Gesù ebreo per sempre è una citazione dal documento Orientamenti per l’applicazione della Nostra Aetate n.° 4 cioè il primo documento in cui un Concilio Ecumenico della Chiesa Cattolica Romana parla della necessità di rivedere e riconsiderare il rapporto con il mondo ebraico. La traduzione italiana è un po’ forzata rispetto a quella latina ma comunque è diventato uno slogan a cui noi, che facciamo parte di questa setta ebionita, teniamo. Ci tengo a sottolineare che questa revisione dell’atteggiamento cristiano nei confronti del giudaismo è una cosa recente, che nasce da quando le chiese cristiane si interrogano su come è potuta accadere la Shoah, che non è accaduta in una qualche parte sconosciuta del mondo, ma è accaduta nel cuore cristiano dell’Europa, proposta dalla nazione in cui convivevano circa il 50% dei cattolici e il 50% dei protestanti. Lo dico da protestante di confessione valdese. Il mondo protestante forse è stato più sensibile a questo discorso, tant’è che già agli inizi del nazismo una minoranza della Chiesa Evangelica Tedesca di cui facevano parte il pastore Dietrich Bonhoeffer, il teologo svizzero, che allora insegnava in Germania, Karl Barth, l’ex comandante di sommergibili della prima guerra mondiale Martin Niemoller, che Hitler considerò poi suo nemico personale e che rimase più di dieci anni in campo di concentramento e tutte le settimane il lunedì mattina voleva avere un rapporto sul suo tavolo su quello che gli avevano fatto, perché appunto essendo un eroe della prima guerra mondiale per lui il tradimento era doppio. Questi fecero uno scisma nella Chiesa Evangelica Tedesca fondarono un’altra chiesa e dicendo: il nazismo pretende di sostituire se stesso a Dio e pretende di sostituire un Gesù ariano a un Gesù ebreo. Poi anche il loro discorso ha dei limiti perché ad esempio alcuni di loro si schierarono in maniera aperta contro la persecuzione degli ebrei nella Bibbia che Bonhoeffer aveva. C’è un’annotazione su un salmo di dolore su Gerusalemme con una nota della data della Notte dei Cristalli e poi c’è un suo famoso sermone agli studenti del suo Seminario Teologico in cui risponde alla domanda: ma si può cantare il gregoriano anche se siamo luterani? Lui dice: sì, può cantare il gregoriano solo chi prima ha alzato la sua voce in difesa degli ebrei. Questa era la premessa.
Sapete, il mondo protestante è molto più variegato, però ci sono delle prese di posizione per cui già nel 1956 la Chiesa Evangelica della Renania, in un suo sinodo, adotta una risoluzione in cui non solo fa una confessione di peccato seriamente fondata su quello che i cristiani di Germania hanno permesso succedesse, ma dice anche che questo è una conseguenza dell'atteggiamento che i cristiani hanno avuto nel cercare di convertire gli ebrei. All’inizio degli anni ’80 la stessa chiesa nella confessione di fede che i pastori sottoscrivono al momento della consacrazione mette una clausola in cui si dice esplicitamente che “non fa parte della missione della chiesa la conversione degli ebrei”. In casa cattolica questo è un po’ più difficile perché il primo documento è questo paragrafo della Dichiarazione Nostra Aetate che il cardinale Agostino Bea, che nonostante il nome italiano era tedesco, e anche Giovanni XXIII, volevano fosse una dichiarazione a parte, mentre invece il concilio la mise come paragrafo di una dichiarazione su tutte le religioni. La cosa singolare di questo paragrafo in cui comunque si fa una revisione profonda dell’atteggiamento della Chiesa cattolica nei confronti degli ebrei è l’unico documento conciliare in tutta la storia della chiesa cattolica in cui non c’è neanche una citazione da un precedente documento conciliare; ci sono solo citazioni bibliche. Vuol dire che tutti i padri conciliari, con tutta la loro sapienza, la conoscenza dei (canoni?), non sono riusciti a trovare nella storia un precedente a cui potessero aggrapparsi.
