Care sorelle e cari fratelli nel Signore,
desideriamo sottoporre alla vostra attenzione il contenuto delle tesi che seguono, dedicate allo stato attuale ed allo sviluppo possibile dei rapporti ebraico\cristiani.
Il nostro desiderio è promuovere in alcuni qualificati centri di studio e di ricerca teologica, già attenti alla problematica, un dibattito su questo tema, per cercare in seguito di allargare l’ambito di diffusione e di conoscenza di quanto è stato elaborato e prodotto negli ultimi decenni circa la nuova visione dell’ebraismo da parte dei cristiani che si è diffusa a partire dalle celebri tesi di Seelisberg.
Tra noi non vi è alcun Maritain o Isaac, i nostri intenti sono ben più modesti, tuttavia chiediamo la vostra collaborazione ed il vostro coinvolgimento in questo progetto. Riteniamo infatti parte essenziale della comune testimonianza cristiana nella nostra società, una presa di coscienza forte di quanto sia centrale la riflessione sul rapporto Chiesa\Israele.
La situazione attuale è molto diversa da quella che si trovarono di fronte i partecipanti all’incontro di Seelisberg, molti passi sono stati compiuti, anche con il loro aiuto. Può essere comunque utile riflettere sul fatto che le prime 4 tesi vertevano sul tema del ricordare e le 6 successive sull’evitare.
Nessuno dei due temi può essere scartato dall’ordine del giorno della questione, ancora oggi. Quindi facciamo nostri i contenuti di quel testo, senza ripeterli, continuando tuttavia a ritenerli fondamentali e alla base del nostro sentire.
Vi saremo dunque grati se vorrete discutere assieme a noi del contenuto di queste tesi, facendoci pervenire osservazioni, critiche, proposte, e quanto vorrete elaborare in proposito
1 – E’ di uso abbastanza frequente la citazione dell’Epistola ai Romani sulla perennità e permanenza ancora oggi della elezione di Israele, a fianco della Chiesa.
Quali possono essere le conseguenze di una assunzione rigorosa da parte delle chiese di questo assunto non è probabilmente ancora stato valutato in profondità. La predicazione, la catechesi e le liturgie dovrebbero essere riviste in maniera radicale, e questo, sino ad ora, è successo raramente.
Occorre dunque chiedere alle chiese di agire in modo conseguente a quanto affermato, cominciando dal chiarire il concetto biblico di popolo eletto, cioè “messo a parte”, e quindi la vocazione sacerdotale e di servizio di Israele. Proprio l’ignoranza del significato biblico di questo concetto serve a coprire molte manifestazioni di antisemitismo.
Tuttavia è chiaro che sino ad oggi molte chiese cristiane non hanno ancora riflettuto a fondo sul senso profondo di questa espressione.
2 – E’ anche diventato di uso abbastanza comune l’espressione Gesù ebreo. Questo è un riconoscimento di fondamentale importanza nel nuovo sguardo cristiano verso l’ebraismo improntato all’insegnamento del rispetto per cui si è battuto per primo J. Isaac.
Tuttavia anche in questo caso dobbiamo chiederci se davvero le chiese abbiano tratto tutte le conseguenze che nascono da questa affermazione. Ci si può, ad esempio, interrogare sulla fede di Gesù, tema fondamentale per approfondire l’argomento. O cercare nelle fonti della tradizione ebraica le ragioni per cui un illustre studioso come Paolo De Benedetti ha potuto definire il Nuovo Testamento “un midrash dell’Antico”. E quindi approfondire i rapporti tra Gesù e il farisaismo del suo tempo per cessare di ascoltare nelle prediche e nei sermoni pronunciati nelle nostre chiese l’espressione “farisei ipocriti”, a favore di una predicazione davvero biblicamente fondata, che riconosca assieme la radicalità del messaggio e dell’azione di Gesù rispetto al suo tempo, ma anche la sua vicinanza, culturale e di fede, al farisaismo.
3 – Spesso le chiese si dimenticano della ebraicità dei primi cristiani e dunque della chiesa delle origini.
Almeno fino alla distruzione del Tempio di Gerusalemme i seguaci di Gesù di origine ebraica frequentavano il Tempio e, nelle altre città, le sinagoghe.
