Care sorelle e cari fratelli nel Signore.
Chiedo un po’ del vostro tempo per sottoporvi alcune riflessioni a proposito della fase attuale del lavoro che svolgiamo come componenti del gruppo Teshuvà (d’ora in poi, per brevità, T.)
Questo gruppo è nato circa 20 anni fa come commissione di lavoro dell’Ufficio Ecumenismo e Dialogo dell’Arcidiocesi di Milano ed è contraddistinto dal fatto che, sin dall’inizio, il promotore, don (non ancora mons.) Gianfranco Bottoni e colui che rimarrà, fino a tempi recenti, il punto di riferimento ideale per quanto il gruppo andrà elaborando (vale a dire PDB), invitano a collaborare anche esponenti del mondo protestante milanese. Questa caratteristica fa di T. un unicum nel panorama italiano, tuttavia T. non è un gruppo ecumenico e le regole interne non sono quelle del lavoro ecumenico in senso proprio.
Da qualche tempo il ruolo che è stato di PDB, a causa di problemi legati all’età e anche a questioni di logistica, è passato a Piero Stefani, di cui credo sia inutile sottolineare la competenza, la preparazione e la finezza di pensiero. Tuttavia, a mio avviso, c’è almeno un punto su cui tra i due esiste una differenza di fondo che si è immediatamente riflessa in T., vale a dire la posizione rispetto alla Chiesa Cattolica Romana, all’interno del cui orizzonte Piero si colloca pienamente, anche se con posizioni spesso molto critiche (sono sempre illuminanti per acutezza e profondità le sue note settimanali). PDB invece, pur nell’evoluzione del suo pensiero, ha percepito se stesso come un ponte tra cristianesimo ed ebraismo (ricordo sempre la sua risposta ad una signora, rimasta un po’ turbata da quanto Paolo aveva detto in una sua conferenza, che gli chiese con una certa ansia “Scusi professore, ma lei è cattolico?” “Un pochino signora, un pochino”.).
Da un bel po’ di tempo T. sta lavorando per una sorta di riscrittura contemporanea delle tesi di Seelisberg, ma con estrema fatica, con un continuo ritorno su quanto si era dato per definito, con una impasse di fatto su alcuni punti. Ad oggi non riesco a vedere quale possa essere la conclusione di questo lavoro né una possibile scadenza temporale per raggiungerla. E la ragione credo sia da ricercare in alcune questioni ancora irrisolte.
La forma. Noi, di fatto, non stiamo scrivendo delle tesi da sottoporre a discussione, ma stiamo elaborando un piccolo trattato di teologia cristiana dell’ebraismo. La differenza fondamentale è che la tesi è una proposta di discussione, una interrogazione aperta a diverse conclusioni possibili, a percorsi di approfondimento diversificati e non necessariamente coincidenti ed utilizza una modalità di espressione sintetica e, se necessario persino provocatoria. Quello che noi stiamo elaborando, sempre secondo il punto di vista del sottoscritto, è invece un tentativo di fare il punto sul “dove siamo arrivati”, di mettere un segnale riconoscibile ed univoco su un percorso, in un certo senso il concludere una fase. La differenza è quella che c’è fra il guardare indietro (certo non per fermarsi) e il guardare avanti. E’ noto che l’angelo della storia ha lo sguardo rivolto all’indietro, ma io credo che noi siamo determinati in ciò che siamo dal nostro futuro!
