parola di Dio
Nella famiglia di Edith lo studio della Bibbia ebraica (la Torà) è superficiale e riservato ai maschi; “All’età di 12 anni mia madre dovette lasciare la scuola per aiutare in casa; continuò comunque a prendere lezioni private di francese e tedesco. I figli maschi frequentarono tutti il liceo e furono mandati a studiare fuori, a Breslavia... A scuola i ragazzi studiarono religione sotto la guida di un professore ebreo; impararono anche un po’ di ebraico, ma non abbastanza da essere poi in grado di tradurre e saper pregare con cognizione. Appresero i comandamenti, lessero brani tratti dalle Scritture e impararono a memoria alcuni salmi (in tedesco) ... Fu sempre insegnato loro il rispetto nei confronti di qualsiasi religione e di non parlarne mai male” (Storia...). Anche la partecipazione ai riti in sinagoga non è molto sentita: “Il sabato talvolta ci conducevano alla sinagoga... (Nostra zia Milka) era l’unica ad aver conservato la fede dei genitori e si curava di conservare la tradizione, mentre per gli altri il rapporto con l’ebraismo era svincolato da fondamenti religiosi” (Storia...). Il ritrovamento di un libro ebraico di preghiera scuote la coscienza cristiana di Edith: “Vorrei ancora ringraziare Frieda per la Hanna. Vi sono legati tanti ricordi! Da bambina avevo l’onore di andare a prenderlo per portarlo alla mamma... L’ho riaperto a quella pagina e vi ho ritrovato la fede di un tempo, che è a noi tanto connaturale e che costituisce oggi il mio sostegno. Il giudaismo ha in sé questa fede, solo che nella maggior parte non è più viva” (La scelta...).
In gioventù Edith aveva letto il Nuovo Testamento: “Il Diatéssaron (fusione armonica dei Vangeli) di Taziano e poco più tardi la traduzione della Bibbia di Ulfila furono il primo approccio con il Vangelo (a prescindere da frammenti che avevo imparato a conoscere durante le funzioni religiose scolastiche). Nel nostro libro di lettura, il testo originale greco stava sotto quello gotico. Tuttavia, in quella occasione non ne fui commossa dal punto di vista religioso” (Storia...). L’ebraicità di Gesù diverrà fondamentale per la sua vita: “Sappiamo dai racconti evangelici che Cristo ha pregato come pregava un ebreo credente e osservante della Legge. Il giudaismo aveva ed ha una sua ricca liturgia per il culto pubblico e per il culto domestico, per le grandi feste e per la vita quotidiana. Come faceva da bambino con i suoi genitori, così anche in seguito egli è andato in pellegrinaggio a Gerusalemme con i suoi discepoli nei tempi prescritti, per concelebrare le grandi feste del tempio. Di certo ha cantato con i suoi, con santo entusiasmo, gli inni di giubilo in cui prorompeva la gioia dei pellegrini giunti alla meta: Quale gioia, quando mi dissero: Andremo alla casa del Signore (Salmo 11,1). Che Gesù abbia recitato le antiche preghiere di benedizione - sul pane, sui vino e sui frutti del campo: Sia lode al re, Eterno, nostro Dio, Re del mondo, che fai spuntare il pane dalla terra... che creasti il frutto della vite -, ci viene testimoniato dal racconto della sua ultima permanenza in compagnia dei discepoli, che fu dedicata all’adempimento di uno dei doveri religiosi più santi, cioè alla solenne cena pasquale, alla commemorazione della salvezza dalla schiavitù d’Egitto” (La preghiera della Chiesa, Morcelliana, Brescia 1987).
La parola di Dio afferra Edith: “Per noi la Sacra Scrittura è parola di Dio, perché con essa Dio si avvicina a noi, si fa conoscere, avanza le sue esigenze... Questo venir afferrati dalla Parola nella dimensione della fede - san Tommaso lo chiama l’inizio della vita eterna in noi - fa sì che noi riconosciamo Dio” (La “teologia simbolica" dell’Areopagita e i suoi presupposti nella realtà, EDB, Bologna 2003). Giocando con gli accenti ci si può chiedere se la parola di Dio viene tràdita (trasmessa) o tradìta (falsata) da questa ebrea fattasi cristiana. Edith non conosce l’ebraico e prega i salmi in tedesco. Con ogni probabilità la forma di ebraismo liberale degli ebrei assimilati in Germania non risponde alla sua esigenza di radicalità. Da monaca Edith legge la Bibbia cristiana alla luce di quella ebraica. Diviene così esemplare per una relazione che precede quella tra cristiani ed ebrei: la relazione tra Antico e Nuovo Testamento nella Bibbia cristiana.
