mercoledì 26 novembre 2025

Piena comunione

Ciao Paola,

difficile fare uno schema che comprenda tutti i differenti casi che possono capitare.

Ricorderai che abbiamo avuto un disguido a causa delle chiese sire (assire o di Siria) perché alcune sono cattoliche ed altre ortodosse.

Al momento in Ucraina – anche causa guerra – c’è una chiesa fedele a Mosca e una chiesa che persegue l’indipendenza (autocefalia). Ce n'è persino una terza ortodossa ma non ci complichiamo la vita.

Anche eritrei – causa situazione politica – ed etiopi – causa guerra del Tigray – sono divisi tra loro.

Gli anglicani hanno una chiesa alta – con vescovi e più simile alla chiesa cattolica – e una chiesa bassa – più tipicamente protestante.

Ad ogni modo la piena comunione si ha solo con le chiese cattoliche di riti (o tradizioni liturgiche) diversi come maroniti, siro-malankaresi, greco-cattolici (bizantini) e altri.

La comunione è incompleta con le chiese ortodosse che pure celebrano tutti e sette i sacramenti: greci (patriarcato di Costantinopoli), russi (moldavi e ucraini), serbi, romeni, bulgari, georgiani, armeni, copti (egiziani), eritrei, etiopi.

La comunione è parziale con le chiese evangeliche (protestanti) che celebrano solo due sacramenti (battesimo e santa cena): valdesi, metodisti, battisti, anglicani, luterani, riformati.

Sono di ostacolo il mancato riconoscimento del papa (primato petrino) da parte degli ortodossi e l’assenza di successione apostolica nelle chiese protestanti (molte non hanno ministeri ordinati o preti e i vescovi – anche donne di anglicani e luterani – non hanno una linea di discendenza diretta dagli apostoli).

Altro caso problematico è quello delle chiese ortodosse non canoniche (non riconosciute dagli altri ortodossi) con cui la chiesa cattolica preferisce non intrattenere rapporti ecumenici.

Generalmente viene riconosciuto valido il battesimo trinitario (alcune chiese evangelicali professano la fede nel Padre e nel Figlio ma non nello Spirito Santo mentre per altre la fede è solo in Gesù Cristo).

L’intercomunione non viene praticata né con gli ortodossi né con i protestanti e problematica è anche l’ospitalità eucaristica (anche se qui bisognerebbe lasciare la parola al diritto canonico).

Come vedi non c’è uno schema perché la situazione è complessa e fluida.

Spero di esserti stato utile.


mercoledì 19 novembre 2025

Qualche parola di Bruno Segre sul tema dell'antisemitismo

Spenderò anch’io qualche parola sul tema dell’antisemitismo, per sottolineare che prima del Concilio Vaticano II i rapporti cristiano-ebraici erano profondamente segnati dalla giudeofobia di matrice teologica che per quasi duemila anni aveva percorso la cristianità nelle sue più varie declinazioni (in Europa ma non solo). Nel rapporto dolorosamente conflittuale e problematico tra il mondo cattolico e la minoranza ebraica, una svolta epocale fu finalmente impressa dalla dichiarazione conciliare Nostra Aetate, dell’ottobre 1965, con il suo quarto paragrafo.

Quel molto autorevole documento, elaborato dai vescovi riuniti in Concilio, smentisce finalmente alcune delle più infamanti e demonizzanti fra le accuse che la Chiesa di Roma aveva per secoli lanciato contro il popolo ebraico.

Ma per venire all’oggi, mi sembra che il termometro dei rapporti cristiano-ebraici dia ora segnali di un certo raffreddamento, che ritengo si possano collegare, in larga parte, al diffondersi di una giudeofobia di tipo nuovo, originata dall’avversione che le politiche dei governi d’Israele suscitano in vari ambienti politici, culturali e, anche, di ispirazione religiosa.

Personalmente ritengo che, da molto tempo ormai, sarebbe opportuno che le Chiese e le comunità cristiane desiderose di dialogare onestamente con gli ebrei riconoscessero che esistono vincoli profondi - religiosi, ma anche di natura storico-culturale - che legano il mondo ebraico a Eretz Israel (la Terra dell’Israele biblico). Occorre insomma, per dirla con altre parole, che in ordine ai rapporti con gli ebrei, ma non soltanto, la cultura dei cristiani si lasci definitivamente alle spalle quella mutazione genetica del cristianesimo, quella saldatura perniciosa tra la religione e il potere politico che è rappresentata dal costantinismo.

