mercoledì 31 dicembre 2025

Gesù ebreo e praticante (Gioachino Pistone)

Gesù ebreo per sempre è una citazione dal documento Orientamenti per l’applicazione della Nostra Aetate n.° 4 cioè il primo documento in cui un Concilio Ecumenico della Chiesa Cattolica Romana parla della necessità di rivedere e riconsiderare il rapporto con il mondo ebraico. La traduzione italiana è un po’ forzata rispetto a quella latina ma comunque è diventato uno slogan a cui noi, che facciamo parte di questa setta ebionita, teniamo. Ci tengo a sottolineare che questa revisione dell’atteggiamento cristiano nei confronti del giudaismo è una cosa recente, che nasce da quando le chiese cristiane si interrogano su come è potuta accadere la Shoah, che non è accaduta in una qualche parte sconosciuta del mondo, ma è accaduta nel cuore cristiano dell’Europa, proposta dalla nazione in cui convivevano circa il 50% dei cattolici e il 50% dei protestanti. Lo dico da protestante di confessione valdese. Il mondo protestante forse è stato più sensibile a questo discorso, tant’è che già agli inizi del nazismo una minoranza della Chiesa Evangelica Tedesca di cui facevano parte il pastore Dietrich Bonhoeffer, il teologo svizzero, che allora insegnava in Germania, Karl Barth, l’ex comandante di sommergibili della prima guerra mondiale Martin Niemoller, che Hitler considerò poi suo nemico personale e che rimase più di dieci anni in campo di concentramento e tutte le settimane il lunedì mattina voleva avere un rapporto sul suo tavolo su quello che gli avevano fatto, perché appunto essendo un eroe della prima guerra mondiale per lui il tradimento era doppio. Questi fecero uno scisma nella Chiesa Evangelica Tedesca fondarono un’altra chiesa e dicendo: il nazismo pretende di sostituire se stesso a Dio e pretende di sostituire un Gesù ariano a un Gesù ebreo. Poi anche il loro discorso ha dei limiti perché ad esempio alcuni di loro si schierarono in maniera aperta contro la persecuzione degli ebrei nella Bibbia che Bonhoeffer aveva. C’è un’annotazione su un salmo di dolore su Gerusalemme con una nota della data della Notte dei Cristalli e poi c’è un suo famoso sermone agli studenti del suo Seminario Teologico in cui risponde alla domanda: ma si può cantare il gregoriano anche se siamo luterani? Lui dice: sì, può cantare il gregoriano solo chi prima ha alzato la sua voce in difesa degli ebrei. Questa era la premessa.

Sapete, il mondo protestante è molto più variegato, però ci sono delle prese di posizione per cui già nel 1956 la Chiesa Evangelica della Renania, in un suo sinodo, adotta una risoluzione in cui non solo fa una confessione di peccato seriamente fondata su quello che i cristiani di Germania hanno permesso succedesse, ma dice anche che questo è una conseguenza dell'atteggiamento che i cristiani hanno avuto nel cercare di convertire gli ebrei. All’inizio degli anni ’80 la stessa chiesa nella confessione di fede che i pastori sottoscrivono al momento della consacrazione mette una clausola in cui si dice esplicitamente che “non fa parte della missione della chiesa la conversione degli ebrei”. In casa cattolica questo è un po’ più difficile perché il primo documento è questo paragrafo della Dichiarazione Nostra Aetate che il cardinale Agostino Bea, che nonostante il nome italiano era tedesco, e anche Giovanni XXIII, volevano fosse una dichiarazione a parte, mentre invece il concilio la mise come paragrafo di una dichiarazione su tutte le religioni. La cosa singolare di questo paragrafo in cui comunque si fa una revisione profonda dell’atteggiamento della Chiesa cattolica nei confronti degli ebrei è l’unico documento conciliare in tutta la storia della chiesa cattolica in cui non c’è neanche una citazione da un precedente documento conciliare; ci sono solo citazioni bibliche. Vuol dire che tutti i padri conciliari, con tutta la loro sapienza, la conoscenza dei (canoni?), non sono riusciti a trovare nella storia un precedente a cui potessero aggrapparsi.

