venerdì 28 maggio 2021

Le tre religioni di Abramo

Le radici comuni

La prima parola che Dio rivolge ad Abramo è un comando: “Vattene.../Lech lechà” (Gn 12,1). Abramo obbedisce senza fiatare: “Abramo prese la moglie Sarai, e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso il paese di Canaan” (Gn 12, 5a).

La sua fede è senza limiti. Per questo Abramo è padre di tutti i credenti monoteisti: carnale di ebrei e musulmani, attraverso Isacco e Ismaele, e spirituale dei cristiani (si veda Gal 3 e Rm 4).

Quando, a causa di una carestia, scende in Egitto come straniero dice a sua moglie Sara: “Vedi, io so che tu sei donna di aspetto avvenente. Quando gli egiziani ti vedranno, penseranno: Costei è sua moglie, e mi uccideranno, mentre lasceranno te in vita. Di’ dunque che tu sei mia sorella, perché io sia trattato bene per causa tua e io viva per riguardo a te” (cf Gn 12,10-20).

Sara viene condotta nella casa del faraone e Abramo riceve “greggi e armenti e asini, schiavi e schiave, asine e cammelli” (v. 16). Dio colpisce il faraone e la sua casa con grandi calamità e l’inganno diviene chiaro. Abramo non è uno “stinco di santo”.

Dio lo sorprende continuamente con le sue promesse. La discendenza tarda a venire e Abramo, prima di avere un figlio da Sara (Isacco), lo avrà dalla schiava Agar (Ismaele).

Il figlio promesso giungerà quando Abramo e Sara non lo attendono più. “Abramo e Sara erano vecchi negli anni” e “era cessato a Sara ciò che avviene regolarmente alle donne” (cf Gn 18,9-15). Eppure Sara “concepì e partorì ad Abramo un figlio nella vecchiaia, nel tempo che Dio aveva fissato” e “Abramo aveva cento anni, quando gli nacque il figlio Isacco” (cf Gn 21,1-7).

Dopo averglielo dato Dio chiede ad Abramo di privarsi di quel figlio. E’ il sacrificio di Isacco che gli ebrei ricordano come “akedà/legamento” perché Abramo legò suo figlio all’altare, prima di prendere il coltello per immolarlo a Dio (cf Gn 22,1-18).

Noi cristiani oggi ci sentiamo “piccolo gregge”. Questo conduce taluni al disfattismo e talaltri al desiderio di “riconquista” dei territori perduti. Abramo ci insegna a non disperare perché nulla è impossibile a Dio. Egli non combatte per la terra promessa ma attende con fiducia.

Abramo è chiamato a “uscire” da terra, patria, casa e in ultima analisi da se stesso (cf Gn 12,1), per andare dove gli viene indicato da Dio. “Lech lechà” si può tradurre con “Vai a te”. Paradossalmente “uscire se stessi” non è un “perdersi” ma un “ritrovarsi”. Questo ritorno a Dio/teshuvà/metànoia non toglie nulla alla nostra libertà e responsabilità. E’ certo un’uscita dalle nostre certezze.

Questa uscita non è un movimento individuale e intimistico. La speranza biblica e cristiana riguarda una collettività. Le comunità cristiane oggi, come Abramo e la sua famiglia, sono chiamate a uscire dall’idolatria. Uscire anche dal nostro tempo e “alzare gli occhi” al futuro. Guardare questo nostro “oggi” alla luce di un “domani” indicatoci da Dio stesso nella sua alleanza con noi.

Prima di annunciargli la nascita di Isacco, Dio dice ad Abramo: “Non ti chiamerai più Abram, ma ti chiamerai Abramo, perché padre di una moltitudine di popoli ti renderò” (Gn 17,5). Nella concezione biblica e semitica il cambiamento del nome coincide con un cambiamento del destino dell’uomo. Così “Avram”, “padre eccelso”, diviene “Avraham”, “padre di moltitudini”. Sarà padre di Isacco e del popolo d’Israele, di Ismaele e di coloro che oggi si richiamano all’islam (cf Gn17,20), padre di Gesù Cristo e dei cristiani. La molteplice paternità di Abramo è immagine di quella di Dio Padre.

Le differenze più importanti

“Gli uomini del nostro tempo, magari non sempre consapevolmente, chiedono ai credenti di oggi non solo di parlare di Cristo, ma in certo senso di farlo loro vedere” (NMI n. 16). Noi cristiani proponiamo un “volto da contemplare”: il volto di Gesù. Siamo consapevoli tuttavia che il vedere non basta. Per credere è necessaria una grazia di rivelazione che viene dal Padre.

Il mistero di questo volto è profondo. Il concilio di Calcedonia nel 451 d.C. l’ha espresso con la formula “una persona in due nature” ma noi siamo consapevoli della limitatezza dei nostri concetti e delle nostre parole. Il mistero è ancora più profondo se consideriamo che il volto del Figlio (cf Gv 5,18), prima di essere quello del risorto (cf 1 Cor 15,14) è il volto dolente che sulla croce ha espresso tutta la sua sofferenza con le parole del Salmo 22: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34).