Studi recenti hanno messo in luce come nelle fonti ebraiche (Mishnà e Talmud), persino nella formulazione della famosa birkhat haminim, si accenni ai seguaci di Gesù come ad un particolare gruppo di ebrei, nei cui confronti c’è dissenso radicale, ma che sono comunque considerati interni all’ebraismo del tempo.
Questo ci interroga sul senso dell’esistenza nella chiesa primitiva di una ecclesia ex circumcisione a cui si affianca e su cui poi prevale una ecclesia ex gentibus.
4 – Un altro tema centrale è il rapporto tra i due Testamenti (o come si vogliano chiamare le due parti di cui la Bibbia si compone, quella comune ad ebrei e cristiani e quella che testimonia la fede della chiesa delle origini).
Da un punto di vista ermeneutico, se si vuole riconoscere la specificità della lettura ebraica della Torà, occorre forse riconoscere che ebrei e cristiani non leggono lo stesso testo? Infatti per la tradizione ebraica tutte le interpretazioni successive della Torà sono già contenute nel testo stesso, negli spazi, se vogliamo, tra una lettera e l’altra e nelle lettere stesse. “Fuoco nero su fuoco bianco” come è stato detto.
Ma questo deve in qualche modo interrogare il mondo cristiano: se il popolo a cui Dio ha affidato la Torà e a cui non l’ha mai ritirata, la legge in questo modo, anche chi è successivamente entrato a far parte della berith (patto) che Dio ha “tagliato” con questo popolo deve interrogarsi su quali siano i criteri con cui leggere il testo biblico.
Questo non vuol dire sostituire le proprie modalità di lettura con quelle del popolo ebraico, ma vuol dire che, per la fede cristiana, è necessario conoscere la lettura ebraica della Scrittura, anche attraverso la conoscenza della lingua in cui è stata scritta, almeno da parte di chi ha il compito della predicazione.
Questo vuol dire riconoscere la piena autonomia delle Scritture ebraiche, il cui senso è compiuto in se stesse.
5 – Ovviamente si pone il problema della novità del cristianesimo rispetto all’ebraismo e dei criteri di lettura del Nuovo Testamento (usiamo il termine più diffuso, anche se siamo consci della sua inadeguatezza, particolarmente in questo contesto).
È evidente che le Scritture ebraiche sono lette dagli autori del N.T. in maniera diversa rispetto alla tradizione ebraica ed utilizzate per dare una conferma autorevole alla vicenda terrena di Gesù. Questo spostamento di focalizzazione è, paradossalmente, tipico del mondo ebraico, poiché “nella Torah non vi è né prima né dopo” e quindi una citazione può essere portata a sostegno di una tesi o di una citazione anche se gli ambiti di riferimento sono totalmente diversi. La lettura ebraica della Scrittura ha una sua logica, diversa da quella aristotelica, ma con regole precise, e gli autori del N.T. si attengono a questa logica.
Per esemplificare è comprensibile come nel N.T. ricorra spesso l’espressione “secondo le Scritture”,
ma è altrettanto chiaro che l’autore dei “Canti del Servo del Signore” non profetizzasse la nascita di Gesù. Questo può essere chiarito dal richiamo alla logica della tradizione ebraica in cui non vale il principio di non contraddizione, per cui entrambe le letture possono essere considerate lecite.
Rimane aperto il problema di quanto, di quando, e di come, il cristianesimo si sia posto come “altro” rispetto alla tradizione ebraica, fino ad arrivare alla teologia della sostituzione ed all’antigiudaismo presenti fin dai padri della Chiesa.
6 – E’ indubbio che l’attuale riflessione cristiana su Israele sia nata dopo e a causa della Shoah. Proprio i 10 punti di Seelisberg ne sono una conferma, sia per la loro datazione che per i loro contenuti.