Ma nel Vicino Oriente, ora, si registrano difficoltà di un tipo nuovo. E la ‘madre’ di tutte queste difficoltà sta nella mutazione genetica prodottasi durante gli ultimi decenni nell’originario progetto sionista, una mutazione che, accolta in modo acritico da larghi settori dell’opinione ebraica, tanto in Israele quanto nella diaspora, ha partorito una variante ebraica del costantinismo, assolutamente inedita ma, in ogni caso, gravata dello stesso uso spregiudicato e ideologico del discorso religioso a fini politici che contraddistingue il costantinismo delle Chiese cristiane, della stessa nociva commistione tra retaggio religioso ed esercizio del potere.

In tempi recentissimi, degna di rilievo in Israele è la posizione dei nazional-religiosi di HaBayit HaYehudi, il partito “La casa ebraica” che, presieduto dall’attuale Primo ministro Naftali Bennett, esercita un’influenza significativa sulla politica estera del governo in quanto è espressione dei coloni messianici insediati nei territori occupati, i cui orientamenti hanno molto peso. Con il loro attivismo, i nazional-religiosi si presentano come gli alfieri di una sorta di profondo amalgama tra sionismo ed ebraismo ortodosso, riproponendo così in termini drammaticamente divisivi l’eterna questione dell’identità ebraica, e offrendo la più ambigua delle legittimazioni all’equazione, discutibilissima, tra sostegno alle politiche di Israele e lotta all’antisemitismo: un’equazione che induce a qualificare come antisemita chiunque sollevi obiezioni circa questa o quella decisione assunta dal governo israeliano.

Certo, l’antisemitismo è un problema antico e molto serio, in quanto costituisce un pesante fardello che la cultura del mondo cristiano si porta dentro come retaggio di una persistente volontà di discriminare e perseguitare - in base a precise premesse teologiche - una minoranza scomoda. Nessuno può illudersi, al di là delle autorevoli intenzioni dichiarate dalle gerarchie delle varie Chiese, che le conseguenze di una demonizzazione protrattasi per quasi venti secoli si possano cancellare di punto in bianco. La ‘paura dell’ebreo’ sopravvive oggigiorno, ed è destinata a perdurare, magari per inerzia, anche in contesti nei quali non è presente in carne e ossa neppure un ebreo. E forme nuove di antisemitismo vanno ora diffondendosi dal mondo cristiano, dove affondano le sue radici, anche in ambito islamico.

Se questo è, nelle grandi linee, il ‘nuovo’ antisemitismo che si va profilando, mi preme precisare che tutt’altra cosa è, rispetto a esso, il sostegno o la critica anche radicale delle politiche messe in atto dai vari governi dello Stato di Israele. I due fenomeni hanno dinamiche che in qualche caso possono coincidere ma che, nella loro sostanza, sono del tutto indipendenti.

Chiunque intenda discorrere con lucidità degli inciampi che incontra oggi sul suo cammino il dialogo cristiano-ebraico, deve affrontare il tema nella sua complessità, cioè lo deve trattare criticamente su entrambi i versanti: quello cristiano e quello ebraico, avendo cura di compiere una serie di distinzioni all’interno dell’uno e dell’altro campo. È un discorso che va condotto con delicatezza e cautela, ma che non può essere eluso se si vuole guardare in termini corretti ai possibili sviluppi futuri del dialogo stesso.