Lo sviluppo che ha avuto la ricerca sul Gesù ebreo, che da quando è cominciata nel ’47 è stata rapidissima e intensissima e oggi viene chiamata la cosiddetta terza ricerca su Gesù, conduce alla sua conclusione è quella che Gesù è ebreo ed ebreo per sempre, come si dice in questo documento cattolico. Io una volta l’ho citato nel Consiglio delle chiese cristiane di Milano di cui faccio parte da molto tempo e un prete ortodosso si è alzato e mi ha detto: tu sei un ariano! Voi sapete che gli ariani sono una delle tante modalità in cui si esprime il cristianesimo dei primi secoli che ritengono che Gesù non sia esattamente sullo stesso piano del Padre, ma sia un gradino sotto, tant’è che l’opinione comune è che l’aggiunta del Filioque nel Credo viene da ambienti spagnoli, da concilii tenuti in Spagna in cui la presenza ariana era molto forte e la questione del Filioque è una delle cose che faranno scattare la divisione tra chiesa d’Oriente e chiesa d’Occidente. La mia modestissima opinione è che il cristianesimo per una larga parte della sua storia sia stato docetista, cioè che nel Credo che noi proclamiamo ogni domenica quando diciamo “Gesù vero Dio e vero uomo”, in realtà pensiamo al vero Dio e molto poco al vero uomo. Questo ci ha permesso appunto di dimenticarci di questa condizione di fondo dell’ebraicità di Gesù, mentre questa ricerca nuova ne sottolinea l’aspetto umano e ha portato un’altra domanda che è ancora più inquietante: Gesù come concepiva se stesso, che nozione aveva del suo rapporto col Padre? Qui le opinioni sono aperte. Per esempio questo tipo di ricerca ha portato anche a parlare di una fede di Gesù: qual è la fede di Gesù? Fino a trent’anni fa sarebbe stato impossibile parlare di una fede di Gesù. Gesù non poteva aver fede, lui sapeva tutto, essendo consustanziale al Padre, quindi aveva la conoscenza perfetta. Invece questo nuovo modo di considerare la figura di Gesù ci porta a dire che lui aveva una fede, la sua fede era quella dei suoi padri ed è la fede di Israele. Con in più questa coscienza di un rapporto specialissimo col Padre. E qui vi inquieto.