Lo sviluppo che ha avuto la ricerca sul Gesù ebreo, che da quando è cominciata nel ’47 è stata rapidissima e intensissima e oggi viene chiamata la cosiddetta terza ricerca su Gesù, conduce alla sua conclusione è quella che Gesù è ebreo ed ebreo per sempre, come si dice in questo documento cattolico. Io una volta l’ho citato nel Consiglio delle chiese cristiane di Milano di cui faccio parte da molto tempo e un prete ortodosso si è alzato e mi ha detto: tu sei un ariano! Voi sapete che gli ariani sono una delle tante modalità in cui si esprime il cristianesimo dei primi secoli che ritengono che Gesù non sia esattamente sullo stesso piano del Padre, ma sia un gradino sotto, tant’è che l’opinione comune è che l’aggiunta del Filioque nel Credo viene da ambienti spagnoli, da concilii tenuti in Spagna in cui la presenza ariana era molto forte e la questione del Filioque è una delle cose che faranno scattare la divisione tra chiesa d’Oriente e chiesa d’Occidente. La mia modestissima opinione è che il cristianesimo per una larga parte della sua storia sia stato docetista, cioè che nel Credo che noi proclamiamo ogni domenica quando diciamo “Gesù vero Dio e vero uomo”, in realtà pensiamo al vero Dio e molto poco al vero uomo. Questo ci ha permesso appunto di dimenticarci di questa condizione di fondo dell’ebraicità di Gesù, mentre questa ricerca nuova ne sottolinea l’aspetto umano e ha portato un’altra domanda che è ancora più inquietante: Gesù come concepiva se stesso, che nozione aveva del suo rapporto col Padre? Qui le opinioni sono aperte. Per esempio questo tipo di ricerca ha portato anche a parlare di una fede di Gesù: qual è la fede di Gesù? Fino a trent’anni fa sarebbe stato impossibile parlare di una fede di Gesù. Gesù non poteva aver fede, lui sapeva tutto, essendo consustanziale al Padre, quindi aveva la conoscenza perfetta. Invece questo nuovo modo di considerare la figura di Gesù ci porta a dire che lui aveva una fede, la sua fede era quella dei suoi padri ed è la fede di Israele. Con in più questa coscienza di un rapporto specialissimo col Padre. E qui vi inquieto.
Se noi prendiamo i sinottici – il vangelo di Giovanni è un’altra cosa, voi sapete che c’è una quasi contemporaneità della composizione dei sinottici, che si fanno derivare da una fonte di detti e poi da una sorte di fonte che comincia a mescolare detti e fatti che è la fonte di Marco e di Luca e poi anche di Matteo, mentre invece Giovanni viene una generazione più tardi. Passiamo più o meno dal 70 al 120 dell’era volgare o della nostra era. Nei sinottici Gesù parla spesso di se stesso come figlio di Dio, ma nella tradizione d’Israele il popolo, se rispetta la Torah, è figlio di Dio, ma anche il re d’Israele, che quando viene intronizzato gli si dice: cerca di comportarti come si deve, viene definito figlio di Dio, e il singolo credente che rispetta i precetti della Torah viene definito figlio di Dio. Quindi Gesù, quando attribuiva a se stesso questo titolo, non pensava quello che penseranno di lui al concilio di Nicea. C’è invece un titolo che lui attribuiva a se stesso che ci lascia un pochino più inquieti, cioè figlio dell’uomo. Figlio dell’uomo noi lo troviamo in Daniele e anche in alcuni testi di Qumran in cui ha sicuramente una valenza messianica, qualche volta legata alla figura del maestro della comunità, qualche altra volta proprio solo in prospettiva escatologica però, allo stato attuale dei testi, non sappiamo che cosa si intendesse esattamente all’epoca con questo titolo. All’epoca nascente del cristianesimo c’è questa definizione di Gesù che non è ancora quella dei concilii successivi e non è ancora neanche quella di Giovanni. E ancora se voi prendete una concordanza del Nuovo Testamento e cercate la voce chiesa nei vangeli voi trovate solo due passi di Matteo. Questo avrà pure un senso, tenendo presente che Matteo è stato redatto 40 anni dopo la morte di Gesù. La conseguenza più semplice è che forse Gesù non ha mai pensato di fondare una chiesa almeno come la conosciamo noi. Anche se prendete gli Atti e le lettere di Paolo in cui invece