La verità
A un tratto Edith trova la verità: “E’ merito storico delle Ricerche Logiche di Husserl... di aver elaborato l’idea della verità assoluta, e della conoscenza oggettiva ad essa corrispondente, in tutta la sua purezza, e di aver regolato fino in fondo i conti con tutti i relativismi della filosofia moderna, con il naturalismo, con lo psicologismo e con lo storicismo. Lo spirito trova la verità, non la produce. Ed essa è eterna. Se la natura umana, se l’organismo psichico, se lo spirito del tempo si trasformano, allora anche le opinioni degli uomini si trasformano, ma la verità non cambia” (cf La ricerca della verità, dalla fenomenologia alla filosofìa cristiana, Città nuova, Roma 1993). Una condizione fondamentale per l’intuizione della verità è l’assenza di pregiudizi: “Ci veniva continuamente raccomandato di considerare ogni cosa con occhio libero da pregiudizi, di gettare via qualsiasi tipo di paraocchi. I limiti dei pregiudizi razionalistici, nei quali ero cresciuta senza saperlo, caddero, e il mondo della fede comparve improvvisamente dinanzi a me. Persone con le quali avevo rapporti quotidiani e alle quali guardavo con ammirazione, vivevano in quel mondo. Doveva perciò valere la pena almeno di riflettervi seriamente” (Storia...).
La fede è per Edith una mistica luce oscura: “Noi accogliamo la fede sulla testimonianza di Dio e conseguiamo in tal modo conoscenze che non posseggono evidenza intellettiva... L’oscurità della fede, contrapposta all’eterna luce a cui essa tende, viene trattata dal nostro padre san Giovanni della Croce: il progresso dell’intelletto consiste nello stabilirsi maggiormente nella fede, vale a dire nel mettersi sempre di più all’oscuro, giacché la fede è tenebre per l’intelletto” (Essere...). La fede è la condizione di chi viene afferrato dalla verità: “Accogliere la verità di fede significa accogliere Dio, poiché è Lui il vero e proprio oggetto della fede di cui trattano le verità di fede. Ma accogliere ciò significa anche volgersi a Lui nella fede, cioè credere in Deum, tendere a Lui. In tal modo credere equivale ad un afferrare Dio; ma l’afferrare presuppone un venire afferrati: non potremmo credere infatti senza la Grazia. E la Grazia è la partecipazione alla vita divina: quando ci apriamo alla Grazia, accettiamo la fede, e così abbiamo l’inizio della vita divina in noi” (Essere...).
La verità esiste, dà senso alla vita, ed esige la ricerca. Tuttavia non si può possedere la verità, ma solo intuirla, ovvero in altri termini esserne posseduti. Nel ribadire che la fede è luce oscura Edith si accompagna a Giovanni della Croce e allo Pseudo Dionigi l’Aeropagita. La fede non spiega tutto, lascia posto al mistero, ma pone chi crede nelle mani di Dio come un bimbo svezzato nelle braccia della madre.
Una liturgia dell’attesa
Come l’autore della protocristiana Lettera a Diogneto anche Edith vive come straniera nel mondo: “Dovetti attendere con pazienza, cosa che mi venne confermata anche da chi dirigeva l’anima mia... ma l’attesa mi riuscì assai dura, soprattutto verso la fine: ero diventata straniera al mondo. Prima di accettare la docenza di Munster avevo chiesto con supplice istanza il permesso di entrare nell’Ordine, ricevendo però ancora un rifiuto, di cui mi veniva indicato il motivo sia nel dovere morale verso mia madre sia nell’attività che da anni svolgevo nell’ambiente cattolico. Mi ero sottomessa. Ma ormai tutti gli ostacoli crollavano: la mia attività era troncata, e mia madre sarebbe stata certo più contenta di sapermi in un monastero in Germania che non in una scuola in Sud America” (dallo Scritto autobiografico lasciato alla priora del Carmelo di Colonia). La sua capacità di attesa è dettata dal senso di servizio: “Siamo al mondo per servire l’umanità... Questo si può fare nel migliore dei modi, facendo qualcosa per cui si ha una vera predisposizione” (Storia...).