Da allora sono stati fatti grandi passi in avanti nella riflessione teologica e nell’autocoscienza cristiana dell’Europa occidentale. Rimane tuttavia aperto il problema se le chiese come tali abbiano approfondito all’interno della loro autocoscienza le ragioni per cui esse siano state per molti secoli portatrici di un messaggio antigiudaico e come questo messaggio abbia caratterizzato i loro silenzi, le omissioni e talora le complicità nello stermino dell’ebraismo europeo da parte dei nazisti e dei fascismi loro alleati. Le richieste di perdono, come sappiamo, hanno senso compiuto se fatte dall’offensore alla vittima. Tuttavia, nella preghiera, le confessioni di peccato sollecitano la misericordia di Dio. Il problema aperto è se le chiese abbiano veramente effettuato questa confessione di peccato, che non riguarda solo le singole persone, ma le chiese in quanto tali. Come ricordava Primo Levi occorre agire perché quanto è successo non possa mai più ripetersi e per ottenere questo occorre smontare i meccanismi di pensiero teologico che hanno permesso 2000 anni di antigiudaismo cristiano. È un esercizio faticoso, doloroso, ma necessario. Non basta dire “abbiamo chiesto perdono” se questa richiesta non diviene una esplicita, profonda confessione di peccato e una revisione del proprio modo di pensare.
7 – Una realtà nuova con cui il mondo cristiano non può fare a meno di confrontarsi è la nascita dello Stato di Israele.
Dopo 2000 anni un parte consistente di popolo ebraico vive di nuovo nella terra che Dio gli ha promesso, secondo quanto ci dice il testo biblico. Una terra affidata in custodia, di cui Israele è il custode e responsabile, poiché la proprietà è solo del Signore (ma questo non interroga anche noi nelle nostre terre?), ma su cui si può vivere liberi, senza dominatori né oppressori. Senza voler in alcun modo fare una “teologia della zolla” questo fatto non può non interrogare le chiese cristiane nel loro rapporto con il popolo ebraico. Soprattutto alla luce del fatto che diverse chiese cristiane si opposero con forza a questa possibilità e ancora oggi qualcuno (erede di antiche forme di antigiudaismo) speri di poter togliere Gerusalemme alla giurisdizione israeliana per una qualche forma di internalizzazione. Ciò non significa negare i legittimi diritti del popolo palestinese ad uno Stato indipendente, in modo che ebrei e palestinesi possano finalmente convivere in pace, sicurezza ed armonia “spalla a spalla”. Anzi l’auspicio è che si trovi al più presto una soluzione condivisa per mettere fine ad un conflitto pluridecennale che troppo spesso si è rivestito di ragioni religiose per giustificare tutt’altro tipo di interessi.
Tuttavia l’esistenza dello Stato di Israele ci sollecita a chiederci in quale modo esso possa ricollegarsi a quanto leggiamo nella Bibbia.
8 – Ciò di cui le chiese devono oggi ricordarsi è (sembra banale affermarlo, ma spesso non è così) che di fronte ad esse, nel confronto e nel dialogo, non trovano né l’ebraismo biblico né quello rabbinico classico, ma l’ebraismo come è oggi.
Una delle condizioni fondamentali di qualunque tipo di dialogo è conoscere l’interlocutore e accettarlo per come egli si comprende. Se penso di “modellare” chi mi sta di fronte su cosa io penso di lui è esclusa qualunque possibilità di scambio. Pertanto occorre riconoscere la pluralità delle posizioni nel mondo ebraico. Ebraismo è un vocabolo che si scrive al singolare ma si pronuncia al plurale, e le parole chiave in cui la maggioranza del popolo ebraico si riconosce sono: Torà, popolo, terra. Inoltre non bisogna mai dimenticare che del popolo ebraico si scrive al presente, mentre spesso i nostri testi, in particolare quelli di catechesi, ne parlano al passato (era... fu…). Così come le nostre chiese sono distanti, non solo nel tempo ma anche nelle forme di esistenza quotidiana, da quella degli apostoli, così anche l’ebraismo di oggi ha caratteristiche che bisogna ri-conoscere per poter avviare rapporti proficui. Da tenere presente è anche il fatto che, dopo secoli e secoli in cui fu loro proibito dai cristiani, gli studiosi ebrei hanno iniziato da alcuni decenni ad occuparsi del periodo in cui nacquero le chiese cristiane (valga per tutti il nome di David Flusser) e di Gesù e dei suoi primi discepoli, in quanto gruppo ebraico dissidente.