Il contenuto. Credo sia indubbio che la prospettiva del nostro attuale lavoro sia diversa da quella che storicamente è stata quella del gruppo T. Negli esseri umani, in generale, la novità è spesso vista con fastidio, perché obbliga a cambiare abitudini acquisite, modi di pensare consolidati e ritenuti sicuri, insomma è faticosa. Spero non sia questo il mio caso, ma trovo che il percorso fin qui fatto abbia un senso da verificare, prima di essere considerato superato. La conseguenza è che da parecchio tempo le nostre riunioni in cui discutiamo delle tesi divengono una sorta di contenzioso sui contenuti delle tesi stesse. Questo mi dispiace, perché Piero è stato per me un maestro e non oso certo paragonare la sua statura intellettuale, la sua preparazione ecc. con le mie. Gianfranco, in quanto dominus del luogo è anche arbiter, e, comprensibilmente è a favore delle posizioni di chi ha incarichi accademici specifici, dozzine di libri e pubblicazioni sull’argomento, ha passato una vita di studio ad approfondire gli argomenti di cui ci occupiamo ed è riconosciuto oggi come il maggior esperto di dialogo cristiano-ebraico in Italia (questo, almeno, è il modo in cui percepisco la situazione)
Cercherò tuttavia di chiarire in cosa consista questa differenza di contenuti approfondendo, per quanto mi è possibile e senza nessuna pretesa di avere la verità in tasca, una questione su cui stiamo da tempo lavorando e su cui mi sembra che esista una diversità di vedute abbastanza profonda (questo, ovviamente, per chi fa parte della nostra setta ebionita. Dall’esterno credo che la maggioranza delle persone non troverebbero che sfumature diverse. Penso che anche questo aspetto vada tenuto presente): il problema della elezione di Israele e della modalità della sua permanenza. Questo tema è approfondito da Piero nel suo saggio del volume Dallo stesso grembo, per cui mi soffermerò su questo testo.
Vorrei prevenire l’obiezione di mescolare gli aspetti storici, esegetici e teologici. Credo che non sia possibile fare altrimenti, su questo argomento, ed infatti anche Piero si muove sui tre versanti contemporaneamente.
Infatti egli inizia con una premessa assolutamente condivisibile negando con forza che, fin dall’inizio, l’ebreo credente in Gesù sia da considerarsi come un fuoruscito dal popolo di Israele. In effetti il problema della fede in Gesù da parte della comunità primitiva di Gerusalemme è una questione su cui sono stati scritti fiumi di inchiostro, ma che non è possibile risolvere, allo stato attuale della ricerca, per mancanza di fonti. Sono state avanzate moltissime ipotesi, ma nessuna può essere definita conclusiva della ricerca sul piano storico. Altro può essere il discorso se impostato sul Cristo della fede.
Rimane non definita la collocazione temporale della frase precedente di Piero: far propria l’alternativa secondo cui si è giudei o si è cristiani consegnerebbe all’ assurdo la formulazione, che si intende dovrebbe essere quella del titolo Ebrei e gentili nella chiesa delle origini. Ma il primo paragrafo del saggio inizia con Al giorno d’oggi nello Stato di Israele vige una definizione ufficiale stando alla quale è ebreo colui che nasce da madre ebrea e non si è convertito ad altra religione o colui che è divenuto ebreo attraverso una conversione garantita dalle autorità riconosciute (in altre parole il rabbinato ortodosso). E Piero contesta questa posizione citando il fatto che l’ebraismo riformato ha regole diverse e poi il caso di Edith Stein e si chiede come vada considerata.
Ne consegue che l’affermazione della premessa non debba considerarsi limitata alla chiesa delle origini, ma che l’interrogativo riguardi anche il presente. Infatti viene citato il caso del card. Lustiger come una tra le persone che hanno dichiarato di vivere una doppia appartenenza.
Come più volte emerso dalle nostre discussioni penso di poter affermare che per Piero l’esistenza di una ecclesia ex circumcisione riguardi anche l’attualità e la prospettiva escatologica.
Il saggio ha degli enormi pregi, a partire dalla sottolineatura del duplice “noi” di cui Paolo si dichiara partecipe: egli rimane sempre un ebreo credente in Cristo e la riflessione ermeneutica sulla distanza tra il soggetto interpretante oggi, cioè un gentile credente, e il soggetto scrivente, appunto un ebreo credente in Cristo. E molti altri ancora di cui credo vada dato a Piero ampio merito. Il suo saggio aprirà a molti di coloro che lo leggeranno prospettive nuove ed importanti, questo è fuori discussione: Tuttavia mi tocca soffermarmi sugli aspetti che ritengo discutibili. E quello della permanenza della ecclesia ex circumcisione è uno di questi.