25 gennaio 2022

https://it.gariwo.net/magazine/editoriali/considerazioni-su-antisemitismo-e-dialogo-cristianoebraico-24465.html

 

mercoledì 12 novembre 2025

Tempi difficili

In tempi difficili come questi che stiamo vivendo mi sembra utile invitare alla lettura di un memoriale che Bruno Segre dedicò ad Amos Luzzatto nel 2021 per mostrare come l'ebraismo sia plurale e possa offrire delle chiavi di lettura del presente e delle chiare indicazioni per il futuro: https://www.rivistailmulino.it/a/amos-luzzatto-br-1928-2020

mercoledì 5 novembre 2025

A sessant'anni dalla Nostra Aetate

Il 28 ottobre 1965 la chiesa cattolica, riunita in concilio, ratifica una dichiarazione sulle relazioni con le religioni non cristiane. Il titolo in latino - Nostra aetate – è l’incipit del documento e significa: nel nostro tempo. Nell’introduzione si afferma: “I vari popoli costituiscono una sola comunità. Essi hanno una sola origine, poiché Dio ha fatto abitare l'intero genere umano su tutta la faccia della terra; hanno anche un solo fine ultimo, Dio, la cui provvidenza, le cui testimonianze di bontà e il disegno di salvezza si estendono a tutti, finché gli eletti saranno riuniti nella città santa, che la gloria di Dio illuminerà e dove le genti cammineranno nella sua luce” (n. 1). Queste poche righe sono fondate su ben sei citazioni bibliche (Sapienza, Atti degli apostoli, Lettera ai Romani, Lettera a Timoteo, Apocalisse). Il documento accentua l’idea di una sola comunità, una sola origine, un solo fine: il disegno di salvezza di Dio è universale. Infine Nostra aetate non ha alcun rimando al magistero precedente. La chiesa cattolica è di fronte a una questione nuova e caratteristica del nostro tempo. Per mantenere la fedeltà a Gesù Cristo occorre rivedere la tradizione.

Quando un cristiano parla di una sola origine fa riferimento alle pagine che aprono la Bibbia. Il libro della Genesi narra di come Dio tragga il mondo dall’abisso e dal caos, separando la terra dalle acque, la luce dalle tenebre. Adamo ed Eva, la prima coppia, sono all’origine di tutta l’umanità: pastori e agricoltori, gente di campagna e città, ebrei e non. Tutti gli esseri umani hanno un solo Padre: Dio. Affinché la sua benedizione divenga universale Dio sceglie una coppia particolare: Sara e Abramo. Questa famiglia diviene il popolo d’Israele chiamato a essere luce per le genti. Da questo popolo nasce Gesù il Messia che porta la salvezza all’umanità. Questo è il disegno di Dio narrato nella Bibbia. Il racconto presenta tuttavia aspetti sorprendenti. Nella Genesi la benedizione fuoriesce abbondantemente dal percorso tracciato da Dio: Israele - il figlio della promessa - non è più benedetto del fratello Ismaele; il padre nella fede Abramo - il primo definito ebreo dalla Bibbia - riceve lezioni di etica dai gentili (i non ebrei); la genealogia del Messia passa attraverso una straniera di nome Rut (una moabita). Gesù scorge nella donna cananea e nel centurione romano una fede superiore a quella di molti del suo popolo Israele. Una fede che non passa attraverso Abramo. Anche i cristiani oggi incontrano quotidianamente stranieri con una grande fede. Non sempre la tradizione che li unisce a Dio sembra passare attraverso Gesù Cristo.

Nel 1985, nel corso di una visita pastorale in Marocco, papa Wojtyla incontra a Casablanca un gruppo di giovani studenti islamici. L’anno successivo, per la prima volta nella storia, un papa invita i rappresentanti delle grandi religioni mondiali per una giornata di preghiera per la pace. L’iniziativa si ripete nel 1993 durante la guerra nei Balcani e nel 2001 a seguito degli attentati terroristici dell’11 settembre. La formula scelta per rincontro, che si svolge nella città di Assisi di san Francesco, è quella di stare insieme per pregare. Ciascuno lo fa nella propria lingua e con le proprie formule. Prima pregano tutti nello steso momento ma in luoghi separati. Poi nello stesso luogo ma in momenti diversi. Ciascuno diviene così testimone della ricerca di Dio fatta dagli altri. Con questo invito Giovanni Paolo II propone un modello per la prassi dei cristiani.

