Il 28 ottobre 1965 la chiesa cattolica, riunita in concilio,
ratifica una dichiarazione sulle relazioni con le religioni non cristiane. Il
titolo in latino - Nostra aetate – è l’incipit del documento e significa: nel
nostro tempo. Nell’introduzione si afferma: “I vari popoli costituiscono una
sola comunità. Essi hanno una sola origine, poiché Dio ha fatto abitare
l'intero genere umano su tutta la faccia della terra; hanno anche un solo fine
ultimo, Dio, la cui provvidenza, le cui testimonianze di bontà e il disegno di
salvezza si estendono a tutti, finché gli eletti saranno riuniti nella città
santa, che la gloria di Dio illuminerà e dove le genti cammineranno nella sua
luce” (n. 1). Queste poche righe sono fondate su ben sei citazioni bibliche
(Sapienza, Atti degli apostoli, Lettera ai Romani, Lettera a Timoteo,
Apocalisse). Il documento accentua l’idea di una sola comunità, una sola
origine, un solo fine: il disegno di salvezza di Dio è universale. Infine
Nostra aetate non ha alcun rimando al magistero precedente. La chiesa cattolica
è di fronte a una questione nuova e caratteristica del nostro tempo. Per
mantenere la fedeltà a Gesù Cristo occorre rivedere la tradizione.
Quando un cristiano parla di una sola origine fa riferimento
alle pagine che aprono la Bibbia. Il libro della Genesi narra di come Dio
tragga il mondo dall’abisso e dal caos, separando la terra dalle acque, la luce
dalle tenebre. Adamo ed Eva, la prima coppia, sono all’origine di tutta
l’umanità: pastori e agricoltori, gente di campagna e città, ebrei e non. Tutti
gli esseri umani hanno un solo Padre: Dio. Affinché la sua benedizione divenga
universale Dio sceglie una coppia particolare: Sara e Abramo. Questa famiglia
diviene il popolo d’Israele chiamato a essere luce per le genti. Da questo popolo
nasce Gesù il Messia che porta la salvezza all’umanità. Questo è il disegno di
Dio narrato nella Bibbia. Il racconto presenta tuttavia aspetti sorprendenti.
Nella Genesi la benedizione fuoriesce abbondantemente dal percorso tracciato da
Dio: Israele - il figlio della promessa - non è più benedetto del fratello
Ismaele; il padre nella fede Abramo - il primo definito ebreo dalla Bibbia -
riceve lezioni di etica dai gentili (i non ebrei); la genealogia del Messia
passa attraverso una straniera di nome Rut (una moabita). Gesù scorge nella
donna cananea e nel centurione romano una fede superiore a quella di molti del
suo popolo Israele. Una fede che non passa attraverso Abramo. Anche i cristiani
oggi incontrano quotidianamente stranieri con una grande fede. Non sempre la
tradizione che li unisce a Dio sembra passare attraverso Gesù Cristo.
Nel 1985, nel corso di una visita pastorale in Marocco, papa
Wojtyla incontra a Casablanca un gruppo di giovani studenti islamici. L’anno
successivo, per la prima volta nella storia, un papa invita i rappresentanti
delle grandi religioni mondiali per una giornata di preghiera per la pace.
L’iniziativa si ripete nel 1993 durante la guerra nei Balcani e nel 2001 a
seguito degli attentati terroristici dell’11 settembre. La formula scelta per
rincontro, che si svolge nella città di Assisi di san Francesco, è quella di
stare insieme per pregare. Ciascuno lo fa nella propria lingua e con le proprie
formule. Prima pregano tutti nello steso momento ma in luoghi separati. Poi
nello stesso luogo ma in momenti diversi. Ciascuno diviene così testimone della
ricerca di Dio fatta dagli altri. Con questo invito Giovanni Paolo II propone
un modello per la prassi dei cristiani.