il termine è utilizzato ampiamente, vi rendete conto che, se pensate all’organizzazione della vostra e della mia chiesa, c’è una diversità che, nonostante i riformatori protestanti pensassero di aver riportato il vangelo alla purezza delle origini, su questo non ci siamo. Alle origini c’è un movimento di ebrei che diventano cristiani con modalità e forme diverse e un movimento di pagani, che molto spesso sono persone già vicine all’ebraismo, perché in quel periodo l’ebraismo ha una attività proselitistica molto attiva - sempre individuale, cioè non c’è un’organizzazione di un proselitismo ebraico come sarà quello per i cristiani, cioè di mandare la gente in giro per aprire delle comunità, sono sempre delle persone che convincono delle altre - però I e II secolo sono un’epoca in cui molti pagani si avvicinano e diventano proseliti, cioè aderiscono all’ebraismo, oppure semplicemente timorati di Dio, cioè accettano il Dio uno come testimoniato dalla Scrittura ebraica però non si sentono di compiere quei passi, la circoncisione per prima, e l’obbedienza a una serie di regole rituali in seguito e quindi sono, diciamo così, dei simpatizzanti. È in questo ambiente che si svolge la predicazione cristiana primitiva. Di fatti Paolo, quando se la prende con gli ebrei che vogliono far circoncidere i pagani che diventano cristiani, in realtà non se la prende con gli ebrei, se la prende con degli ebrei cristianizzati. In Paolo non c’è mai una parola di disprezzo verso l’ebraismo, così come nel Nuovo Testamento c’è un atteggiamento verso il farisaismo che è quello del litigio interno. Gesù non se la prende mai coi farisei come dei nemici, ma come delle persone che lui riconosce con un legame di fraternità e che secondo lui su certe cose però sbagliano e quindi li richiama all’ordine e, perlomeno i testi evangelici ci dicono così, li richiama con dei toni piuttosto sostenuti, ma era lo stile dell’epoca. L’espressione sepolcri imbiancati, per definire certe persone che eseguono tutti i precetti ma in realtà non ci credono tanto, si trova nel Talmud applicata ai farisei. Quando io la domenica mi trovo ad ascoltare un sermone e si comincia a dire “l’ipocrisia farisaica” cominciano a fumarmi un po’ le orecchie perché in realtà quello di cui non si tiene conto è che lui vuole richiamarli all’ordine – se così possiamo dire – cioè “siate veramente voi stessi”. Non ce l’ha contro di loro, ma ce l’ha perché non seguono abbastanza quella che lui individua essere la loro missione. Sicuramente Gesù non è un sadduceo e sicuramente il Sinedrio che decide di mettere a morte Gesù è un Sinedrio sadduceo.
I vangeli ci riferiscono in maniere diverse la vicenda del processo di Gesù e della passione che porta alla morte di Gesù. Ci sono la passione davanti a Pilato, il processo davanti al Sinedrio e anche una visita a Erode. Noi possiamo essere tranquillamente sicuri di una cosa: che nessuno dei seguaci di Gesù ha mai assistito a uno di questi episodi, perché Gesù era preso imprigionato dai romani, ci mancava altro che aprissero le porte e dicessero ai suoi seguaci: venite che adesso vi facciamo assistere così poi lo mettete per iscritto. Quindi anche su questo, poi l’uso per esempio di liberare un carcerato, un condannato a morte prima di Pasqua, volete Gesù o Barabba, non è testimoniata assolutamente da nessuna parte e questo non è che deve farci perdere di rispetto al testo evangelico, al testo biblico, così come non sappiamo se Mosè sia mai esistito, ma ci deve rendere attenti, prima di arrivare a delle conclusioni, a fare dei passi con una certa prudenza. La conseguenza di tutto questo discorso è che l’apostolo Paolo in Romani 9,4-5 e più ampiamente in Romani 9-11 dove discute di questo rapporto tra ebrei e cristiani fa questa affermazione e cioè che i doni di Dio non sono revocabili, l’elezione di Dio non è revocabile e questo ci porta a una conclusione singolare. Voi sapete che gli ebrei definivano se stessi come ebrei e poi usavano un termine collettivo per definire gli altri popoli che non erano ebrei, in cui non c’è niente di