Se noi prendiamo i sinottici – il vangelo di Giovanni è un’altra cosa, voi sapete che c’è una quasi contemporaneità della composizione dei sinottici, che si fanno derivare da una fonte di detti e poi da una sorte di fonte che comincia a mescolare detti e fatti che è la fonte di Marco e di Luca e poi anche di Matteo, mentre invece Giovanni viene una generazione più tardi. Passiamo più o meno dal 70 al 120 dell’era volgare o della nostra era. Nei sinottici Gesù parla spesso di se stesso come figlio di Dio, ma nella tradizione d’Israele il popolo, se rispetta la Torah, è figlio di Dio, ma anche il re d’Israele, che quando viene intronizzato gli si dice: cerca di comportarti come si deve, viene definito figlio di Dio, e il singolo credente che rispetta i precetti della Torah viene definito figlio di Dio. Quindi Gesù, quando attribuiva a se stesso questo titolo, non pensava quello che penseranno di lui al concilio di Nicea. C’è invece un titolo che lui attribuiva a se stesso che ci lascia un pochino più inquieti, cioè figlio dell’uomo. Figlio dell’uomo noi lo troviamo in Daniele e anche in alcuni testi di Qumran in cui ha sicuramente una valenza messianica, qualche volta legata alla figura del maestro della comunità, qualche altra volta proprio solo in prospettiva escatologica però, allo stato attuale dei testi, non sappiamo che cosa si intendesse esattamente all’epoca con questo titolo. All’epoca nascente del cristianesimo c’è questa definizione di Gesù che non è ancora quella dei concilii successivi e non è ancora neanche quella di Giovanni. E ancora se voi prendete una concordanza del Nuovo Testamento e cercate la voce chiesa nei vangeli voi trovate solo due passi di Matteo. Questo avrà pure un senso, tenendo presente che Matteo è stato redatto 40 anni dopo la morte di Gesù. La conseguenza più semplice è che forse Gesù non ha mai pensato di fondare una chiesa almeno come la conosciamo noi. Anche se prendete gli Atti e le lettere di Paolo in cui invece il termine è utilizzato ampiamente, vi rendete conto che, se pensate all’organizzazione della vostra e della mia chiesa, c’è una diversità che, nonostante i riformatori protestanti pensassero di aver riportato il vangelo alla purezza delle origini, su questo non ci siamo. Alle origini c’è un movimento di ebrei che diventano cristiani con modalità e forme diverse e un movimento di pagani, che molto spesso sono persone già vicine all’ebraismo, perché in quel periodo l’ebraismo ha una attività proselitistica molto attiva - sempre individuale, cioè non c’è un’organizzazione di un proselitismo ebraico come sarà quello per i cristiani, cioè di mandare la gente in giro per aprire delle comunità, sono sempre delle persone che convincono delle altre - però I e II secolo sono un’epoca in cui molti pagani si avvicinano e diventano proseliti, cioè aderiscono all’ebraismo, oppure semplicemente timorati di Dio, cioè accettano il Dio uno come testimoniato dalla Scrittura ebraica però non si sentono di compiere quei passi, la circoncisione per prima, e l’obbedienza a una serie di regole rituali in seguito e quindi sono, diciamo così, dei simpatizzanti. È in questo ambiente che si svolge la predicazione cristiana primitiva. Di fatti Paolo, quando se la prende con gli ebrei che vogliono far circoncidere i pagani che diventano cristiani, in realtà non se la prende con gli ebrei, se la prende con degli ebrei cristianizzati. In Paolo non c’è mai una parola di disprezzo verso l’ebraismo, così come nel Nuovo Testamento c’è un atteggiamento verso il farisaismo che è quello del litigio interno. Gesù non se la prende mai coi farisei come dei nemici, ma come delle persone che lui riconosce con un legame di fraternità e che secondo lui su certe cose però sbagliano e quindi li richiama all’ordine e, perlomeno i testi evangelici ci dicono così, li richiama con dei toni piuttosto sostenuti, ma era lo stile dell’epoca. L’espressione sepolcri imbiancati, per definire certe persone che eseguono tutti i precetti ma in realtà non ci credono tanto, si trova nel Talmud applicata ai farisei. Quando io la domenica mi trovo ad ascoltare un sermone e si comincia a dire “l’ipocrisia farisaica” cominciano a fumarmi un po’ le orecchie perché in realtà quello di cui non si tiene conto è che lui vuole richiamarli all’ordine – se così possiamo dire – cioè “siate veramente voi stessi”. Non ce l’ha contro di loro, ma ce l’ha perché non seguono abbastanza quella che lui individua essere la loro missione. Sicuramente Gesù non è un sadduceo e sicuramente il Sinedrio che decide di mettere a morte Gesù è un Sinedrio sadduceo.

