Spenderò anch’io qualche parola sul tema dell’antisemitismo,
per sottolineare che prima del Concilio Vaticano II i rapporti
cristiano-ebraici erano profondamente segnati dalla giudeofobia di matrice
teologica che per quasi duemila anni aveva percorso la cristianità nelle sue
più varie declinazioni (in Europa ma non solo). Nel rapporto dolorosamente
conflittuale e problematico tra il mondo cattolico e la minoranza ebraica, una
svolta epocale fu finalmente impressa dalla dichiarazione conciliare Nostra
Aetate, dell’ottobre 1965, con il suo quarto paragrafo.
Quel molto autorevole documento, elaborato dai vescovi
riuniti in Concilio, smentisce finalmente alcune delle più infamanti e
demonizzanti fra le accuse che la Chiesa di Roma aveva per secoli lanciato contro
il popolo ebraico.
Ma per venire all’oggi, mi sembra che il termometro dei
rapporti cristiano-ebraici dia ora segnali di un certo raffreddamento, che
ritengo si possano collegare, in larga parte, al diffondersi di una giudeofobia
di tipo nuovo, originata dall’avversione che le politiche dei governi d’Israele
suscitano in vari ambienti politici, culturali e, anche, di ispirazione
religiosa.
Personalmente ritengo che, da molto tempo ormai, sarebbe
opportuno che le Chiese e le comunità cristiane desiderose di dialogare
onestamente con gli ebrei riconoscessero che esistono vincoli profondi -
religiosi, ma anche di natura storico-culturale - che legano il mondo ebraico a
Eretz Israel (la Terra dell’Israele biblico). Occorre insomma, per dirla con
altre parole, che in ordine ai rapporti con gli ebrei, ma non soltanto, la
cultura dei cristiani si lasci definitivamente alle spalle quella mutazione genetica
del cristianesimo, quella saldatura perniciosa tra la religione e il potere
politico che è rappresentata dal costantinismo.
Ma nel Vicino Oriente, ora, si registrano difficoltà di un
tipo nuovo. E la ‘madre’ di tutte queste difficoltà sta nella mutazione
genetica prodottasi durante gli ultimi decenni nell’originario progetto
sionista, una mutazione che, accolta in modo acritico da larghi settori
dell’opinione ebraica, tanto in Israele quanto nella diaspora, ha partorito una
variante ebraica del costantinismo, assolutamente inedita ma, in ogni caso,
gravata dello stesso uso spregiudicato e ideologico del discorso religioso a
fini politici che contraddistingue il costantinismo delle Chiese cristiane,
della stessa nociva commistione tra retaggio religioso ed esercizio del potere.
In tempi recentissimi, degna di rilievo in Israele è la
posizione dei nazional-religiosi di HaBayit HaYehudi, il partito “La casa
ebraica” che, presieduto dall’attuale Primo ministro Naftali Bennett, esercita
un’influenza significativa sulla politica estera del governo in quanto è
espressione dei coloni messianici insediati nei territori occupati, i cui
orientamenti hanno molto peso. Con il loro attivismo, i nazional-religiosi si
presentano come gli alfieri di una sorta di profondo amalgama tra sionismo ed
ebraismo ortodosso, riproponendo così in termini drammaticamente divisivi
l’eterna questione dell’identità ebraica, e offrendo la più ambigua delle
legittimazioni all’equazione, discutibilissima, tra sostegno alle politiche di Israele
e lotta all’antisemitismo: un’equazione che induce a qualificare come
antisemita chiunque sollevi obiezioni circa questa o quella decisione assunta
dal governo israeliano.
Certo, l’antisemitismo è un problema antico e molto serio,
in quanto costituisce un pesante fardello che la cultura del mondo cristiano si
porta dentro come retaggio di una persistente volontà di discriminare e
perseguitare - in base a precise premesse teologiche - una minoranza scomoda.
Nessuno può illudersi, al di là delle autorevoli intenzioni dichiarate dalle
gerarchie delle varie Chiese, che le conseguenze di una demonizzazione
protrattasi per quasi venti secoli si possano cancellare di punto in bianco. La
‘paura dell’ebreo’ sopravvive oggigiorno, ed è destinata a perdurare, magari
per inerzia, anche in contesti nei quali non è presente in carne e ossa neppure
un ebreo. E forme nuove di antisemitismo vanno ora diffondendosi dal mondo
cristiano, dove affondano le sue radici, anche in ambito islamico.
Se questo è, nelle grandi linee, il ‘nuovo’ antisemitismo
che si va profilando, mi preme precisare che tutt’altra cosa è, rispetto a
esso, il sostegno o la critica anche radicale delle politiche messe in atto dai
vari governi dello Stato di Israele. I due fenomeni hanno dinamiche che in
qualche caso possono coincidere ma che, nella loro sostanza, sono del tutto
indipendenti.
Chiunque intenda discorrere con lucidità degli inciampi che
incontra oggi sul suo cammino il dialogo cristiano-ebraico, deve affrontare il
tema nella sua complessità, cioè lo deve trattare criticamente su entrambi i
versanti: quello cristiano e quello ebraico, avendo cura di compiere una serie
di distinzioni all’interno dell’uno e dell’altro campo. È un discorso che va
condotto con delicatezza e cautela, ma che non può essere eluso se si vuole
guardare in termini corretti ai possibili sviluppi futuri del dialogo stesso.
25 gennaio 2022
https://it.gariwo.net/magazine/editoriali/considerazioni-su-antisemitismo-e-dialogo-cristianoebraico-24465.html