Per la fede della Chiesa è essenziale e irrinunciabile affermare che davvero il Verbo “si è fatto carne” ed ha assunto tutte le dimensioni dell'umano, tranne il peccato (cf Eb 4,15). In questa prospettiva l'Incarnazione è veramente una kenosi, uno “spogliarsi” da parte del Figlio di Dio, di quella gloria che egli possiede dall'eternità (cf Fil 2,6-8; 1 Pt 3,18).

I cristiani sono chiamati alla santità ovvero a una profonda appartenenza a colui che è tre volte Santo (cf Is 6,3). Il concilio di Nicea-Costantinopoli (381) parla di Trinità: Padre, Figlio e Spirito. Un unico Dio in tre persone. Questa chiamata alla pienezza è rivolta “a tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado” (LG n. 40). Le vie che conducono donne e uomini a questa misura alta della vita cristiana sono molte. Tutte hanno però alcuni elementi comuni.

L’evangelista Luca negli Atti degli apostoli racconta come i primi cristiani fossero “assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere” (At 2,42). Sono quattro le dimensioni comuni: Parola, fraternità, eucaristia, preghiera.

Quella che più risponde al disegno di Dio e alle attese profonde del mondo è la comunione/koinonia: “tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo” (At 2,44-47).

Compito delle comunità cristiane oggi è anzitutto coltivare questa spiritualità che consenta di fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione. Spiritualità della comunione è saper fare spazio al fratello portando “i pesi gli uni degli altri” (Gal 6,2) e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie. Questa unione spinge Dio ad aggiungere ogni giorno alla comunità “quelli che erano salvati” (At 2,48).

L’idea espressa nel titolo di “religioni del libro” è di estremo interesse a livello culturale. E’ sotto gli occhi di tutti l’esigenza di un confronto per una migliore conoscenza che abbia per fine una pacifica e rispettosa convivenza.

L’idea del cristianesimo come “religione del libro” tuttavia non è cristiana. La definizione di religioni “del libro” (al-Kitab) è coranica e ben si adatta a Torà e Corano. Nell’impostare così la questione il cristiano accetta di guardare alle tradizioni monoteiste (ebraismo, cristianesimo e islam) con occhio laico. Il cristianesimo pone al centro, prima ancora che il libro della Bibbia o dei Vangeli, la persona di Gesù Cristo e la sua “buona novella” (euanghèlion).

Il rapporto tra religione - società - stato

II cristianesimo è una realtà dinamica e complessa che ha senso solo nel contesto concreto. Già i padri della chiesa discutevano di questo. Alcuni intendevano il cristianesimo come una dottrina (Evagrio Pontico). Altri come una prassi (Gregorio Nissa). Altri ancora come un’energia dinamica che include entrambe le categorie (Crisostomo). Possiamo parlare di cristianesimi?

Guardando alla storia è proprio la pluralità delle confessioni cristiane (cattolici, ortodossi e protestanti) a balzare all’occhio. Nella storia abbiamo avuto esempi di società e di stati cristiani. Ancora oggi la separazione tra chiesa e stato è dato forse acquisito in occidente ma da acquisire in oriente. Le chiese ortodosse hanno spesso pensato la relazione chiesa-stato in termini di “sinfonia”.

Oggi esiste un diffuso “bisogno” religioso delle persone. Anche le società civili, in ogni angolo del mondo, chiedono alle istituzioni religiose, di qualunque credo, dei “valori”. In Italia il cristianesimo, nella sua forma cattolica, prevede un concordato (scuola confessionale, 8 per mille, leggi etiche...) che lo differenzia dalle altre chiese e religioni. Del resto quasi solo le chiese oggi assorbono i conflitti sociali nel nome della “solidarietà”.

Occorre tuttavia riflettere sul cristianesimo. Per i cristiani Gesù è il Messia atteso da Israele ma il suo Regno non è di questo mondo. Fino al 170 d.C. non esistono soldati cristiani e ancora nel 314 i Padri della chiesa giustificano quei credenti che rifiutano di prestare il servizio militare. Nella lettera A Diogneto i primi cristiani si definiscono “stranieri” in questo mondo.

Nel Credo, oltre a Gesù e a Maria, l’unico personaggio storico citato è Pilato. Gesù “patì sotto Ponzio Pilato” andrebbe tradotto dal greco “testimoniò la bella confessione”. Gesù non intraprese una rivoluzione contro il potere romano. Diede la testimonianza di un altro potere e di un’altra logica: quelli di Dio. La diede, a prezzo della vita, non “contro”, ma “davanti” al potere mondano.

La croce di Gesù è un abbraccio all’uomo minacciato dal male. L’etica cristiana non è una morale per tutti. Il pastore luterano Dietrich Bonhoeffer ha scritto che 1’Etica è la concretezza vissuta del vangelo, il vangelo accompagna le donne e gli uomini nel loro cammino. Il cristiano è invitato dall’evangelo ad accogliere il peccatore che trasgredisce la legge.