I vangeli ci riferiscono in maniere diverse la vicenda del processo di Gesù e della passione che porta alla morte di Gesù. Ci sono la passione davanti a Pilato, il processo davanti al Sinedrio e anche una visita a Erode. Noi possiamo essere tranquillamente sicuri di una cosa: che nessuno dei seguaci di Gesù ha mai assistito a uno di questi episodi, perché Gesù era preso imprigionato dai romani, ci mancava altro che aprissero le porte e dicessero ai suoi seguaci: venite che adesso vi facciamo assistere così poi lo mettete per iscritto. Quindi anche su questo, poi l’uso per esempio di liberare un carcerato, un condannato a morte prima di Pasqua, volete Gesù o Barabba, non è testimoniata assolutamente da nessuna parte e questo non è che deve farci perdere di rispetto al testo evangelico, al testo biblico, così come non sappiamo se Mosè sia mai esistito, ma ci deve rendere attenti, prima di arrivare a delle conclusioni, a fare dei passi con una certa prudenza. La conseguenza di tutto questo discorso è che l’apostolo Paolo in Romani 9,4-5 e più ampiamente in Romani 9-11 dove discute di questo rapporto tra ebrei e cristiani fa questa affermazione e cioè che i doni di Dio non sono revocabili, l’elezione di Dio non è revocabile e questo ci porta a una conclusione singolare. Voi sapete che gli ebrei definivano se stessi come ebrei e poi usavano un termine collettivo per definire gli altri popoli che non erano ebrei, in cui non c’è niente di dispregiativo, semplicemente non erano ebrei, ed è goj al singolare e gojim al plurale, che vuol dire genti, da cui questo termine strano che non so se nelle nostre chiese lo capiscono, gentili, perché sembra che si parli di persone gentili, affabili, in realtà è semplicemente un aggettivo, credo di origine ottocentesca o settecentesca, per definire coloro che appartengono alle genti. E Paolo lo dice con chiarezza: i doni che Dio ha fatto a Israele e cioè l’adozione a figli, la gloria, l’alleanza, la legislazione, il culto e le promesse, non sono revocabili. Ecco questa cosa qui il cristianesimo direi che l’ha, diciamo così, messa in ombra e forse qualcosa di più. Questo ci porta a un’altra questione a cui accennavo prima quando parlavo della chiesa evangelica della Renania. C’è il famoso passo evangelico che dice: andate e battezzate tutte le genti, panta ta ethne, dice il testo greco. Mentre generalmente per il popolo ebraico si usa il termine laòs. Allora se io metto assieme da una parte il fatto che l’elezione di Israele rimane perché Israele è stato scelto da Dio in base ai suoi disegni, rimane quello che è e deve rimanere quello che è perché Dio l’ha scelto per una missione particolare e gli ha dato delle regole particolari e Israele deve seguire queste regole per assolvere la sua missione che ha questo carattere particolare. Dall’altra parte c’è il fatto che ci sono le genti a cui andare a annunciare l’evangelo. Anche su questo annuncio ci sono forme diverse perché nell’Ottocento si pensava che annunciare l’evangelo volesse dire andare a battezzare quanta più gente possibile, oggi annunciare il vangelo, per tutte le chiese credo, salvo quelle più fondamentaliste, vuol dire testimoniare in maniera efficace la propria fede e la propria conversione a Dio. La mia convinzione è che, fatti salvi casi particolari personali che godono del mio massimo rispetto, come prospettiva devono coesistere fino al giorno in cui il Signore deciderà di rinnovare il mondo, devono continuare a esistere queste due entità: la Chiesa e Israele. Io credo che non sia assolutamente necessario porsi il problema della conversione del popolo ebraico, ma che vada rispettato per quello che è. In parte perché ha questa missione rispetto agli altri popoli, sia Isaia che Sofonia diranno che alla fine tutte le genti verranno a Gerusalemme e adoreranno un solo Dio, il Dio uno, c’è una uniformità in questa prospettiva, cioè il fatto di adorare il Dio uno secondo le modalità, si presuppone, tipiche di ognuno. Dall’altra parte c’è il fatto che secondo me noi dovremmo avere un po’ più di fiducia in questa categoria che è il mistero. Io lo dico soprattutto, qui non credo che ce ne saranno ma, mentre in ambito cattolico il concetto teologico di mistero è molto diffuso, in ambito protestante è sempre visto con un po’ di sospetto, anche se Karl Barth lo usa abbondantemente. Il problema è che spesso quando noi diciamo “questo è un mistero”, in realtà pensiamo di avere in tasca la nostra soluzione di questo mistero e, magari involontariamente, la proponiamo. Concludo con una persona che è stato un grande maestro per me, Paolo De Benedetti usa questa espressione che le chiese dovrebbero avere più spesso il coraggio di usare un’espressione ebraica tejqu, che vuol dire. Nel Talmud ci sono tante discussioni, tenete presente che il Talmud è l’unico testo religioso che esista in cui ci sono le tesi della maggioranza e le tesi della minoranza, cioè i cristiani quando riuscivano a definirsi ortodossi la prima cosa che facevano è via gli eterodossi, per cui i testi di questi qua non li conosciamo. Il Talmud invece no perché dice che ci può essere sempre un’altra interpretazione. Però ci sono delle discussioni che non hanno una conclusione, cioè si dice il tal maestro pensa questo, l’altro pensa quest’altro e l’altro ancora pensa talaltro, e la conclusione è questa parola tejqu, che in ebraico vuol dire forse, ma è anche un acronimo perché se si prende ogni lettera è iniziale di quando il profeta Elia verrà deciderà.

mercoledì 24 dicembre 2025

A proposito del gruppo Teshuvà (Gioachino Pistone)

Care sorelle e cari fratelli nel Signore.

