La storia delle chiese cristiane vede purtroppo mancante un elemento per molti secoli, almeno dal 300 al 1800, quello della fraternità. I primi Concili si preoccupano di definire chi è ortodosso (chi vince) e definire eretico e scismatico chi è etero-dosso (cioè chi perde). Di questi ultimi ci si preoccupa di bruciare subito gli scritti, i quali infatti ci sono pervenuti solo attraverso citazioni di chi li confutava, e quindi non possiamo neanche sapere se sono esatte o volutamente distorte (e parecchie lo sembrano proprio). Poi si passerà a bruciare anche gli eretici, naturalmente per salvare la loro anima. Persino i protagonisti della Riforma protestante sin da subito litigheranno sulla concezione dei sacramenti in maniera tutt’altro che fraterna e la polemica tra luterani e calvinisti durerà secoli con toni estremamente accesi.
L’assurdità e l’incoerenza di queste posizioni vengono contestate da qualche spirito irenico, ma senza grande successo. Con una eccezione significativa. Una chiesa protestante radicale, la Società degli Amici, detti per scherno quaccheri (cioè tremolanti) ottiene dal Re d’Inghilterra di potersi stabilire in un territorio del Nord America e di costituire una colonia autonoma, che chiameranno Pennsylvania dal nome di un loro esponente di spicco, Willam Penn. Ebbene la Costituzione di questa colonia stabilisce, per la prima volta, la libertà per chiunque di manifestare pubblicamente qualunque credenza religiosa ed anche il proprio ateismo. Qui c’è dietro un mutamento radicale nel modo di considerare l’espressione di fede altrui. È libertà religiosa e quindi fraternità tra persone di diversa appartenenza confessionale e di pensiero.
Poi il teismo, quando non l’ateismo, illuminista arriva a ridicolizzare gli aspetti conflittuali, si comincia anche a livello di quella che si stava formando allora come “opinione pubblica” a riflettere e ripensare.
Dietro le baionette dei soldati inglesi e francesi che si spartiscono l’Africa e l’Asia arrivano anche i missionari delle diverse chiese. Molte popolazioni accettano con entusiasmo il messaggio cristiano, ma pongono una domanda ai missionari: voi che siete qui, cattolici, luterani, riformati, anglicani vi dite tutti cristiani, Perché allora siete così divisi e schierati gli uni contro gli altri?
E qui inizia la svolta. Gli esponenti di numerose Società Missionarie anglicane e protestanti si riuniscono per un congresso mondiale ad Edimburgo nel 1910 per cercare di rispondere a questa domanda. È il momento in cui nasce quello che ufficialmente si chiamerà ecumenismo.
Il processo va avanti con congressi, lavori di commissioni e la nascita di due organismi Life and Work e Faith and Order. Non si può seguire il dettaglio di questa pur fondamentale storia. Le due guerre mondiali impongono degli stop forzati, ma i contatti non si spengono. E così il 23 agosto del 1948 nasce ad Amsterdam il Consiglio Ecumenico delle Chiese che si dichiara nel primo articolo del suo statuto: «comunità fraterna di Chiese che confessano il Signore Gesù Cristo come Dio e Salvatore, secondo le Scritture, e si sforzano di rispondere insieme alla loro vocazione comune per la gloria di un solo Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo».
È un linguaggio nuovo finalmente si parla di fraternità fra chiese. A questo evento partecipano 147 chiese diverse, anglicane, protestanti ed alcune chiese ortodosse. La Chiesa Cattolica Romana viene invitata, ma declina l’invito. Durante gli anni della guerra fredda ci sarà un massiccio ingresso di chiese ortodosse dei Paesi dell’est europeo, per cui questa organizzazione rappresenterà una sorta di boccata d’aria fresca. Oggi fanno parte del CEC 349 chiese. La Chiesa Cattolica Romana invia diversi osservatori alle varie commissioni di lavoro e fa parte di una di esse (Faith and Order) a pieno titolo, ma non è ancora membro a tutti gli effetti.
Una delle conseguenze di questa ritrovata fraternità è che dal momento della sua fondazione, all’interno del CEC ci sono state una trentina di unioni di chiese in varie parti del mondo, dall’India al Canada. Vale a dire che chiese diverse, di diversa appartenenza e tradizione confessionale si sono unite per meglio testimoniare l’unico Evangelo, il Signore Gesù Cristo morto e risorto.