Jonathan Sacks, rabbino del Commonwealth e autore del libro “La dignità della differenza”, accetta la sfida del sociologo Samuel Huntington che ha teorizzato lo “scontro di civiltà”. Sacks sostiene che “la civiltà occidentale ha conosciuto cinque culture universaliste: l’antica Grecia, l’antica Roma, la cristianità e l’islam medievali e l’illuminismo”. Tutte queste culture, pur essendo tre secolari e due religiose, estinsero le forme di vita più deboli e ridussero la biodiversità di quel delicato ecosistema che è il mondo. Per questo Sacks intende esorcizzare il fantasma di Platone che, nella “Repubblica”, cercò di investire lo stato delle caratteristiche della religione. Aristotele gli replicò che la politica è lo spazio delle diversità di vedute e di interessi. Uno spazio oggi necessario a livello globale che le religioni, seppure impegnate a superare i conflitti, devono lasciare aperto.

La considerazione dei diritti dell’uomo

La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789) nata dalla rivoluzione francese ha come humus l’illuminismo dei ceti dirigenti europei tendenzialmente contrario alle chiese storiche e teso al progresso della ragione da realizzarsi con la scienza e la tecnica.

Questa etica comune, non viene imposta dall’alto dalla ragione, ma si trova già dentro le religioni. La regola d’oro: “Non fare agli altri ciò non vuoi sia fatto a te” è una massima che, variamente espressa, è comune a tutte le grandi religioni dell’umanità. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è invece il risultato di una ragione occidentale forte che non regge al pluralismo delle culture. Gli stati islamici hanno sentito il bisogno di scrivere una dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo.

L’opposizione decisa della chiesa cattolica si protrae per un secolo e solo con Pio XI e XII — nella sostanza - e i papi successivi - nella forma esplicita - avviene il cambiamento. Dalla conferenza di Helsinki (1975) la chiesa cattolica si fa portatrice dei diritti dell’uomo a livello internazionale.

“Nel corso dei secoli si è sviluppata un'Europa caratterizzata sul piano religioso e culturale prevalentemente dal cristianesimo. Nel contempo, a causa delle deficienze dei cristiani, si è diffuso molto male in Europa ed al di là dei suoi confini. Confessiamo la nostra corresponsabilità in tale colpa e ne chiediamo perdono a Dio e alle persone.

La nostra fede ci aiuta ad imparare dal passato e ad impegnarci affinché la fede cristiana e l’amore del prossimo irraggino speranza per la morale e l’etica, per l’educazione e la cultura, per la politica e l’economia in Europa e nel mondo intero.

Le Chiese promuovono una unificazione del continente europeo. Non si può raggiungere l’unità in forma duratura senza valori comuni. Siamo persuasi che l’eredità spirituale del cristianesimo rappresenti una forza ispiratrice arricchente l’Europa. Sul fondamento della nostra fede cristiana ci impegniamo per un’Europa umana e sociale, in cui si facciano valere i diritti umani ed i valori basilari della pace, della giustizia, della libertà, della tolleranza, della partecipazione e della solidarietà. Insistiamo sul rispetto per la vita, sul valore del matrimonio e della famiglia, sull’opzione prioritaria per i poveri, sulla disponibilità al perdono ed in ogni caso sulla misericordia.

In quanto Chiese e comunità internazionali dobbiamo contrastare il pericolo che l’Europa si sviluppi in un Ovest integrato ed un Est disintegrato. Anche il divario Nord-Sud deve essere tenuto in conto. Occorre nel contempo evitare ogni forma di eurocentrismo e rafforzare la responsabilità dell’Europa nei confronti dell’intera umanità, in particolare verso i poveri di tutto il mondo” (KEK- CCEE, Charta Oecumenica. Linee guida per la crescita della collaborazione tra le Chiese in Europa, Strasburgo, 22 aprile 2001).

Il rabbino Sacks riflette anche sull’economia di mercato e sui diritti umani. In epoca recente il capitalismo sfrenato, con milioni di transazioni quotidiane, si è rivelato un pessimo distributore di risorse. Tuttavia, dopo millenni di storia civile, l’umanità non ha trovato strumento migliore per produrre ricchezza. I diritti umani sono un’etica condivisa talmente rarefatta da non incidere concretamente nella vita delle persone. Compito delle religioni mondiali è far crescere l’etica di ogni essere umano facendogli gustare la bontà della differenza.

Il tema della pace

La pace è una qualità messianica (Lc 1,79; 2,14). Gesù è il principe della pace (Mt 10,34). Gesù è la nostra pace (Ef 2,14). Nella comunione con Cristo raggiungiamo la pace (IPt 5,14; Fil 4,7). “Amate i vostri nemici” (Mt 5,43; Le 6,27), è l’esortazione di Gesù, perché siamo tutti figli dell’unico Padre, che fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni. “Porgete l’altra guancia” (Mt 5,38), andando oltre la giustizia distributiva (occhio per occhio, dente per dente), che, quando venne istituita, era già una chiara limitazione della violenza. Per l’apostolo Paolo Gesù “sbriciola il muro tra giudei e gentili” (Efesini 2,15), cioè tra noi e gli altri, qualunque cosa significhi quel “noi”. Mediante la croce di Cristo “vicini e lontani accedono all’unico Padre” (Ef 2,18). Eppure, alcuni secoli più tardi, Agostino e Ambrogio dibattono di “guerra giusta” contro le ingiustizie del nemico. E nell’etica secondo Tommaso il difendersi implica vita mea (voluta) e mors tua (non voluta).

