Sulla libertà religiosa la Costituzione italiana afferma
alcuni principi fondamentali. I cittadini non devono essere discriminati in
base alla loro religione. Le diverse confessioni religiose sono uguali di
fronte allo Stato. Esse possono stringere accordi specifici con lo Stato. Quello
italiano è un modello di laicità inclusiva e dialogica che si è dimostrato più
funzionale dei modelli adottati da altri Paesi. I credenti non cattolici in
Italia sono quasi 6 milioni. Soltanto il 10% però gode di un’Intesa con lo
Stato prevista dall’articolo 8 della Costituzione. Tra questi le chiese
evangeliche (valdesi, metodisti etc.), le comunità ebraiche, le chiese
ortodosse del Patriarcato di Costantinopoli, i centri buddhisti e induisti
associati (UBI e UII). Rimangono senza accordi con lo Stato 2 milioni di
musulmani, 1,5 milioni di ortodossi romeni, 400 mila testimoni di Geova, 200
mila pentecostali, 70 mila sikh e molti altri. Per questi esiste una Legge del
1929 che li definisce “culti ammessi”. Perché dal 1980 in poi non è stata fatta
una Legge sul pluralismo religioso? Perché ai politici il tema sembra meno
importante di altre libertà civili. Perché molti italiani pensano all’Italia
come un Paese cattolico che concede spazi agli altri. Infine perché politici e
cittadini delle religioni conoscono poco e niente.
Quanto a me, io do a te, più che ai tuoi fratelli, un dorso di monte, che io ho conquistato (Genesi 48,22)
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