Con i risultati di questi studi è necessario confrontarsi.
9 – Il rapporto con l’ebraismo è, oggi più che mai, il banco di prova anche per l’ecumenismo cristiano, poiché coinvolge in profondità tutte le chiese cristiane, ognuna delle quali necessita di una profonda teshuvà nei confronti dell’ebraismo. Ricordiamoci che la teshuvà non è solo una dichiarazione di buone intenzioni, ma una vera e propria conversione, un cambiamento del senso di marcia, cioè un operare fattivo per modificare lo stato delle cose. E le chiese cristiane hanno una grande opportunità: poter effettuare questa metanoia insieme. Poiché tutte hanno ugualmente la necessità di cambiare rotta e di riscoprire il legame profondo con Israele, quello di ieri e quello di oggi, di riscoprire una tradizione di lettura biblica di enorme ricchezza e profondità, che è sopravissuta ed è giunta sino a noi nonostante i roghi dei testi ebraici, la persecuzione e l’oppressione nei confronti degli ebrei.
E nel fare questo abbiamo la possibilità di avvicinarci alla tradizione ed alla realtà ebraica attuale in collaborazione reciproca, addirittura coinvolgendo non solo la ristretta cerchia degli specialisti, che già operano e studiano assieme da tempo, ma le strutture ecclesiali che ci stanno alle spalle.
10 – Uno degli interrogativi di fondo è: se si attuano alcuni degli auspici qui proposti quale tipo di rapporti si può delineare tra Chiesa e Israele?
Inoltre il riconoscimento che Dio si mantiene fedele all’alleanza con il suo popolo Israele pone il problema del riconoscimento che la Chiesa non è il “nuovo popolo di Dio”, ma le genti. Si pone dunque il problema di quale sia l’autocoscienza della chiesa rispetto ad Israele. In alcuni ambiti ecclesiali fuori dall’Italia si è riconosciuto in documenti ufficiali che conseguenza di questo è il rifiuto della “missione verso gli ebrei”. Questo pone anche a noi il delicato tema della “conversione degli ebrei”, dell’esistenza di vie diverse di salvezza, senza ovviamente relativizzare la cristologia, ma riconoscendo che le vie di Dio non sono sempre le nostre e che solo Lui le conosce. Ed insieme pone una domanda cui spesso ci si trova di fronte: “Sì, va bene, ma gli ebrei cosa fanno per dialogare con noi?”. È chiaro che, nonostante da parte ebraica comincino ad esserci numerosi studiosi che si pongono questo problema, il rapporto è asimmetrico: non possiamo pensare ancora ad un rapporto paritario. È una certa concezione del cristianesimo ad essere messa in discussione, non una concezione dell’ebraismo. E sarà così ancora per molto tempo.
Conclusioni?
Se dovesse essere accettato il punto di vista di cui queste tesi vogliono esse espressione, da parte delle chiese sarà necessario mettere in cantiere delle modificazioni profonde nella predicazione, nella catechesi e nelle liturgie.
Sopratutto noi vorremmo che il dibattito non si esaurisse nelle Facoltà Teologiche o nei gruppi che da anni meritoriamente si occupano dell’argomento, ma trovasse uno spazio di discussione più ampio, coinvolgendo le diverse strutture delle chiese e facendo sì che il tema del rapporto ebraico-cristiano diventasse “pane” di tutti i giorni e non solo del il 17 gennaio o poco più.
Non ci illudiamo che questo sia possibile dall’oggi al domani, ma crediamo che sia necessario trovare il modo per far sì che le chiese si interroghino su questo problema, perché è nostra convinzione profonda che anche sul tema del rapporto con Israele si giochi il senso profondo della testimonianza cristiana oggi, lì dove ciascuna o ciascuno di noi è chiamata/o a portarla.
Sul senso e sul contenuto di questa riflessione, sui modi per far uscire dal chiuso dei chiostri religiosi o laici che siano un tema fondamentale per la testimonianza cristiana oggi vorremmo chiedere il vostro aiuto, la vostra critica e la vostra collaborazione, nella certezza che solo nel dialogo e nel confronto possa crescere la comunione reciproca.
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