La forza del gesto rilancia la discussione all’interno della
chiesa cattolica. I pronunciamenti del magistero sul tema del dialogo
interreligioso si dividono in 4 categorie: documenti conciliari, encicliche
missionarie, dichiarazioni del pontificio consiglio e testi dottrinali. Il
concilio (Lumen gentium, Nostra astate, Gaudium et spes) segna la svolta dalla
condanna al confronto. I padri conciliari trovano elementi comuni nella vita
religiosa delle persone. Le religioni non vengono considerate vie di salvezza
ma si riconosce che alcuni elementi in esse contenuti trasmettono la grazia di
Dio. Qui l’accento è sulla comune umanità. Le encicliche missionarie (Ad
gentes, Evangelii nuntiandi, Redemptoris missio) affermano che l’unico progetto
divino si compie in Gesù Cristo. Tutte le persone possono partecipare a tale
progetto attraverso i valori contenuti nelle rispettive culture e religioni. La
chiesa è il seme del regno di Dio nel mondo. Lo Spirito santo agisce in tutte
le persone e le tradizioni. Qui l’accento è sull’annuncio. I documenti sul
dialogo interreligioso (Dialogo e missione. Dialogo e annuncio) hanno carattere
pastorale. Nella Bibbia Dio ha un unico disegno ma stipula molte alleanze (con
Noè, Abramo, Mosè, Gesù). Così attraverso le diverse religioni le persone
ricevono l’unica salvezza in Gesù Cristo. Spesso persone di altre fedi aiutano
i cristiani a vivere meglio i valori evangelici. A volte il dialogo è l’unica
modalità possibile di annuncio dell’evangelo. Qui l’accento è sul dialogo. I
pronunciamenti dottrinali (Commissione teologica internazionale, Dominus Jesus)
si oppongono al relativismo. Affermano che Gesù Cristo è l’unico mediatore
della salvezza e che la chiesa è necessaria. Peraltro attestano l’azione della
grazia nelle altre religioni e la possibilità di salvezza al di fuori della
chiesa. Qui l’accento è sulla verità. All’interno della chiesa cattolica la
discussione è aperta ma l’annuncio di Gesù Cristo si coniuga ormai con il
valore delle altre religioni.
Il documento noto con il nome di Dialogo e missione si
intitola per esteso L'atteggiamento della Chiesa di fronte ai seguaci di altre
religioni. Riflessioni e orientamenti su dialogo e missione (10 maggio 1984).
Tale documento valuta le esperienze di dialogo a vent’anni dalla pubblicazione
della lettera enciclica Ecclesiam suam di Paolo VI e dalla fondazione del
Segretariato per i non cristiani (oggi Pontifìcio consiglio per il dialogo
interreligioso). Dell’annuncio si parla in modo eloquente: “La missione è
costituita già dalla semplice presenza e dalla testimonianza viva della vita
cristiana (cf Evangelii nuntianti 21), anche se si deve riconoscere che
portiamo questo tesoro in vasi di creta (2 Corinzi 4,7), e quindi il divario
tra come il cristiano essenzialmente appare e ciò che afferma di essere è
sempre incolmabile” (n. 13). Il documento delinea poi un dialogo dalle molte
forme: “il dialogo della vita, come uno stile di condotta che implica
attenzione, rispetto e accoglienza verso l’altro; il dialogo dell’azione, come
collaborazione per obiettivi di carattere umanitario, sociale, economico e
politico che tendano alla liberazione e alla promozione dell’uomo; il dialogo
teologico, sia per confrontare, approfondire e arricchire i rispettivi
patrimoni religiosi, sia per applicarne le risorse ai problemi che si pongono
all’umanità nel corso della sua storia; il dialogo dell’esperienza religiosa,
come condivisione delle esperienze di preghiera, di contemplazione, di fede e
di impegno, espressioni e vie della ricerca dell’Assoluto” (nn. 28-35). A
questo punto è possibile trarre alcune conclusioni. Il dialogo non è per pochi.
Certo c’è un dialogo per teologi e per monaci, ma c’è anche un dialogo per
cooperanti e persino per semplici vicini di casa o colleghi di lavoro. Certo il
dialogo richiede spirito di accoglienza e vigilanza critica. Certo il dialogo è
una pratica ascetica che impegna e affatica, proprio come crescere dei figli o
assistere degli ammalati. Ma non è per pochi.