Il dialogo interreligioso e i fondamentalismi nascono entrambi alla fine dell’800 come reazione alla cultura moderna. L’essenza della modernità sta nella ragione e nel soggettivismo etico, secondo il quale non esiste il male assoluto, dato che ciò che è male per me può non esserlo per te.

Da questo punto di vista i fondamentalisti mostrano di avere le idee assolutamente chiare: i peccatori sono gli altri e noi dobbiamo infliggere loro la giusta punizione in nome di dio. Se per il soggettivismo moderno il male è relativo, per le religioni il male esiste, eccome, e va preso sul serio.

Il Padre nostro, la preghiera di Gesù e per eccellenza quella del cristiano, termina con la parola “male”. Dobbiamo vivere ciascuno la propria religione con criticità, senza mai dimenticare che, come ci insegna l’antropologia del tremendum et fascinosum, ogni religione è affascinante, ma può anche essere tremenda.

Oggi le religioni dialogano tra loro per giungere a un’etica comune. Ma le religioni sono più che un’etica e quel “di più” è la parte meno facile da gestire. L’incontro interreligioso di Assisi 1986 si è svolto all’insegna dello slogan “insieme per pregare” e non pregare insieme”. Pur pregando tutti nello stesso luogo e, al limite, nello stesso momento, ciascuno l’ha fatto nella propria lingua, sacra o meno, e con le proprie formule.

Sacks indica nella “dignità della differenza” una possibile via d’uscita. Propone sei “c”: controllo come assunzione di responsabilità personale, contributo alla dimensione morale dell’economia, compassione come impegno dei paesi ricchi in favore dei poveri, creatività nell’investimento sull’educazione delle nuove generazioni, cooperazione della società civile all’instaurazione di relazioni pattuali da affiancare alle logiche di competitività, conservazione come dovere nei confronti della natura e delle generazioni future. La strada tracciata da questi sei atteggiamenti conduce a una settima “c”: la conciliazione nel mondo.

Oggi gli stati nazionali sono impegnati nella creazione di una forma di governo mondiale. Si pensi al dibattito sulla riforma dell’Onu. Il contratto da redigere comporta il sacrificio di una parte delle sovranità nazionali. Sacks suggerisce un compito alternativo nella stipulazione di un patto globale: I patti sono più fondanti dei contratti... L’antico Israele diede inizio al proprio contratto sociale quando, su richiesta del popolo, Samuele consacrò re Saul... Esso aveva ricevuto il suo patto sociale parecchi secoli prima, con la rivelazione del monte Sinai... I patti sono un inizio, un atto di impegno morale... Ciò di cui oggi abbiamo bisogno non è un contratto che porti in essere una struttura politica globale, ma piuttosto un patto che inquadri la nostra visione condivisa del futuro dell’umanità”.

Appendice

Per ebrei, cristiani e musulmani l’ascolto della Parola riveste un ruolo di primo piano nella preghiera. Il silenzio che immette nella relazione con Dio è uno spazio interiore di accoglienza della sua volontà. La tradizione ebraica legge cosi l’apertura del Salmo 65: “per te il silenzio è lode o Dio, in Sion” (v 2).

L’ascolto e la meditazione conducono alla lode. Momento topico di lode è l’azione di cibarsi: per ebrei e musulmani è usuale pregare al momento dei pasti. Anche il cristianesimo pone il ringraziamento (eucharistìa) al centro della vita comunitaria.

Nella preghiera di invocazione l’orante può far entrare anche gli altri. Il movimento dell’intercessione porta il credente a fare un passo tra l’uomo e Dio. “Vedi come ardisco parlare al mio Signore?” (Genesi 18,27) è l’atteggiamento di Abramo che i suoi figli possono far proprio intercedendo gli uni per gli altri.

sabato 22 maggio 2021

Primo Levi. Questo è un uomo

Primo Levi nasce nel 1919 a Torino da una famiglia di ebrei piemontesi. A 15 anni è uno studente di liceo timido e scrupoloso. Si appassiona allo studio della chimica e della biologia, mentre non gli accade altrettanto con la storia e l’italiano. E’ insomma un ragazzo come tanti altri.

Quando, nel 1938, il governo italiano emana le leggi razziali. Primo Levi può continuare a studiare solo perché è già iscritto all’università. A 22 anni si laurea in chimica a Torino. È in questo periodo che matura la fierezza di essere “impuro” in una società che esalta la purezza della razza ariana. Di tutto ciò scrive ne Il sistema periodico.