Ed è successo anche nella piccola minoranza protestante italiana: nel 1975 la Chiesa Metodista e la Chiesa Valdese hanno stipulato un patto di integrazione per cui da allora la chiesa si chiama ufficialmente Chiesa Evangelica Valdese - unione delle Chiese Valdesi e Metodiste. Si è mantenuto anche il rispetto per le differenze, come ad esempio i riferimenti internazionali, che sono diversi, Ma la gerarchia di assemblee che governa la Chiesa è unica, fino al Sinodo che è anch’esso unico, e ai pastori, ai pastori valdesi viene assegnata la cura pastorale di chiese metodiste e viceversa. Questo processo sta andando avanti con la collaborazione instaurata con le Unione delle Chiese Evangeliche Battiste in Italia e si è già arrivati al reciproco riconoscimento di sacramenti e ministeri, alla possibilità per i membri di chiesa di iscriversi ad una denominazione diversa dalla loro, mantenendo la loro identità originaria, da molti anni ormai si gestisce insieme un unico settimanale.
Certo ci sono ancora questioni non risolte (come il battesimo dei credenti e non, dei bambini o l’organizzazione ecclesiastica), tuttavia abbiamo già avuto casi in cui un pastore valdese curava anche una chiesa battista e viceversa.
E si potrebbero citare ancora molti effetti di questa ritrovata fraternità, cioè la Comunione delle Chiese Protestanti dei Paesi Latini d’Europa, gli accordi tra luterani tedeschi e la Chiesa Anglicana e tra questa e le chiese luterane dei Paesi scandinavi, la Comunione Evangelica di Azione Apostolica (che cura un rapporto di parternariato tra chiese francofone europee ed africane).
Ma, la Chiesa Cattolica Romana?
In questo ambito una tappa decisiva, anche se non proprio una svolta, si ha con il Concilio Ecumenico Vaticano II. Non credo lo si possa considerare qualcosa sbocciato dal nulla, anzi alle spalle ha avuto un lungo, anche se quasi sotterraneo, lavoro, soprattutto di alcuni grandi teologi, in particolare francesi e tedeschi. In ogni caso le decisioni prese modificarono fortemente alcuni atteggiamenti tradizionali nei confronti di altre chiese e poi l’uso del concetto di “popolo di Dio” (anche se, io credo, non esatto nei confronti del popolo di Israele) sviluppò una richiesta di partecipazione e di collegialità nelle decisioni senza precedenti, senza contare l’influenza che ebbe sulla teologia della liberazione. Ci fu un riflesso anche nelle citazioni sulla sinodalità. Ma, pur persistendo il rifiuto a definire chiese a pieno titolo le chiese della Riforma se ne riconosceva l’importanza spirituale. Inoltre, pur sostenendo che la pienezza dell’ecclesialità substit in (sussiste nella) chiesa di Roma, non si diceva che sussiste solo nella chiesa di Roma. E questo permise uno sviluppo fecondo, ampio e profondo dell’incontro e del dialogo tra cattolici e protestanti a tutti i livelli, sia teologico che pratico.
In Italia voglio ricordare solo l’esperienza ormai cinquantennale del Segretariato Attività Ecumeniche, organizzazione di laici, articolata con gruppi a livello locale e promotrice ogni anno di una settimana di formazione ecumenica che raccoglie partecipanti e relatori di diverse confessione cristiane, con l’apporto anche di credenti di altre religioni (ebraismo e islam) e anche di “laici”.
Lo sviluppo di questa iniziativa è stata la missione e la profezia del-la vita di Maria Vingiani che ha creato un luogo (anzi più luoghi) in cui si potesse sviluppare quella fraternità, stima ed amicizia tra le persone che sono le basi, fondate sulla pietra e non sulla sabbia, su cui si può costruire anche la collaborazione e il dialogo a livelli istituzionali. Per fortuna non è più il solo luogo, ma sicuramente è stato uno dei primi e, credo, il più significativo fino ad ora.
Una delle conseguenze della nuova impostazione sviluppata dopo il Concilio, anche se parecchi anni dopo, è stata che l’organizzazione comune della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ha portato alla nascita e allo sviluppo dei Consigli delle Chiese cristiane. Il primo a Venezia, poi, nel 1998, a Milano. E per l’adesione della chiesa cattolica ambrosiana fu fondamentale l’appoggio convinto del card. Martini.