Ma veniamo al dettaglio.
Le affermazioni di Piero sulla chiesa delle origini e la sua esegesi delle lettere di Paolo sono di grande finezza e rigore, per cui penso di poter dire che non è su questo che dobbiamo soffermarci, anche se, per esempio, il fatto che sia necessario tenere presente la distanza ermeneutica che abbiamo con il Paolo ebreo dovrebbe essere tenuta maggiormente in considerazione nelle predicazioni e negli studi biblici che capita di sentire o di leggere. Oggi non esiste più una situazione come quella di Paolo, i meccanismi del suo pensiero ci sono completamente estranei, non possiamo fingere di non accorgerci di questo e la teologia dovrebbe forse tenerne maggiormente conto (scusate la presunzione di un commesso di libreria autodidatta). Quando oggi leggo Paolo ho almeno due paia di occhiali, quelli di Lutero e quelli di Agostino (a meno che non vogliate metterci anche quelli di Cacciari, che però io non ho).
I cattolici di espressione ebraica sono persone di grande levatura e di grande sofferenza (infatti vengono bastonati sia di qua che di là), ma non possono essere considerati significativi di una prospettiva attuale sull’insieme del cristianesimo, se non in prospettiva escatologica non verificabile oggi, e quindi suscettibile di ulteriori modificazioni. Sono poche centinaia di persone e, dopo la morte di mons. Gurion il Vaticano non ha più nominato un altro loro vescovo. I movimenti evangelicali dei Jews for Jesus, nonostante l’appoggio delle chiese (perlopiù americane) a cui appartengono allo Stato di Israele, si pongono come segno apocalittico della prossima conversione di tutti gli ebrei al cristianesimo e quindi non cedo interessino teologicamente ad una prospettiva come la nostra che sostiene la perennità nella storia dell’alleanza e dell’esistenza del popolo di Israele NON convertito al cristianesimo.
Nei Padri della Chiesa ci sono sporadiche testimonianze fino al IV secolo di piccoli gruppi e di individui che si identificano con la posizione della ecclesia ex circumcisione.
C’è una parentesi non proprio fortunata nel XV secolo, con i conversos (a forza) spagnoli e portoghesi e che l’Inquisizione della cristianissima Spagna perseguita proprio perché cristiani ex circumcisione
Una delle conseguenze non indifferenti di questa persecuzione è la nascita dell’antisemitismo razzista cristiano che si esprime nella categoria della “limpieza de sangre”, non acquistabile a prezzo della conversione, e quindi antesignana del razzismo biologistico di fine del XIX secolo.
Una cosa è analizzare la situazione delle prime comunità di credenti nel Dio uno e in Gesù Cristo morto e risorto, un’altra è riproporre oggi la necessità teologica della esistenza di una comunità cristiana ex circumcisione. E questo per due ragioni. La prima è che questa riproposizione rischia di comportare di fatto una “missione verso Israele”, comunque la si voglia chiamare o definire, un progetto di conversione di una parte almeno del popolo di Israele al cristianesimo.