dispregiativo, semplicemente non erano ebrei, ed è goj al singolare e gojim al plurale, che vuol dire genti, da cui questo termine strano che non so se nelle nostre chiese lo capiscono, gentili, perché sembra che si parli di persone gentili, affabili, in realtà è semplicemente un aggettivo, credo di origine ottocentesca o settecentesca, per definire coloro che appartengono alle genti. E Paolo lo dice con chiarezza: i doni che Dio ha fatto a Israele e cioè l’adozione a figli, la gloria, l’alleanza, la legislazione, il culto e le promesse, non sono revocabili. Ecco questa cosa qui il cristianesimo direi che l’ha, diciamo così, messa in ombra e forse qualcosa di più. Questo ci porta a un’altra questione a cui accennavo prima quando parlavo della chiesa evangelica della Renania. C’è il famoso passo evangelico che dice: andate e battezzate tutte le genti, panta ta ethne, dice il testo greco. Mentre generalmente per il popolo ebraico si usa il termine laòs. Allora se io metto assieme da una parte il fatto che l’elezione di Israele rimane perché Israele è stato scelto da Dio in base ai suoi disegni, rimane quello che è e deve rimanere quello che è perché Dio l’ha scelto per una missione particolare e gli ha dato delle regole particolari e Israele deve seguire queste regole per assolvere la sua missione che ha questo carattere particolare. Dall’altra parte c’è il fatto che ci sono le genti a cui andare a annunciare l’evangelo. Anche su questo annuncio ci sono forme diverse perché nell’Ottocento si pensava che annunciare l’evangelo volesse dire andare a battezzare quanta più gente possibile, oggi annunciare il vangelo, per tutte le chiese credo, salvo quelle più fondamentaliste, vuol dire testimoniare in maniera efficace la propria fede e la propria conversione a Dio. La mia convinzione è che, fatti salvi casi particolari personali che godono del mio massimo rispetto, come prospettiva devono coesistere fino al giorno in cui il Signore deciderà di rinnovare il mondo, devono continuare a esistere queste due entità: la Chiesa e Israele. Io credo che non sia assolutamente necessario porsi il problema della conversione del popolo ebraico, ma che vada rispettato per quello che è. In parte perché ha questa missione rispetto agli altri popoli, sia Isaia che Sofonia diranno che alla fine tutte le genti verranno a Gerusalemme e adoreranno un solo Dio, il Dio uno, c’è una uniformità in questa prospettiva, cioè il fatto di adorare il Dio uno secondo le modalità, si presuppone, tipiche di ognuno. Dall’altra parte c’è il fatto che secondo me noi dovremmo avere un po’ più di fiducia in questa categoria che è il mistero. Io lo dico soprattutto, qui non credo che ce ne saranno ma, mentre in ambito cattolico il concetto teologico di mistero è molto diffuso, in ambito protestante è sempre visto con un po’ di sospetto, anche se Karl Barth lo usa abbondantemente. Il problema è che spesso quando noi diciamo “questo è un mistero”, in realtà pensiamo di avere in tasca la nostra soluzione di questo mistero e, magari involontariamente, la proponiamo. Concludo con una persona che è stato un grande maestro per me, Paolo De Benedetti usa questa espressione che le chiese dovrebbero avere più spesso il coraggio di usare un’espressione ebraica tejqu, che vuol dire. Nel Talmud ci sono tante discussioni, tenete presente che il Talmud è l’unico testo religioso che esista in cui ci sono le tesi della maggioranza e le tesi della minoranza, cioè i cristiani quando riuscivano a definirsi ortodossi la prima cosa che facevano è via gli eterodossi, per cui i testi di questi qua non li conosciamo. Il Talmud invece no perché dice che ci può essere sempre un’altra interpretazione. Però ci sono delle discussioni che non hanno una conclusione, cioè si dice il tal maestro pensa questo, l’altro pensa quest’altro e l’altro ancora pensa talaltro, e la conclusione è questa parola tejqu, che in ebraico vuol dire forse, ma è anche un acronimo perché se si prende ogni lettera è iniziale di quando il profeta Elia verrà deciderà.
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