Lavora poi per alcuni anni come chimico anche a Milano. Entra nel Partito d’Azione e collabora con il CLN (Comitato di liberazione nazionale). A 25 anni viene arrestato come partigiano e deportato nel campo di concentramento di Fossoli (Carpi). Trasferito ad Auschwitz si salva per una serie di combinazioni: la conoscenza della lingua tedesca, l’allenamento alla vita di montagna, il mestiere di chimico esercitato in un laboratorio del lager, una malattia per cui viene abbandonato dai nazisti in fuga. Narra tali eventi in Se questo è un uomo.

Il suo avventuroso ritorno a casa avviene attraversando Russia, Ucraina, Romania, Ungheria e Austria. Gli orrori del lager sono ormai lasciati alle spalle e Primo Levi assapora finalmente la libertà. Tuttavia, giunto in Italia, di fronte alla scomparsa del mondo in cui aveva vissuto si accorge che quel viaggio non è stato che una breve pausa. Di tutto ciò scrive ne La tregua.

Si sforza quindi di vivere una vita normale: si sposa, diviene padre di due figli, dirige una fabbrica di vernici. Contemporaneamente mette a frutto le sue capacità di scrittore per narrare lo sterminio nazista (I sommersi e i salvati) ma anche il mondo del lavoro (La chiave a stella). Con il romanzo Se non ora, quando? giunge addirittura a vincere i premi Viareggio e Campiello. Scrive: “Raccontare dopo Auschwitz si può ciò che non si può è raccontare dimenticando Auschwitz”.

Ad Auschwitz torna più volte, anche come accompagnatore di visitatori. Se ricordando lo sterminio Elie Wiesel si è chiesto: “Dov’era Dio?”, Primo Levi, più laicamente, si chiede: “Dov’era l’uomo?”. Una “fede laica” la sua. Una fede che trasforma la mente in un bunker per proteggerla dalla crudeltà circostante, per conservare ciò che rende la vita “civile”. Per questo egli era sopravvissuto al lager: per raccontare le cose a cui aveva assistito, per ricordare che chi dimentica il passato è destinato a riviverlo, per ribadire che anche nei giorni più oscuri occorre riconoscere sempre negli altri e in se stessi delle persone e non delle cose. Per questo ripeteva spesso: “In piedi vecchi, per noi non c'è congedo”.

Eppure nel 1987, all’età di 68 anni, Primo Levi si toglie la vita. Alcuni hanno provato a spiegare quel suo gesto. Altri, imbarazzati, evitano di ricordarlo. Forse più semplicemente si tratta di un atto che non può essere spiegato. Proprio come inspiegabile è quella realtà (Auschwitz) che Primo Levi ha vissuto e testimoniato per tutta una vita. Una realtà che molti dei suoi libri continuano ancora oggi a testimoniare per lui.

Una laicità radicale

Nei primi anni ’90 l’ebrea genovese Liana Millu viene chiamata dal card. Carlo Maria Martini a rendere testimonianza a una Cattedra dei non credenti significativamente intitolata: Chi è come te fra i muti? L'uomo di fronte al silenzio di Dio. La Millu, reduce dal campo nazista di Birkenau, testimonia: “Dove c'è una forza potente e brutale, tesa senza requie a distruggere l'essere umano - badiamo bene, nell'animo prima ancora che nel corpo -, dove c'è una simile forza, l'unico modo per resistervi rimanendo umani è avere una controforza, è difendersi con l'armatura morale di una fede. Dicendo fede, intendo sia la fede religiosa sia la fede laica sia la fede politica. Nel lager c'era la compresenza di questa fede. Della fede religiosa si conoscono epifanie commoventi e io stessa potrei testimoniare di quelle viste proprio con i miei occhi, vicine a me. Della fede politica, leggendo i documenti, sappiamo che operò una resistenza in mezzo a pericoli atroci perfino nei lager, e ciò testimonia quanto adamantina potesse essere. Infine, la fede laica, che fu anche di Primo Levi. La fede laica faceva nella mente, nell'anima, un baluardo, un bunker inviolabile alle brutalità e alle abiezioni che circondavano, un rifugio dove conservare l'idea, il concetto di tutte quelle cose che illuminano la vita civile, che rendono la vita civile'" (Garzanti, Milano 1993).

La laicità del chimico torinese è a tal punto radicale che, per esempio, parlando del legame tra gli umani e la natura, Levi si esprime così: “Non penso a niente di metafisico. È un’idea vecchia come il mondo. C’è in Pitagora, in Lucrezio. Del resto, i padri della chimica del secolo scorso ci hanno insegnato che l’ossigeno che respiriamo viene dalle piante e la sostanza delle piante, il legno, viene dall’anidride carbonica che noi e tutti gli altri animali emettiamo durante la vita e dopo la morte”. Questo sguardo disincantato sul mondo lo rende un intellettuale atipico. Levi, nel libro I sommersi e i salvati, rimprovera allo scrittore Jean Améry, autore di Intellettuale ad Auschwitz (Bollati Boringhieri, Torino 1987), di avere un’idea stereotipa di intellettuale. Scrive Levi al suo ingresso ad Auschwitz: “il mio senso di umiliazione per il lavoro manuale era moderato... Avevo una laurea, certo... la mia famiglia era stata ricca abbastanza da farmi studiare”. Un’opinione che qualche giorno dopo vacilla: “quando le mani e i piedi mi si sono coperti di vesciche e infezioni (ho pensato); no, neanche sterratori non ci si improvvisa”. E tuttavia sono proprio le occupazioni quotidiane ad allontanare da lui il pensiero della morte: “avevo ben altro a cui pensare, a trovare un po’ di pane, a scansare il lavoro massacrante, a rappezzarmi le scarpe, a rubare una scopa, a interpretare i segni e i visi intorno a me”.