La scelta individuale non ha granché a che fare con il proselitismo, che ovviamente tutti rifiutiamo. E mi pare che la posizione di T. sia sempre stata contro il proselitismo, come è definito nei documenti delle diverse chiese, ma che rifiutasse anche una prospettiva “semplicemente” conversionistica. Ovviamente questa posizione può essere modificata radicalmente, ma, per quel mi concerne, non potrei ovviamente continuare a collaborare con un gruppo che proponesse posizioni e pratiche diverse da quelle accettate in primis del Sinodo Evangelico della Renania e poi da altre chiese protestanti europee, dal Sinodo della chiesa Valdese e Metodista cui appartengo e dalla Comunione delle Chiese Protestanti Europee (già Concordia di Leuenberg). La seconda è che in questo modo noi cristiani ci arrogheremmo il diritto di definire che cosa è secondo la Halakà e che cosa non lo è a proposito della definizione di chi è ebreo. Posto che nel mondo ebraico non vi è accordo unanime sull’argomento, non credo che il mondo cristiano abbia titolo alcuno ad intervenire su questo delicatissimo argomento. Noi possiamo solo cercare di capire la ragioni delle diverse posizioni, rispettare le persone che vivono situazioni complesse e spesso faticosissima non distribuire patenti. Il maestro di noi tutti e, vale a dire l’inimitabile PDB, mi ha insegnato che una delle regole fondamentali del dialogo, ma anche della conoscenza dell’altro, è accettarlo per quello che è, non per quello che io vorrei che lui fosse.
Credo inoltre che un tema importante sia anche l’esistenza di una pluralità di posizioni nel cristianesimo primitivo, che non si identifica nelle posizioni paoline e che, anzi, ad un certo punto sembra addirittura rompere la comunione con Paolo (quando Paolo scrive di pregare per lui perché i fratelli che stanno a Gerusalemme accettino la colletta per cui lui tanto si è battuto. Alcuni esegeti hanno supposto che forse, in quel momento, Paolo non fosse al momento in comunione con il gruppo gerosolimitano). Voglio qui ricordare il libro di Luigi Moraldi La ricchezza perduta, dove questa ricchezza che si è perduta è proprio quella del pluralismo originario.
Questo ha una sua importanza, anche per la nostra riflessione.
C’è poi il problema di una dimensione che, generalmente, non è molto frequentata da parte protestante, e cioè quella del mistero: noi cristiani usiamo comunque abbastanza spesso questa categoria, anche se poi, di fatto, riteniamo di aver la soluzione (la mia soluzione, ovviamente) del mistero già in tasca. Ecco io non vorrei che su queste questioni noi pensassimo in questo modo. Di fronte a questi problemi (come ad altri) credo dovremmo avere più spesso il pudore del silenzio e il coraggio di concludere con l’espressione cui PDB è così affezionato da definirla una “confessione di fede”: tejku.
Credo valga la pena di riflettere proprio sulle parole di Piero Stefani a pag. 151 del suo saggio “...una ecclesia gentium non è autorizzata a compiere nessun annuncio – e a fortiori nessuna azione proselitistica – nei confronti del popolo ebraico. La chiesa oggi non è, dunque, più abilitata a compiere l’annuncio nei termini proposti da Matteo; essa deve trovare altre vie per indirizzare la propria testimonianza al popolo ebraico”.
E concludo con l’invito, se possibile, a tener presente la prefazione di PDB alla raccolta di saggi di Renzo Fabris dal titolo EBREI CRISTIANI. PDB ha scritto questo testo parecchi anni fa (probabilmente nel 1979), ma esso mantiene tutto il suo valore anche oggi.
Ne cito come esempio due brevi passi:
“ma sarebbe del tutto improprio considerare questo convertito (dal cristianesimo all’ebraismo ndr) un segno di Israele nella chiesa, un membro della ecclesia ex circumcisione, anzi mi domando se questo passaggio possa definirsi conversione”
“E’ possibile la presenza agli occhi di Dio del cristiano e dell’ebreo, ciascuno nella propria diversità? ... E’ un mistero che avvolge la storia e che si dissolverà nell’escatologia. Vogliamo piuttosto vedere nel segreto disegno di Dio, un suo ancora più segreto disegno di operare attraverso la circoncisione e il battesimo, di mondanizzare e di far diventare carne (basar) la sua Parola (davar) nella Torah e nel Cristo finché anche Dio, come dice Zaccaria14,19, e il suo Nome saranno uno e noi capiremo: tejku”.
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