Chiedo un po’ del vostro tempo per sottoporvi alcune riflessioni a proposito della fase attuale del lavoro che svolgiamo come componenti del gruppo Teshuvà (d’ora in poi, per brevità, T.)

Questo gruppo è nato circa 20 anni fa come commissione di lavoro dell’Ufficio Ecumenismo e Dialogo dell’Arcidiocesi di Milano ed è contraddistinto dal fatto che, sin dall’inizio, il promotore, don (non ancora mons.) Gianfranco Bottoni e colui che rimarrà, fino a tempi recenti, il punto di riferimento ideale per quanto il gruppo andrà elaborando (vale a dire PDB), invitano a collaborare anche esponenti del mondo protestante milanese. Questa caratteristica fa di T. un unicum nel panorama italiano, tuttavia T. non è un gruppo ecumenico e le regole interne non sono quelle del lavoro ecumenico in senso proprio.

Da qualche tempo il ruolo che è stato di PDB, a causa di problemi legati all’età e anche a questioni di logistica, è passato a Piero Stefani, di cui credo sia inutile sottolineare la competenza, la preparazione e la finezza di pensiero. Tuttavia, a mio avviso, c’è almeno un punto su cui tra i due esiste una differenza di fondo che si è immediatamente riflessa in T., vale a dire la posizione rispetto alla Chiesa Cattolica Romana, all’interno del cui orizzonte Piero si colloca pienamente, anche se con posizioni spesso molto critiche (sono sempre illuminanti per acutezza e profondità le sue note settimanali). PDB invece, pur nell’evoluzione del suo pensiero, ha percepito se stesso come un ponte tra cristianesimo ed ebraismo (ricordo sempre la sua risposta ad una signora, rimasta un po’ turbata da quanto Paolo aveva detto in una sua conferenza, che gli chiese con una certa ansia “Scusi professore, ma lei è cattolico?” “Un pochino signora, un pochino”.).

Da un bel po’ di tempo T. sta lavorando per una sorta di riscrittura contemporanea delle tesi di Seelisberg, ma con estrema fatica, con un continuo ritorno su quanto si era dato per definito, con una impasse di fatto su alcuni punti. Ad oggi non riesco a vedere quale possa essere la conclusione di questo lavoro né una possibile scadenza temporale per raggiungerla. E la ragione credo sia da ricercare in alcune questioni ancora irrisolte.

La forma. Noi, di fatto, non stiamo scrivendo delle tesi da sottoporre a discussione, ma stiamo elaborando un piccolo trattato di teologia cristiana dell’ebraismo. La differenza fondamentale è che la tesi è una proposta di discussione, una interrogazione aperta a diverse conclusioni possibili, a percorsi di approfondimento diversificati e non necessariamente coincidenti ed utilizza una modalità di espressione sintetica e, se necessario persino provocatoria. Quello che noi stiamo elaborando, sempre secondo il punto di vista del sottoscritto, è invece un tentativo di fare il punto sul “dove siamo arrivati”, di mettere un segnale riconoscibile ed univoco su un percorso, in un certo senso il concludere una fase. La differenza è quella che c’è fra il guardare indietro (certo non per fermarsi) e il guardare avanti. E’ noto che l’angelo della storia ha lo sguardo rivolto all’indietro, ma io credo che noi siamo determinati in ciò che siamo dal nostro futuro!