Un mestiere supplementare

L’avventura del lager non ha distrutto Levi né fisicamente né mentalmente, non ha annientato la sua famiglia, non l’ha privato di patria casa e lavoro. Anzi alla sua professione di chimico ha aggiunto il lavoro supplementare dello scrivere. Al ritorno da Auschwitz egli aveva una carica narrativa addirittura patologica, altrimenti non gli sarebbe mai venuto in mente di abbandonare la fabbrica per mettersi a fare lo scrittore a tempo pieno. Avrebbe avuto paura del salto nel buio, di perdere il diritto alla pensione. In Conversazioni e interviste afferma: “Che non tutti i lavori sono piacevoli è una verità triste e ovvia. Sarebbe bene per l’individuo e la società che il lavoro scelto possa divenire gradevole. Chi ci riesce ha qualche probabilità di conoscere almeno saltuariamente la felicità”.

Primo Levi fatica a ritornare di persona sui luoghi della sua prigionia e preferisce farlo rievocando quei luoghi attraverso la scrittura: “I Lager nazisti sono stati l'apice, il coronamento del fascismo in Europa, la sua manifestazione più mostruosa; ma il fascismo c'era prima di Hitler e di Mussolini, ed è sopravvissuto, in forme palesi o mascherate, alla sconfitta della seconda guerra mondiale, in tutte le parti del mondo, là dove si comincia col negare le libertà fondamentali dell'Uomo, e l’uguaglianza fra gli uomini, si va verso il sistema concentrazionario, ed è questa una strada su cui è difficile fermarsi. Conosco molti ex prigionieri che hanno capito bene quale terribile lezione è contenuta nella loro esperienza, e che ogni anno ritornano nel loro campo guidando pellegrinaggi di giovani: io stesso lo farei volentieri se il tempo me lo concedesse, e se non sapessi che raggiungo lo stesso scopo scrivendo libri, ed accettando di commentarli agli studenti”.

Levi divide i reduci dai lager in due categorie: chi vorrebbe dimenticare - ma non può mai del tutto - e chi sente il dovere di ricordare: “Di fronte al triste potere evocativo di quei luoghi, ognuno di noi reduci si comporta in un modo diverso, ma si possono delineate due categorie tipiche. Appartengono alla prima categoria quelli che rifiutano di ritornarvi, o addirittura di parlare di questo argomento; quelli che vorrebbero dimenticare, ma non ci riescono, e sono tormentati da incubi; quelli che invece hanno dimenticato, hanno rimosso tutto, ed hanno ricominciato a vivere da zero. Ho notato che in generale tutti questi sono individui che sono finiti in Lager per disgrazia, cioè senza un impegno politico preciso; per loro la sofferenza è stata una esperienza traumatica ma priva di significato e di insegnamento, come un infortunio o una malattia: il ricordo è per loro un qualcosa di estraneo, un corpo doloroso intruso nella loro vita, ed hanno cercato (o ancora cercano) di eliminarlo. La seconda categoria è invece costituita dagli ex prigionieri politici, o comunque in possesso di una preparazione politica, o di una convinzione religiosa, o di una forte coscienza morale. Per questi reduci, ricordare è un dovere: essi non vogliono dimenticare, e soprattutto non vogliono che il mondo dimentichi, perché hanno capito che la loro esperienza non è stata priva di senso, e che i Lager non sono stati un incidente, un imprevisto della Storia”.

Ad alcuni sembra un paradosso che Levi, il deportato politico, che sente il dovere della memoria, sia anche un nonviolento. Ne I sommersi e i salvati egli afferma di non saper fare a pugni: “non per santità evangelica né per aristocrazia intellettualistica, ma per intrinseca incapacità”. Quando tuttavia Améry lo soprannomina “il perdonatore”. Levi risponde: “non ho mai perdonato nessuno dei nostri nemici di allora, né mi sento di perdonare i loro imitatori in Algeria, Vietnam, in Unione Sovietica, in Cile, in Argentina, in Cambogia, in Sud Africa, perché non conosco atti umani che possano cancellare una colpa”. L’unica “arma” di Levi è la scrittura.

