La Bibbia racconta che l’umanità è stata creata a immagine di Dio (Genesi 1,26-30). Dio non creò un singolo essere umano, ma una coppia, una coppia che può parlare con Dio. Paolo De Benedetti (Quale Dio? Una risposta dalla storia, Morcelliana) scrive che è l’uomo ad essere immagine di Dio e non viceversa: dobbiamo perciò parlare, anche a proposito dei miti linguistici, di teomorfismo (a immagine di Dio) e non di antropomorfismo (in forma umana). Oggi molti teologi cristiani affermano che non conosciamo Dio in se stesso, ma solo nel suo rapporto con noi, così che la teologia si occupa ugualmente dell’umano e del divino. Karl Barth ha affermato che la teologia sarebbe meglio definita come teoantropologia.
In effetti l’antropologia biblica (Salmo 8) è coincidenza di opposti (piccolo/grande, uomo/donna). Il nome di Dio (quanto è magnifico! vv. 2 e 10) include la bipolarità uomo/donna tra una domanda (che cosa è l’individuo o la collettività umana perché te ne curi? V. 5) e un’affermazione (eppure l’hai fatto poco meno di Dio! v. 6). Martin Buber (I racconti dei chassidim, Garzanti) narra che rabbi Bunam insegnava ai suoi scolari ad avere due tasche per poter mettere la mano nell’una o nell’altra secondo il bisogno: nella destra stanno le parole; per amor mio è stata creata la terra (Talmùd Sanhèdrin 37); nella sinistra: io sono terra (polvere) e cenere (Genesi 18,27).
Per le Scritture ebraiche e cristiane l’umanità è un insieme di creature finite nel duplice senso di una limitazione spaziale e temporale: “perché sei polvere e polvere ritornerai” (Genesi 3,16-19). Da questa consapevolezza deriva l’umiltà cristiana. Thomas Spidlik (La spiritualità dell’Oriente cristiano. Manuale sistematico, San Paolo) fonda sui padri della chiesa (Giovanni Crisostomo, Evagrio, Giovanni Climaco) le sue affermazioni sull’umiltà come conoscenza di sé e dei limiti della propria natura umana. Una natura peccatrice cosciente della propria miseria: per ogni uomo la salvezza ha inizio con la condanna di se stesso. In rapporto al prossimo l’umiltà conduce a non rimproverare nessuno, non giudicare nessuno, non dominare su nessuno.
L’essere umano è tuttavia un soggetto sempre a rischio di divenire un oggetto. Platone lo definì un animale a due gambe senza piume. Diogene rispose spennando un gallo e portandolo all’accademia. La Mettrie lo definì una macchina in cui introduciamo quello che chiamiamo cibo e produciamo quello che chiamiamo pensiero. Scrive Abraham Joshua Heschel (Chi è l’uomo?, Rusconi): “Nella Germania prenazista veniva spesso citata la seguente enunciazione dell’uomo: il corpo umano contiene una quantità di grasso sufficiente per produrre sette pezzi di sapone, abbastanza ferro per produrre un chiodo di mezza grandezza, una quantità di fosforo sufficiente per allestire duemila capocchie di fiammiferi, abbastanza zolfo per liberarsi dalle proprie pulci”.
Che ne è dell’uomo/donna? Qual è il suo destino dopo la morte? Immortalità dell’anima o resurrezione dei morti (Oscar Cullmann, Paideia)? Bibbia e filosofia greca non concordano. Scrive Thomas Spidlik (La spiritualità dell’Oriente cristiano, San Paolo): "La filosofia greca rappresenta l’uomo come un microcosmo, punto d’incontro dei due mondi, spirituale e materiale, e si propone di analizzarlo. La concezione sintetica della Bibbia è diversa: l’uomo si esprime tutto intero nei suoi diversi aspetti, è anima in quanto è animato dallo spirito di vita, la sua carne mostra che è una creatura peritura, lo spirito sta a indicare la sua apertura a Dio, il corpo infine lo rivela all’esterno. Nel corso della storia l’uomo si comporta poi ora da peccatore, ora da uomo nuovo, da uomo terrestre e da uomo celeste".
Sul destino dell’uomo ebraismo e cristianesimo non concordano. Scrive Gershom Scholem (Concetti fondamentali dell’ebraismo, Marietti): "In tutte le sue forme e costruzioni, l’ebraismo si è sempre attenuto a un concetto di redenzione come evento pubblico che si compie sulla scena della storia e nel cuore della comunità. Insomma, come evento che si produce essenzialmente nel mondo visibile. Al contrario, il cristianesimo concepisce la redenzione come evento che accade nell’ambito dello spirituale e dell’invisibile: come un accadimento che si produce nell’anima, nell’universo del singolo, inducendo una misteriosa trasformazione interiore".
Per il filosofo greco Platone il corpo è una prigione, una tomba dell’anima. Scrive Thomas Spidlik (La spiritualità dell’Oriente cristiano, San Paolo): "I filosofi, a qualunque scuola appartengano, giungono in definitiva tutti alle stesse conclusioni: il corpo viene disprezzato come nemico dell’anima oppure diventa utile come schiavo; in ogni caso se ne fa l’uso che si crede, oppure lo si mette da parte". Per i platonici l’unione dell’anima a un corpo è una forma di caduta.
La dualità greca corpo/anima passa così dalla filosofia al cristianesimo, da Platone a Gregorio di Nazianzo.
Ma nella Bibbia il corpo non è semplicemente un insieme di carne e d’ossa.