Il contenuto. Credo sia indubbio che la prospettiva del nostro attuale lavoro sia diversa da quella che storicamente è stata quella del gruppo T. Negli esseri umani, in generale, la novità è spesso vista con fastidio, perché obbliga a cambiare abitudini acquisite, modi di pensare consolidati e ritenuti sicuri, insomma è faticosa. Spero non sia questo il mio caso, ma trovo che il percorso fin qui fatto abbia un senso da verificare, prima di essere considerato superato. La conseguenza è che da parecchio tempo le nostre riunioni in cui discutiamo delle tesi divengono una sorta di contenzioso sui contenuti delle tesi stesse. Questo mi dispiace, perché Piero è stato per me un maestro e non oso certo paragonare la sua statura intellettuale, la sua preparazione ecc. con le mie. Gianfranco, in quanto dominus del luogo è anche arbiter, e, comprensibilmente è a favore delle posizioni di chi ha incarichi accademici specifici, dozzine di libri e pubblicazioni sull’argomento, ha passato una vita di studio ad approfondire gli argomenti di cui ci occupiamo ed è riconosciuto oggi come il maggior esperto di dialogo cristiano-ebraico in Italia (questo, almeno, è il modo in cui percepisco la situazione)

Cercherò tuttavia di chiarire in cosa consista questa differenza di contenuti approfondendo, per quanto mi è possibile e senza nessuna pretesa di avere la verità in tasca, una questione su cui stiamo da tempo lavorando e su cui mi sembra che esista una diversità di vedute abbastanza profonda (questo, ovviamente, per chi fa parte della nostra setta ebionita. Dall’esterno credo che la maggioranza delle persone non troverebbero che sfumature diverse. Penso che anche questo aspetto vada tenuto presente): il problema della elezione di Israele e della modalità della sua permanenza. Questo tema è approfondito da Piero nel suo saggio del volume Dallo stesso grembo, per cui mi soffermerò su questo testo.

Vorrei prevenire l’obiezione di mescolare gli aspetti storici, esegetici e teologici. Credo che non sia possibile fare altrimenti, su questo argomento, ed infatti anche Piero si muove sui tre versanti contemporaneamente.

Infatti egli inizia con una premessa assolutamente condivisibile negando con forza che, fin dall’inizio, l’ebreo credente in Gesù sia da considerarsi come un fuoruscito dal popolo di Israele. In effetti il problema della fede in Gesù da parte della comunità primitiva di Gerusalemme è una questione su cui sono stati scritti fiumi di inchiostro, ma che non è possibile risolvere, allo stato attuale della ricerca, per mancanza di fonti. Sono state avanzate moltissime ipotesi, ma nessuna può essere definita conclusiva della ricerca sul piano storico. Altro può essere il discorso se impostato sul Cristo della fede.

Rimane non definita la collocazione temporale della frase precedente di Piero: far propria l’alternativa secondo cui si è giudei o si è cristiani consegnerebbe all’ assurdo la formulazione, che si intende dovrebbe essere quella del titolo Ebrei e gentili nella chiesa delle origini. Ma il primo paragrafo del saggio inizia con Al giorno d’oggi nello Stato di Israele vige una definizione ufficiale stando alla quale è ebreo colui che nasce da madre ebrea e non si è convertito ad altra religione o colui che è divenuto ebreo attraverso una conversione garantita dalle autorità riconosciute (in altre parole il rabbinato ortodosso). E Piero contesta questa posizione citando il fatto che l’ebraismo riformato ha regole diverse e poi il caso di Edith Stein e si chiede come vada considerata.

Ne consegue che l’affermazione della premessa non debba considerarsi limitata alla chiesa delle origini, ma che l’interrogativo riguardi anche il presente. Infatti viene citato il caso del card. Lustiger come una tra le persone che hanno dichiarato di vivere una doppia appartenenza.

Come più volte emerso dalle nostre discussioni penso di poter affermare che per Piero l’esistenza di una ecclesia ex circumcisione riguardi anche l’attualità e la prospettiva escatologica.