Ora esistono alcuni altri consigli in Italia, non moltissimi, ma sufficienti ad aprire una speranza per la collaborazione fraterna, nel rispetto delle diversità reciproche. Ho partecipato a tutta la storia per quanto riguarda Milano e devo dire che è stato un esempio di grande fraternità e voglia di stare insieme. Potrà sembrare paradossale, ma i quasi tre anni che ci sono voluti per mettere insieme uno statuto condiviso, per altro molto stringato, sono stati di grande insegnamento. Ci si confrontava su uno dei temi, che assieme alla ospitalità eucaristica e alla bioetica, dividono ancora oggi le chiese, e cioè l’ecclesiologia. Abbiamo imparato a rispettare, ad attendere, quando era necessario, le esigenze delle altre chiese, a far convivere modi diversi, talora molto diversi, di prendere decisioni, di concepire il ruolo e le funzioni di questo consiglio. Ma, pur nella sua fragilità, funziona ancora oggi ed ogni mese i rappresentanti di 16 chiese diverse si incontrano per lavorare e discutere insieme. E poi c’è questa grande novità: ogni chiesa (compresa quella cattolica ambrosiana) accetta di definire le altre sulla base della auto-comprensione che ciascuna ha di sé, quindi siamo tutte chiese. Se non è espressione di fraternità questa...
C’è un ultimo aspetto che vorrei toccare e cioè il rapporto con l’ebraismo (se qualcuno mi conosce sa che questo è inevitabile.
Se il rapporto tra le chiese cristiane si è modificato in maniera profonda (anche se oggi siamo indubbiamente in una fase di difficoltà, ma comunque non è più quello di prima) è sicuramente stato perché l’immane tragedia della Seconda guerra mondiale ha obbligato le chiese a porsi domande che prima non si ponevano.
Una, fondamentale, non eludibile per chi voglia porsi il compito di testimoniare le fede cristiana nel mondo di oggi è questa: come è potuta accadere la tragedia della Shoah, dello sterminio degli ebrei proprio nel cuore dell’Europa cristiana? Le chiese si sono rese conto (a parte le connivenze e i silenzi dal 1939 al 1945) che non avevano svolto il loro ruolo di testimonianza come richiesto dai fondamenti della loro fede. In maniera diversa, certo, in modi diversi, ma comunque la presa di coscienza è stata comune.
Il grande teologo protestante Karl Barth fu invitato come osservatore al Concilio Vaticano II. In quel periodo era malato e non poté recarvisi. L’invito fu rinnovato ed egli fu il primo teologo protestante ad essere invitato ad una visita, come lui stesso sottolineò con un tocco di ironia ad limina apostolorum. In uno dei discorsi pronunciati nell’occasione, Barth disse che il rapporto delle chiese con l’ebraismo è la grande vera questione ecumenica del nostro tempo.
Cambiare la prospettiva con cui si guarda al mondo ebraico, alla sua fede, alla sua storia è un’occasione che le chiese hanno per rinnovare se stesse. E, soprattutto hanno l’occasione di farlo insieme, al di là delle differenze confessionali. Una grande occasione per sviluppare la fraternità reciproca in un lavoro di analisi, approfondimento e di confronto per ritrovare un patrimonio che esse hanno sempre cercato di negare e di sostituire con il proprio.
Oggi è di moda parlare di “Gesù ebreo” di “civiltà ebraico-cristiana”. Ecco, io credo che per molti sia proprio una moda. Se riflettiamo su cosa vuol dire prendere sul serio queste e simili espressioni e su quali conseguenze dovrebbero avere sulla predicazione, sulla liturgia e sulla catechesi, ci accorgiamo che davvero dovremmo aprire un cantiere di lavoro molto impegnativo.
Ma abbiamo una possibilità farlo insieme, di sviluppare dei lavori comuni e far crescere questa nostra fraternità, che soli cinquanta anni fa sembrava un orizzonte lontano.
Levinas parlava della “fatica dell’altro”, ma anche della “necessità dell’altro”.
Diamoci la mano e lavoriamo insieme, nel rispetto dell’altro e nella comune risposta alla vocazione che Dio ci rivolge.
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