Il greco del Nuovo Testamento utilizza due parole distinte: sàrx (carne) e sòma (corpo); distinzione che acquista il suo pieno valore soltanto in un’interpretazione di fede. A differenza della carne peritura (cf Fil 3,19) che non può ereditare il regno di Dio (1 Cor 15,50), il corpo deve risuscitare come il Signore (6,14), è membro di Cristo (6,15), tempio dello Spirito Santo (6,19); l’uomo dunque deve glorificare Dio nel proprio corpo (6,20).
Nell’Antico Testamento carne e corpo vengono addirittura designati
con un unico termine (basar).
Il dualismo cristiano anima/corpo dei padri e degli asceti deriva dalla filosofia greca. Basilio riprende l’affermazione di Marco Aurelio: “il corpo non è me stesso, è il mio primo bene”. Da qui deriva l’offerta dei corpi nel martirio (Ignazio d’Antiochia) e nella verginità (Origene). Scrive Thomas Spidlik (La spiritualità dell’Oriente cristiano, San Paolo): “Gli antichi praticamente imponevano una stessa regola ai monasteri di monaci e di monache. L’ideale degli asceti fu di superare il sesso per divenire come gli angeli (Mt 22,30)”. Per Gregorio di Nissa il sesso è conseguenza della caduta originale. Per giustificare il disprezzo del corpo, Basilio cita i filosofi, ma la severa ascesi di certi monaci va oltre Pitagora, Platone o Plotino.
Scrive ancora Spidlik: “Nel Medioevo Tommaso d’Aquino ha elaborato la sua dottrina sull’anima basandosi sulla psicologia di Aristotele. Benché forma del corpo, l’anima è spirituale, semplice, e svolge un’attività indipendente dal corpo”. Ma i primi Padri vedono nell’anima il principio della vita terrena, la considerano legata al corpo e parlano di un corpo sottile. Per Ireneo e Clemente di Alessandria le anime sono corporee. Con questo vogliono salvare l’idea del Dio della Bibbia – il cui nome non si può neppure pronunciare – che non fa parte della concezione platonica.
Secondo i rabbini nell’uomo e nella donna convivono due istinti: uno buono e l’altro cattivo. Agostino e poi Calvino pongono l’accento sull’istinto cattivo, arrivando a parlare di umana propensione al peccato e persino di corruzione totale. I protestanti hanno accusato i cattolici di pelagianesimo. Pelagio sosteneva che il peccato originale fu solo di Adamo ed Eva e i discendenti ne dovettero subire le conseguenze. Ad ogni modo si tratta di sfumature. Tra le chiese d’Oriente ha invece prevalso la tricotomia. Scrive Thomas Spidlik (La spiritualità dell’Oriente cristiano. Manuale sistematico. San Paolo, Cinisello Balsamo 1995): “La distinzione tripartita dell’uomo (sòma, psyché, noùs) sembra risalire a Posidonio, ma è comune ad Aristotele e ai peripatetici. E’ nota la formula tricotomica di san Paolo: Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito (pneùma), anima (psiché) e corpo (sòma), si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo (1 Tessalonicesi 5,23). Per Paolo il pneùma non è un elemento fisico dell’anima alla maniera dei filosofi, bensì una comunicazione o dono di Dio”.
Ne deriva che compito del cristiano è vivere secondo lo
spirito. Scrive ancora Spidlik: “Poiché lo spirito è come l’anima della nostra
anima, vivere secondo lo spirito e obbedire alle sue esigenze sarà la norma
suprema della vita cristiana. Se noi soddisfiamo le esigenze dello spirito,
esse ci insegnano come armonizzare tra loro le altre esigenze, e cosi le
soddisfazioni delle esigenze dell’anima e di quelle del corpo non sono in
contraddizione con la vita spirituale, ma piuttosto cooperano alla sua
attività. Ne risulta la perfetta armonia di tutti i movimenti e di tutti gli
atteggiamenti, dei pensieri, dei sentimenti, dei desideri, delle intenzioni,
delle impressioni e dei piaceri. E’ il paradiso! (Teofane il recluso). Del
resto l’anima è un pronome riflessivo nei salmi”.
La persona umana non ha nefeš, ma è nefeš (vivente) e vive come tale.
La vita dell’uomo/donna per gli ebrei è imitazione di Dio. Ecco una parabola del Talmùd (Sotah 14a):
Così come Egli veste gli ignudi - poiché sta scritto (Genesi 3,21): Il Signore Dio fece ad Adamo e alla sua donna tuniche di pelli e li vestì - vesti anche tu gli ignudi. Il Santo, benedetto sia, visitava gli ammalati, poiché sta scritto (Genesi 18,1) dopo la circoncisione di Abramo: E il Signore gli apparve alle Querce di Mambre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda. Così anche tu devi visitare gli ammalati. Il Santo, benedetto sia, consolava i sofferenti, poiché sta scritto (Genesi 25,11): E, dopo la morte di Abramo, Dio benedisse Isacco suo figlio. Così consola anche tu i sofferenti. Il Santo, benedetto sia, ha seppellito i morti, poiché dopo la morte di Mosè si legge (Deuteronomio 34,6): Ed Egli lo seppellì nella valle, nella terra di Moab. Così anche tu dà sepoltura ai morti.
La vita dell’uomo/donna per i cristiani è sequela di Cristo. Vale la visione di Gesù del giudizio finale (Matteo 25,31-46):
Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.
Per ebrei e cristiani il racconto biblico della creazione comprende un modo sbagliato di imitare Dio che è un tentativo di sostituirsi a lui (Genesi 3,1-7).
Rispose la donna al serpente: “Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”. Ma il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio”.
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