Il saggio ha degli enormi pregi, a partire dalla sottolineatura del duplice “noi” di cui Paolo si dichiara partecipe: egli rimane sempre un ebreo credente in Cristo e la riflessione ermeneutica sulla distanza tra il soggetto interpretante oggi, cioè un gentile credente, e il soggetto scrivente, appunto un ebreo credente in Cristo. E molti altri ancora di cui credo vada dato a Piero ampio merito. Il suo saggio aprirà a molti di coloro che lo leggeranno prospettive nuove ed importanti, questo è fuori discussione: Tuttavia mi tocca soffermarmi sugli aspetti che ritengo discutibili. E quello della permanenza della ecclesia ex circumcisione è uno di questi.

Ma veniamo al dettaglio.

Le affermazioni di Piero sulla chiesa delle origini e la sua esegesi delle lettere di Paolo sono di grande finezza e rigore, per cui penso di poter dire che non è su questo che dobbiamo soffermarci, anche se, per esempio, il fatto che sia necessario tenere presente la distanza ermeneutica che abbiamo con il Paolo ebreo dovrebbe essere tenuta maggiormente in considerazione nelle predicazioni e negli studi biblici che capita di sentire o di leggere. Oggi non esiste più una situazione come quella di Paolo, i meccanismi del suo pensiero ci sono completamente estranei, non possiamo fingere di non accorgerci di questo e la teologia dovrebbe forse tenerne maggiormente conto (scusate la presunzione di un commesso di libreria autodidatta). Quando oggi leggo Paolo ho almeno due paia di occhiali, quelli di Lutero e quelli di Agostino (a meno che non vogliate metterci anche quelli di Cacciari, che però io non ho).

I cattolici di espressione ebraica sono persone di grande levatura e di grande sofferenza (infatti vengono bastonati sia di qua che di là), ma non possono essere considerati significativi di una prospettiva attuale sull’insieme del cristianesimo, se non in prospettiva escatologica non verificabile oggi, e quindi suscettibile di ulteriori modificazioni. Sono poche centinaia di persone e, dopo la morte di mons. Gurion il Vaticano non ha più nominato un altro loro vescovo. I movimenti evangelicali dei Jews for Jesus, nonostante l’appoggio delle chiese (perlopiù americane) a cui appartengono allo Stato di Israele, si pongono come segno apocalittico della prossima conversione di tutti gli ebrei al cristianesimo e quindi non cedo interessino teologicamente ad una prospettiva come la nostra che sostiene la perennità nella storia dell’alleanza e dell’esistenza del popolo di Israele NON convertito al cristianesimo.

Nei Padri della Chiesa ci sono sporadiche testimonianze fino al IV secolo di piccoli gruppi e di individui che si identificano con la posizione della ecclesia ex circumcisione.

C’è una parentesi non proprio fortunata nel XV secolo, con i conversos (a forza) spagnoli e portoghesi e che l’Inquisizione della cristianissima Spagna perseguita proprio perché cristiani ex circumcisione

Una delle conseguenze non indifferenti di questa persecuzione è la nascita dell’antisemitismo razzista cristiano che si esprime nella categoria della “limpieza de sangre”, non acquistabile a prezzo della conversione, e quindi antesignana del razzismo biologistico di fine del XIX secolo.

Una cosa è analizzare la situazione delle prime comunità di credenti nel Dio uno e in Gesù Cristo morto e risorto, un’altra è riproporre oggi la necessità teologica della esistenza di una comunità cristiana ex circumcisione. E questo per due ragioni. La prima è che questa riproposizione rischia di comportare di fatto una “missione verso Israele”, comunque la si voglia chiamare o definire, un progetto di conversione di una parte almeno del popolo di Israele al cristianesimo.