La “razza ebraica”

Primo Levi ha approfondito la cultura ebraica da adulto. Ha studiato lo yiddish, una sorta di dialetto ebraico-tedesco, ma come una lingua straniera che gli ebrei italiani non parlano affatto. Levi è venuto in contatto solo ad Auschwitz con il mondo a lui sconosciuto dell’ebraismo orientale, reso noto da scrittori come Isaac Bashevis Singer o Saul Bellow. Per Levi è un’avventura intellettuale il trovarsi intorno incredibili personaggi che la sera, invece di andare a letto, discutono in yiddish di questioni talmudiche e che quasi non considerano ebreo chi non parla yiddish.

Quando Levi viaggerà negli Stati Uniti, si accorgerà che gli hanno appiccicato addosso un’etichetta ebraica. Venticinque interviste con la stessa domanda: cosa significa essere ebreo in Italia? Non molto, risponderà. Aggiungendo: “Una cosa dovete saperla: gli ebrei italiani non parlano yiddish, anzi, che cosa sia lo yiddish non lo sanno neppure. Parlano solo italiano; anzi, gli ebrei di Roma parlano romano, gli ebrei di Venezia veneziano, e così via. Si vestono come gli altri, hanno le stesse facce degli altri”. E allora come si distinguono? Risposta: “Appunto, non si distinguono”.

Per Levi la questione della razza è un’assurdità. Lo dimostra citando una tecnica di analisi del sangue in grado di gettare luce sulla suddivisione genetica dei gruppi umani. Pare che gli ebrei non appartengano a nessuna suddivisione particolare. Gli ebrei yemeniti non hanno nulla in comune con gli ebrei russi, che sono per metà convertiti di origine ucraina. Non resta che un’unità culturale e/o religiosa che non ha nulla a che fare con l’unità di razza. Levi sostiene che un Paese per diventare razzista deve essere compatto e tendere a farsi un blocco massiccio uniforme e manovrabile: “C’è riuscita la Germania di Hitler, ma non l’Italia perché la differenza tra un piemontese e un calabrese è troppo grande”.

Nel libro Il sistema periodico c’è un elogio di Levi all’impurezza: “Il tenero e delicato zinco, così arrendevole davanti agli acidi che ne fanno un solo boccone, si comporta invece in modo assai diverso quando è molto puro: allora resiste ostinatamente all'attacco. Se ne potevano trarre due conseguenze filosofiche tra loro contrastanti: l'elogio della purezza, che protegge dal male come un usbergo (armatura metallica medioevale), o l'elogio dell'impurezza, che dà adito ai mutamenti, cioè alla vita. Scartai la prima, disgustosamente moralistica, e mi attardai a considerare la seconda, che mi era più congeniale. Perché la ruota giri, perché la vita viva, ci vogliono le impurezze, e le impurezze delle impurezze: anche nel terreno, come è noto, se ha da essere fertile”.

Reduce dai lager

“Voi che vivete sicuri Nelle vostre tiepide case.

Voi che trovate tornando a sera

Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo

Che lavora nel fango

Che non conosce pace

Che lotta per mezzo pane

Che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,

Senza capelli e senza nome

Senza più forza di ricordare

Vuoti gli occhi e freddo il grembo Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:

Vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore Stando in casa e andando per via,

Coricandovi alzandovi;

Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa.

La malattia vi impedisca,

I vostri nati torcano il viso da voi”.

Questa poesia, che apre e titola il libro Se questo è un uomo, suggerisce il senso della inumana catastrofe che furono i lager. Poche pagine dopo Levi descrive così l’incontro con uno scienziato nazista che lo deve sottoporre a un esame: “quello sguardo non corse fra due uomini; e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza della grande follia della terza Germania. Il cervello che sovrintendeva a quegli occhi azzurri e a quelle mani coltivate diceva: Questo qualcosa davanti a me appartiene ad un genere che è ovviamente opportuno sopprimere. Nel caso particolare, occorre prima accertarsi che non contenga qualche elemento utilizzabile’".