La forza del gesto rilancia la discussione all’interno della chiesa cattolica. I pronunciamenti del magistero sul tema del dialogo interreligioso si dividono in 4 categorie: documenti conciliari, encicliche missionarie, dichiarazioni del pontificio consiglio e testi dottrinali. Il concilio (Lumen gentium, Nostra astate, Gaudium et spes) segna la svolta dalla condanna al confronto. I padri conciliari trovano elementi comuni nella vita religiosa delle persone. Le religioni non vengono considerate vie di salvezza ma si riconosce che alcuni elementi in esse contenuti trasmettono la grazia di Dio. Qui l’accento è sulla comune umanità. Le encicliche missionarie (Ad gentes, Evangelii nuntiandi, Redemptoris missio) affermano che l’unico progetto divino si compie in Gesù Cristo. Tutte le persone possono partecipare a tale progetto attraverso i valori contenuti nelle rispettive culture e religioni. La chiesa è il seme del regno di Dio nel mondo. Lo Spirito santo agisce in tutte le persone e le tradizioni. Qui l’accento è sull’annuncio. I documenti sul dialogo interreligioso (Dialogo e missione. Dialogo e annuncio) hanno carattere pastorale. Nella Bibbia Dio ha un unico disegno ma stipula molte alleanze (con Noè, Abramo, Mosè, Gesù). Così attraverso le diverse religioni le persone ricevono l’unica salvezza in Gesù Cristo. Spesso persone di altre fedi aiutano i cristiani a vivere meglio i valori evangelici. A volte il dialogo è l’unica modalità possibile di annuncio dell’evangelo. Qui l’accento è sul dialogo. I pronunciamenti dottrinali (Commissione teologica internazionale, Dominus Jesus) si oppongono al relativismo. Affermano che Gesù Cristo è l’unico mediatore della salvezza e che la chiesa è necessaria. Peraltro attestano l’azione della grazia nelle altre religioni e la possibilità di salvezza al di fuori della chiesa. Qui l’accento è sulla verità. All’interno della chiesa cattolica la discussione è aperta ma l’annuncio di Gesù Cristo si coniuga ormai con il valore delle altre religioni.

Il documento noto con il nome di Dialogo e missione si intitola per esteso L'atteggiamento della Chiesa di fronte ai seguaci di altre religioni. Riflessioni e orientamenti su dialogo e missione (10 maggio 1984). Tale documento valuta le esperienze di dialogo a vent’anni dalla pubblicazione della lettera enciclica Ecclesiam suam di Paolo VI e dalla fondazione del Segretariato per i non cristiani (oggi Pontifìcio consiglio per il dialogo interreligioso). Dell’annuncio si parla in modo eloquente: “La missione è costituita già dalla semplice presenza e dalla testimonianza viva della vita cristiana (cf Evangelii nuntianti 21), anche se si deve riconoscere che portiamo questo tesoro in vasi di creta (2 Corinzi 4,7), e quindi il divario tra come il cristiano essenzialmente appare e ciò che afferma di essere è sempre incolmabile” (n. 13). Il documento delinea poi un dialogo dalle molte forme: “il dialogo della vita, come uno stile di condotta che implica attenzione, rispetto e accoglienza verso l’altro; il dialogo dell’azione, come collaborazione per obiettivi di carattere umanitario, sociale, economico e politico che tendano alla liberazione e alla promozione dell’uomo; il dialogo teologico, sia per confrontare, approfondire e arricchire i rispettivi patrimoni religiosi, sia per applicarne le risorse ai problemi che si pongono all’umanità nel corso della sua storia; il dialogo dell’esperienza religiosa, come condivisione delle esperienze di preghiera, di contemplazione, di fede e di impegno, espressioni e vie della ricerca dell’Assoluto” (nn. 28-35). A questo punto è possibile trarre alcune conclusioni. Il dialogo non è per pochi. Certo c’è un dialogo per teologi e per monaci, ma c’è anche un dialogo per cooperanti e persino per semplici vicini di casa o colleghi di lavoro. Certo il dialogo richiede spirito di accoglienza e vigilanza critica. Certo il dialogo è una pratica ascetica che impegna e affatica, proprio come crescere dei figli o assistere degli ammalati. Ma non è per pochi.

Riflessioni sulla celebrazione eucaristica (Gioachino Pistone)

Oggi farò una cosa che non mi capita quasi mai di fare, e cioè il protestante duro e puro (beh, per modo di dire!). Perché è mia convinzio...