La scelta individuale non ha granché a che fare con il proselitismo, che ovviamente tutti rifiutiamo. E mi pare che la posizione di T. sia sempre stata contro il proselitismo, come è definito nei documenti delle diverse chiese, ma che rifiutasse anche una prospettiva “semplicemente” conversionistica. Ovviamente questa posizione può essere modificata radicalmente, ma, per quel mi concerne, non potrei ovviamente continuare a collaborare con un gruppo che proponesse posizioni e pratiche diverse da quelle accettate in primis del Sinodo Evangelico della Renania e poi da altre chiese protestanti europee, dal Sinodo della chiesa Valdese e Metodista cui appartengo e dalla Comunione delle Chiese Protestanti Europee (già Concordia di Leuenberg). La seconda è che in questo modo noi cristiani ci arrogheremmo il diritto di definire che cosa è secondo la Halakà e che cosa non lo è a proposito della definizione di chi è ebreo. Posto che nel mondo ebraico non vi è accordo unanime sull’argomento, non credo che il mondo cristiano abbia titolo alcuno ad intervenire su questo delicatissimo argomento. Noi possiamo solo cercare di capire la ragioni delle diverse posizioni, rispettare le persone che vivono situazioni complesse e spesso faticosissima non distribuire patenti. Il maestro di noi tutti e, vale a dire l’inimitabile PDB, mi ha insegnato che una delle regole fondamentali del dialogo, ma anche della conoscenza dell’altro, è accettarlo per quello che è, non per quello che io vorrei che lui fosse.

Credo inoltre che un tema importante sia anche l’esistenza di una pluralità di posizioni nel cristianesimo primitivo, che non si identifica nelle posizioni paoline e che, anzi, ad un certo punto sembra addirittura rompere la comunione con Paolo (quando Paolo scrive di pregare per lui perché i fratelli che stanno a Gerusalemme accettino la colletta per cui lui tanto si è battuto. Alcuni esegeti hanno supposto che forse, in quel momento, Paolo non fosse al momento in comunione con il gruppo gerosolimitano). Voglio qui ricordare il libro di Luigi Moraldi La ricchezza perduta, dove questa ricchezza che si è perduta è proprio quella del pluralismo originario.

Questo ha una sua importanza, anche per la nostra riflessione.

C’è poi il problema di una dimensione che, generalmente, non è molto frequentata da parte protestante, e cioè quella del mistero: noi cristiani usiamo comunque abbastanza spesso questa categoria, anche se poi, di fatto, riteniamo di aver la soluzione (la mia soluzione, ovviamente) del mistero già in tasca. Ecco io non vorrei che su queste questioni noi pensassimo in questo modo. Di fronte a questi problemi (come ad altri) credo dovremmo avere più spesso il pudore del silenzio e il coraggio di concludere con l’espressione cui PDB è così affezionato da definirla una “confessione di fede”: tejku.

Credo valga la pena di riflettere proprio sulle parole di Piero Stefani a pag. 151 del suo saggio “...una ecclesia gentium non è autorizzata a compiere nessun annuncio – e a fortiori nessuna azione proselitistica – nei confronti del popolo ebraico. La chiesa oggi non è, dunque, più abilitata a compiere l’annuncio nei termini proposti da Matteo; essa deve trovare altre vie per indirizzare la propria testimonianza al popolo ebraico”.

E concludo con l’invito, se possibile, a tener presente la prefazione di PDB alla raccolta di saggi di Renzo Fabris dal titolo EBREI CRISTIANI. PDB ha scritto questo testo parecchi anni fa (probabilmente nel 1979), ma esso mantiene tutto il suo valore anche oggi.

Ne cito come esempio due brevi passi:

“ma sarebbe del tutto improprio considerare questo convertito (dal cristianesimo all’ebraismo ndr) un segno di Israele nella chiesa, un membro della ecclesia ex circumcisione, anzi mi domando se questo passaggio possa definirsi conversione”

“E’ possibile la presenza agli occhi di Dio del cristiano e dell’ebreo, ciascuno nella propria diversità? ... E’ un mistero che avvolge la storia e che si dissolverà nell’escatologia. Vogliamo piuttosto vedere nel segreto disegno di Dio, un suo ancora più segreto disegno di operare attraverso la circoncisione e il battesimo, di mondanizzare e di far diventare carne (basar) la sua Parola (davar) nella Torah e nel Cristo finché anche Dio, come dice Zaccaria14,19, e il suo Nome saranno uno e noi capiremo: tejku”.

 

 

Riflessioni sulla celebrazione eucaristica (Gioachino Pistone)

Oggi farò una cosa che non mi capita quasi mai di fare, e cioè il protestante duro e puro (beh, per modo di dire!). Perché è mia convinzio...