I lager di sterminio furono cinque: Chelmno, Sobibòr, Treblinka, Majdanek e Auschwitz, che era già un ibrido. Al contrario i lager in territorio tedesco, come Dachau e Buchenwald, erano campi durissimi ma non di sterminio. Così Levi descrive un suo ritorno in quei luoghi di morte: “Sono ritornato ad Auschwitz nel 1965, in occasione di una cerimonia commemorativa della liberazione dei campi. Come ho accennato nei miei libri, l'impero concentrazionario di Auschwitz non era costituito da un solo Lager, bensì da una quarantina: il campo di Auschwitz propriamente detto era costruito alla periferia della cittadina dello stesso nome (Oswiecim in polacco), aveva una capacità di circa ventimila prigionieri, ed era per così dire la capitale amministrativa del complesso; c'era poi il Lager (o più precisamente il gruppo di Lager: da tre a cinque, a seconda dei momenti) di Birkenau, che giunse a contenere sessantamila prigionieri, di cui circa quarantamila donne, ed in cui erano in funzione le camere a gas ed i forni crematori; ed infine, un numero continuamente variabile di campi di lavoro, lontani anche centinaia di chilometri dalla capitale: il mio campo, chiamato Monowitz, era il più grande di questi, essendo giunto a contenere circa dodicimila prigionieri. Era situato a circa sette chilometri ad est di Auschwitz. L'intera zona si trova attualmente in territorio polacco. Non ho provato grande impressione nel visitare il Campo Centrale: il governo polacco l'ha trasformato in una specie di monumento nazionale, le baracche sono state ripulite e verniciate, sono stati piantati alberi, disegnate aiuole. C'è un museo in cui sono esposti cimeli miserandi: tonnellate di capelli umani, centinaia di migliaia di occhiali, pettini, pennelli da barba, bambole, scarpe da bambini; ma è pur sempre un museo, qualcosa di statico, riordinato, manomesso. Tutto il campo mi è sembrato un museo. Quanto al mio Lager, non esiste più; la fabbrica di gomma a cui era annesso, ora in mani polacche, si è talmente ingrandita che ne ha completamente occupato il territorio Ho provato invece un'impressione di angoscia violenta entrando nel Lager di Birkenau, che non avevo mai visto da prigioniero. Qui niente è cambiato: c'era fango, e c'è ancora fango, o polvere soffocante d’estate, le baracche (quelle che non sono bruciate durante il passaggio del fronte) sono rimaste com’erano, basse, sporche, di tavole sconnesse, coi pavimento di terra battuta; non ci sono cuccette ma tavolacci di legno nudo, fino al soffitto. Qui niente è stato abbellito. Era con me una mia amica, Giuliana Tedeschi, superstite di Birkenau. Mi ha fatto vedere che su ogni tavolaccio di m 1,80 per 2 dormivano fino a nove donne. Mi ha fatto notare che dalla finestrella si vedono le rovine del crematorio, a quel tempo, si vedeva la fiamma in cima alla ciminiera. Lei aveva chiesto alle anziane: che cosa è quel fuoco?, e le avevano risposto: siamo noi che bruciamo”.

La “zona grigia”

Levi ne I sommersi e i salvati tratta della collaborazione nel lager: “L’area del potere, quanto più è ristretta, tanto più ha bisogno di ausiliari esterni... forza d’ordine... Entro quest’area vanno catalogati... Quisling di Norvegia, il governo di Vichy in Francia, il Judenrat di Varsavia, la Repubblica di Salò, fino ai mercenari ucraini e baltici... e ai Sonderkommandos (ebrei)”. Costoro sono considerati dai nazisti “infidi per essenza: hanno tradito una volta e possono tradire ancora... il modo migliore di legarli è caricarli di colpe, insanguinarli, comprometterli quanto più è possibile”, il vincolo della correità renderà loro impossibile tornare indietro. Levi spiega così mafia e terrorismo italiano degli anni ’70. Diventavano Kapo’ “coloro in cui il comandante del Lager o si suoi delegati (spesso buoni psicologi) intravedevano la potenzialità del collaboratore” Erano detenuti, politici moralmente debilitati, ebrei in fuga dalla soluzione finale, ma anche sadici ossequiosi all’autorità gerarchica, frustrati in cerca di una promozione sociale, oppressi contagiati dagli oppressori. Levi ricorda un incontro di calcio tra SS e SK: la possibilità di giocare con i primi sanciva la discesa agli inferi dei secondi. Levi parla di attenuanti e invita a non emettere giudizi: “un ordine infero esercita uno spaventoso potere di corruzione, da cui è difficile guardarsi. Degrada le sue vittime e la fa simili a se... Per resistergli, ci vuole una ben solida ossatura morale”.

Così si sviluppa quel triste fenomeno che Primo Levi ha efficacemente descritto mediante l'espressione "la zona grigia": “La realtà dei campi di concentramento è sempre stata complessa e, per tanti aspetti, contraddittoria; eppure, mentre le tinte nei Lager dei primi anni del nazionalsocialismo sono relativamente decise, nette, sicché il mondo degli aguzzini e quello di chi subisce le loro angherie sono distinguibili in tutta la loro evidenza, nei campi degli ultimi anni della guerra tale chiara distinzione è andata perduta. Tra i detenuti non vi è più solidarietà, ma solo concorrenza; pertanto, i due mondi dei carnefici e delle vittime si mescolano e si confondono, nel senso che - come si è detto - vari prigionieri accettarono di rivestire il duplice e ambiguo ruolo di vittime (in quanto detenuti) e di aguzzini (in quanto collaboratori dei nazisti)”.

Le “cento piccole cose”

Nel 1986, un anno prima di togliersi la vita. Primo Levi ha scritto nella poesia Il superstite:

“Dopo di allora, ad ora incerta

quella pena ritorna,

e se non trova chi lo ascolti

gli brucia in petto il cuore”.

La lirica termina così:

“Non è mia colpa se vivo e respiro e mangio e bevo e dormo e vesto panni”.

L’ecumenismo tra le Chiese della Riforma (Gioachino Pistone)

Nel preparare questa conversazione ho pensato che probabilmente gli avvenimenti più recenti e le posizioni delle Chiese protestanti su di es...