Nell’anno della laurea, durante una passeggiata con l’amica Pauline Reinach, Edith sosta nel Duomo di Francoforte: “Entrammo per qualche minuto nel duomo e mentre eravamo lì in rispettoso silenzio, entrò una donna con il suo cesto della spesa e si inginocchiò in un banco per una breve preghiera. Per me era una cosa del tutto nuova. Nelle sinagoghe e nelle chiese protestanti che avevo visitato ci si recava solo per la funzione religiosa. Qui invece qualcuno era entrato nella chiesa vuota, nel mezzo delle sue occupazioni quotidiane, come per andare a un colloquio confidenziale. Non ho mai dimenticato quel fatto” (Storia...). Il colloquio intimo con Dio, immaginato da Edith, è un anticipo della speranza cristiana di una visione beatifica di Dio: “La più alta realizzazione raggiungibile da uno spirito creato - certamente non con le sue proprie forze - è la visione beatifica, che Dio gli dona quando lo unisce a sé; esso viene a partecipare della conoscenza divina, partecipando della stessa vita divina, Durante la vita terrena, il massimo avvicinamento a questa altissima meta è la visione mistica. C’è anche un grado preliminare, per il quale non è necessaria questa suprema elargizione di Grazia, ed è la genuina fede viva” (Essere...).
L’opera pedagogica e filosofica di Edith, dal momento dell’adesione a Cristo, costituisce una liturgia dell’attesa del suo ingresso nel Carmelo. La parola liturgia deriva dal greco leiturgòs composto da léiton ed érgon. Il secondo termine indica l’opera e il primo il luogo degli affari del popolo (laòs). L’opera di Edith è un servizio alle genti cristiane. Tale servizio ricorda 1’‘avodà ebraica che è un servizio a Dio contrapposto alla servitù al faraone d’Egitto. L’attesa di Edith è operosa. Il suo servizio al mondo è libero e consapevole dei propri limiti. Il suo atteggiamento è antitetico alla pretesa di redimere il mondo con la pochezza umana. Solo il ritorno di Cristo (parusìa) potrà portare sulla terra la pienezza del regno di Dio.
La croce
La contemplazione nel Carmelo conduce Edith allo svuotamento (kénosys) di sé: “La nostra venerata madre Teresa (d’Avila) considerava la vocazione al Carmelo sinonimo di vocazione alla contemplazione. Lo stesso vale di certo per ogni ordine contemplativo. In ogni caso credo che una via sicura sia quella di diventare un vaso vuoto per la Grazia divina” (La scelta...). Dio le affida un ruolo simile a quello della biblica Ester che viene separata dal suo popolo per servirlo: “Penso sempre alla regina Ester, che è stata scelta proprio per intercedere davanti ai re per il suo popolo. Io sono una piccola Ester povera e impotente, ma il re che mi ha scelto è infinitamente grande e misericordioso. E questa è una grande consolazione” (La scelta...).
Edith è consapevole che la sua scelta di Dio la conduce verso la croce: “E’ il principio su cui si fonda la vita di tutti gli ordini religiosi e in primo luogo del Carmelo: attraverso una sofferenza liberamente accettata, intercedere per i peccatori e collaborare alla redenzione dell’umanità” (La scelta...). La sua non è affatto una ricerca della sofferenza e della morte. Al contrario è un grido di dolore per la sofferenza e la morte che imperano nel mondo. Alla superiora del Carmelo di Echt scrive: “Cara Madre, mi permetta di offrire me stessa al cuore di Gesù quale vittima di espiazione per la vera pace: affinché cessi il dominio dell’anticristo, possibilmente senza una seconda guerra mondiale, e possa venire instaurato un nuovo ordine. Vorrei farlo oggi, poiché è l’ora X. So di essere un nulla, ma Gesù lo vuole, e chiamerà certo molti altri in questi giorni” (La scelta...).
Edith sale il suo Calvario, la camera a gas, accettando la morte in espiazione per i peccati propri e altrui. Ritiene indispensabile fare di tutto per evitare la sofferenza. Tuttavia quel che rimane è la croce che rende partecipi alla redenzione di Cristo. Edith compie la salita sul Golgota ripercorrendo L'ascesa al monte Carmelo di Giovanni della Croce: “La grazia mistica concede come esperienza ciò che la fede insegna: che Dio abita nell’anima. Colui che, guidato dalla fede, cerca Dio, si incamminerà liberamente verso il medesimo luogo in cui altri sono attirati dalla Grazia, dove si spogliano dei sensi e delle immagini della memoria, dell’attività pratica naturale, dell’intelletto e della volontà per ritirarsi nella deserta solitudine interiore, e rimanervi nella fede oscura, in un semplice sguardo amoroso dello spirito vero il Dio nascosto, che momentaneamente è velato. Egli sosterà qui in una profonda pace - perché ivi è la sede della quiete - finché piacerà al Signore trasformare la fede in visione” (Essere...).
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